26 gennaio 2025 – Santuario della Madonna delle Grazie, Pennabilli
Meditazione di Sr Francesca Serreli

Guardare qualcuno
Quanto è necessario per la nostra vita avere qualcuno da guardare.
Qualcuno che ci stia davanti e ci mostri e ci racconti che è possibile cambiare, crescere, attraversare quella situazione. Anche il Vangelo noi lo guardiamo attraverso altri. Lo riceviamo attraverso una voce, un luogo, una comunità, per imparare a entrare in contatto con esso anche più silenziosamente, nel “segreto della nostra stanza”. I due movimenti non si escludono, sono bisognosi l’uno dell’altro.
Come sarebbe bello conoscere cosa è successo in relazione al VANGELO nella nostra vita. Cosa da lì è, poco alla volta, cambiato. I più giovani ci aprirebbero gli occhi con le loro storie. Ciascuno di noi avrebbe molto da dire. Il Vangelo chiede vita e viene al mondo ogni volta che qualcuno fa sul serio con essa. Sapete… mi sembra che qui manchino le parole. A me personalmente mancano, voglio che esse manchino, perché non c’è niente da spiegare. Si tratta di storie, di persone, di relazioni, nelle quali la vita brilla. Perché questo accada non per forza bisogna essere cristiani. Se c’è un messaggio lieto nei racconti di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, è in relazione alla fiducia. Non troviamo solo questo lo sappiamo: ci sono anche paura, sospetto, delusioni. L’umano. Ci siamo noi. Ma ogni istante di apertura e ricerca fiduciosa è raccolta dallo stupore stesso di Gesù. “Avvenga come desideri”. Avvenga in relazione al tuo desiderio e alla fiducia con cui l’hai trattato. Si spostano montagne, si libera voce, si sciolgono le paralisi dei corpi…. quando nel Vangelo la nostra fiducia e quella di Dio s’incontrano.

Da capo: qualcuno da guardare
Ho iniziato dicendo dell’importanza di avere qualcuno davanti a noi da guardare.
So di parlare a persone che hanno scelto e scelgono di accompagnare per vocazione (e mestiere alcuni, immagino!). Quante esperienze ciascuno di voi porta dentro: nomi, storie, situazioni. Un bagaglio di capacità e comprensioni acquisite in corso d’opera, con tanti errori e scelte più o meno azzeccate. Un cammino di maturazione incessante. Ma non si tratta solo di ruoli o di professione, lo sappiamo bene. È proprio la vita che avanza in una danza di accompagnamenti reciproci.
Vogliamo iniziare un momento di preghiera, di “messa in discussione” nello Spirito.
Staremo davanti alla vita di un uomo: Agostino. Siamo monache agostiniane e siamo le prime a godere della sua esperienza. Siamo le prime ma non dobbiamo e non possiamo essere le uniche!
Plurale
La trasmissione della fede è opera plurale.
Le Scritture sono opera comunitaria. Bellissimo a dirsi, molto affascinante, ma farci i conti… implica lasciarsi educare, crescere in familiarità dentro a parole che mantengono comunque una distanza da noi. Se non altro perché sono state scritte così tanto tempo fa. Generi letterari e interpretazioni diverse, lingue e stili! Chiedete ad Abir cosa implica per lei studiare Sacra Scrittura: un vero
corpo a corpo. La Parola si affaccia nelle nostre esistenze, ma non lo fa mai allo stesso modo. Anche qui: non una sola porta d’entrata. Vige il plurale.

Cosa è successo ad Agostino in relazione alla Parola? Agostino, africano del Nord, vivrà un’esperienza di spogliazione davanti alle Scritture. Sceglierà di legarsi ad esse dopo lunga ricerca. Nelle Confessioni, il suo scritto più celebre, è narrato il suo lungo itinerario esistenziale (non solo). Narrato per dire grazie. Innanzitutto ringraziare. Avvenimenti, decisioni, incontri, letture, scuole di pensiero, spostamenti, addirittura l’incontro e l’adesione ad una “setta”, per ritrovarsi…dove? Davanti alla sua sete e alla sua fame. Riprenderò questa suggestione più in là.
A Milano Agostino si arrenderà a quella forza amorosa che a quel punto avrà un nome preciso, si lascerà abbracciare dall’esperienza di una chiesa in preghiera. Le Scritture, in giovinezza valutate come “materia” rozza e poco raffinata (Agostino era un retore di formazione e di professione!), ora lo toccano, le sente, le desidera persino. Davanti ad esse egli è ora vulnerabile. È molto forte il fatto che, una volta divenuto prete, spinga il suo vescovo, Valerio, a concedergli un “tempo di preparazione”. Prepararsi al futuro che incalza (rivoluzione totale di vita), attraverso il contatto con le Scritture. Un contatto vitale.
Leggiamolo.
Se il Signore mi ha fatto sacerdote debbo accuratamente ricercare tutti ì rimedi contenuti nelle sue Scritture, e pregando e leggendo fare in modo di ottenere per l’anima mia uno stato di salute adeguato a incombenze così pericolose: cosa che non ho fatto prima anche perché non ne ho avuto il tempo. Infatti fui ordinato proprio quando pensavo di impiegare il tempo per conoscere le divine Scritture e volevo regolarmi in modo da avere la libertà di attendere a questo lavoro. (…) Mi ami davvero padre Valerio? Ami davvero la Chiesa stessa di cui hai voluto ch’io fossi ministro in tale stato? Eppure io sono certo che ami tanto me quanto Lei, ma mi giudichi idoneo, mentre io so di non esserlo (…) Forse tu obietti: “Vorrei sapere che cosa manca alla tua istruzione”. Ma sono tante queste cose, che io potrei enumerare quelle che posseggo più facilmente di quelle che desidero possedere. Infatti oserei affermare che so e ritengo con fede piena quello che importa per la nostra salvezza; ma come potrei dispensarlo per la salvezza degli altri? (…) E come può realizzarsi questo se non, come dice il Signore, chiedendo, cercando, bussando; cioè mediante la preghiera, la lettura e le lacrime? A questo scopo ho voluto chiedere, per mezzo di alcuni fratelli, dalla tua sincerissima e venerabile Carità ed ora torno a chiederlo con queste preghiere un breve periodo di tempo, ad esempio fino alla Pasqua, per studiare la Scrittura.
Che potrò infatti rispondere al Signore, mio giudice? “Non potevo più chiedere questo essendo impedito dalle mansioni ecclesiastiche”? Egli però potrebbe dirmi: (…) Perché adduci come pretesto la mancanza di tempo per imparare a coltivare il mio campo? Dimmi, ti prego, che cosa potrei rispondere? Vuoi forse che io dica: “Il vecchio Valerio, essendo convinto ch’io fossi istruito in tutto, quanto più mi ha amato tanto meno mi ha permesso di imparare queste cose”? Perciò io supplico questa stessa tua carità ed affetto perché tu abbia misericordia di me e mi conceda, per lo scopo per cui l’ho richiesto, questo
periodo di tempo; e mi soccorra inoltre con le tue preghiere in modo che il mio desiderio non sia vano e la mia assenza non sia infruttuosa per la Chiesa di Cristo e per l’utilità dei miei fratelli.”
agostino – Lettera al Vescovo Valerio (Ep. 21, 3.4.5)

Cosa ci facciamo qui?
Agostino vivrà una vita segnata dalle Scritture, dalla gente e dalla condivisione. Saranno le sponde in cui si giocherà la sua esistenza.
Ora vorrei farvi seriamente una domanda: cosa ci facciamo qui? Penso che questa domanda sia davvero importante. La vita può andare avanti nei suoi soliti binari oppure aprirsi ulteriormente.
Non so cosa pensiate della vostra esperienza di chiesa, se siate felici o scontenti, se sentiate possibilità e promesse o una specie di tran tran di cose da fare. E mentre dico “esperienza di chiesa”, emerge in me immediatamente la vita. Perché senza la vita anche la chiesa perde il suo senso.
Cosa ci facciamo qui, nella chiesa, davanti alla vita? A cosa ci sentiamo “chiamati” ?
Ci rassicura essere uomini e donne di chiesa? Può capitare che sia così, dobbiamo dircelo. Ma dobbiamo anche saper guardare cosa generi in noi questa rassicurazione. Ci dà gioia? Io credo, soprattutto, che “ci tenga a bada”, ma corriamo un grosso rischio…
La pluralità stessa del mondo in cui viviamo – e che siamo all’interno delle nostre stesse case e delle nostre stesse chiese – oltre a provocarci, può generare una qualche forma di convocazione?
Lasciamoci accompagnare ancora da Agostino.
“Ecco, com’è bello e gioioso che i fratelli vivano nell’unità!”. Queste parole del salterio, questa dolce armonia, questa melodia soave, tanto a cantarsi quanto a considerarsi con la mente, hanno effettivamente generato i monasteri. Da questa armonia sono stati destati quei fratelli che maturarono il desiderio di vivere nell’unità. Questo verso fu per loro come una tromba: squillò per il mondo ed ecco riunirsi gente prima sparpagliata. Il grido divino, il grido dello Spirito Santo, il grido della profezia, è stato udito nel mondo intero.
agostino – Commento al Salmo 132,2
Riprendiamo la domanda lasciata aperta poco fa.
A cosa siamo convocati?
Qui Agostino parla di una tromba che con il suo squillo raduna gente, altrimenti sparpagliata.
Il rischio è davvero quello di vivere sparpagliati, pur essendo vicini e prossimi. Ognuno con qualcosa di personale a cui badare. Sparsi di qua e di là, con timide risonanze davanti ai fatti del mondo, oppure atterriti fino a perdere speranza. Vi sto parlando di questo dal cuore della mia vita. Ci tengo a dirlo.
La convocazione di cui parla Agostino non è solo per chi decide di entrare in monastero. “Vivere nell’unità”, sentirsi chiamati a questo, è il luogo più sensato dell’esistenza. Gli scenari di guerra, i dissapori, gli antagonismi soffocano questa chiamata adducendo ragioni sconcertanti e inudibili. Ma proprio la nostalgia di una vita non martoriata dalle conseguenze di interessi miopi e privati, è per noi un faro. Al fondo di tanti orrori sporge luminosissima e impegnativa, la chiamata a vivere insieme. Uniti.
E noi, come chiesa, convocati non per favorire a tutti i costi la nostra presenza, ma a favore di questa unità, di questi legami di senso e di affetto che ci uniscono gli uni agli altri (e alla terra!).

Convocazioni e convivenze
La convocazione a essere uniti è davvero desiderabile? Su questo Agostino scommette tutto. Il Nuovo Testamento apre una finestra sulle prime comunità cristiane, sul loro modo di vivere. Agostino ascolta, si lascia ispirare e pervadere dal tipo di convivenza descritta negli Atti degli Apostoli. Su questa scia poggiano i desideri e le coordinate della vita comune da lui vissuta e giunta fino a noi.
Vivere insieme (che si tratti di una famiglia, di una classe, di un gruppo di amici o di un quartiere), in qualsiasi epoca e luogo della terra, implica affrontare due nodi cruciali dell’esistenza: quelli della diversità e dell’avere. Ci ritroviamo insieme e ci accorgiamo di avere bisogni diversi, non partiamo dagli stessi presupposti, né materiali, né di altro genere.
Come rispondere al fatto che tutti vogliamo avere una forma di personalissimo riconoscimento e una ricchezza garantita?
Agostino entra nel vivo di queste domande. Siamo tutti abitati da due amori, che generano due forme di convivenza. Ascoltiamo le sue parole.
I DUE AMORI
Il genere umano si è diviso in tanti e numerosi popoli distinti per religione, costume, lingua, armamento, abbigliamento. Tuttavia esistono soltanto due tipi di convivenza umana che noi, secondo la sacra Scrittura, possiamo chiamare giustamente “le due Città”. (…) Due amori dunque diedero origine a due città.
agostino – La Città di Dio XIV, 1. 28

Di questi due amori uno è santo, l’altro impuro; l’uno sociale, l’altro privato; sollecito nel servire al bene comune in vista della città celeste il primo, pronto a subordinare anche il bene comune al proprio potere in vista di una dominazione arrogante l’altro; l’uno è sottomesso a Dio, l’altro è nemico di Dio; tranquillo il primo, turbolento l’altro; uno pacifico, l’altro litigioso; uno amichevole, l’altro invidioso; l’uno che vuole per il prossimo ciò che vuole per sé, l’altro che vuole sottomettere il prossimo a se stesso; l’uno che governa il prossimo per l’utilità del prossimo, l’altro per il proprio interesse.
agostino – De Genesi Ad Lit. XI,15. 20.
Presi per mano
Lasciamo ancora ad Agostino le parole, davvero illuminanti.
Dove attendiamo la risposta a nostri bisogni di riconoscimento e ricchezza? Agostino dialoga, nuovamente, con le storie di vita comune raccolte nel libro degli Atti e con l’esperienza delle sue comunità. Dice: “Prestatemi attenzione!”. Non è solo un modo retorico per catturare il nostro ascolto. Sa che c’è qualcosa di davvero importante in quello che sta dicendo. Con fiducia e fermezza ci porta a guardare la realtà dagli occhi della sua esperienza, perché le nostre resistenze mollino la loro presa-pretesa.
PRIVATO E COMUNE
Il salmista afferma: “Non darò riposo ai miei occhi, finché non trovi una dimora per il Signore”. Ma come si diviene dimora del Signore? (…) Il Signore abita nei cuori e unico è il cuore di quanti, pur essendo molti, sono uniti dalla carità. (…) Lo dice la Scrittura: ”Avevano un cuore solo e un’anima sola protesi verso Dio”. Sono molti, anche tra noi, coloro che mancano di diventare luogo sacro per il Signore, cercano avidamente e sono attaccati ai loro beni privati, godono del potere che hanno e desiderano gli interessi personali. Chi al contrario intende preparare una dimora al Signore deve godere non di ciò che è privato ma di ciò che è comune. È quanto fecero quei tali con i loro beni privati: li misero in comune. E mettendo in comune ciò che avevano di proprio, forse lo persero? Se avessero ritenuto i propri beni per se stessi e ciascuno avesse posseduto quel che era suo, sarebbe stato padrone soltanto del suo bene privato. Mettendo invece in comune ciò che era proprio, anche le cose che prima erano proprietà altrui divennero sue. Prestatemi attenzione! È a causa di quel che è posseduto in proprio che ci sono tra gli uomini liti, inimicizie, scandali, peccati, malvagità, omicidi. Per quali motivi tutto questo? A motivo delle proprietà possedute in privato. Succede mai infatti che litighiamo per quanto possediamo tutti in comune? È pacifico che si respiri insieme questa stessa aria e si veda tutti lo stesso sole. Beati dunque coloro che preparano una dimora al Signore cessando di godere per quanto avevano di personale, di esclusivo.
agostino – Commento al Salmo 131, 4. 5
Capovolgimenti
Guardate che quello descritto qui è un vero e proprio capovolgimento percettivo e di desiderio!
Ciò che è comune non è perduto. Abbandoniamoci alle parole che dicono “è buono confidare nel Signore”. Ne abbiamo assolutamente bisogno. Consapevoli di tutte le spinte contrarie a questa qualità d’amore, di convivenza, di bene, non sempre facile… neppure da desiderare.

Approfondiamo ancora la ricerca di Agostino.
Inoltriamoci nella metafora del corpo, molto nota, ma da lui declinata con estrema finezza e conoscenza dell’umano.
Osservate, fratelli, le nostre membra e come ciascun membro abbia la sua funzione. L’occhio vede ma non ode; l’orecchio ode ma non vede; la mano lavora ma non ode né vede: il piede cammina ma non ode né vede né lavora come la mano. Il corpo quindi forma una unità e, se è sano e le membra non sono in discordia fra loro, l’orecchio vede attraverso l’occhio e l’occhio ode attraverso l’orecchio; né alcuno può rinfacciare all’orecchio la carenza della facoltà visiva dicendogli: Tu non conti nulla, tu sei di rango inferiore! Puoi forse, come l’occhio, vedere e distinguere i colori? Sulla base della pace che regna nel corpo, ti risponderebbe l’orecchio: Io sono dov’è l’occhio; sono nello stesso corpo, e se in me stesso non ho la vista vedo ad opera di colui al quale sono unito. Allo stesso modo, come l’orecchio dice: L’occhio vede per me, così l’occhio dice: L’orecchio ascolta per me; e gli occhi e le orecchie dicono: Le mani lavorano per noi, e le mani dicono: Gli occhi e le orecchie vedono e odono per noi; e gli occhi e le orecchie e le mani dicono: I piedi camminano per noi. Quando le diverse membra esplicano la loro attività nell’ambito d’uno stesso corpo, se si tratta d’un corpo sano e le membra sono in armonia, godono tutte e ciascun membro gode dell’altro. Se qualche membro prova dolore, le altre membra non si disinteressano ma partecipano al dolore comune. Eccovi, ad esempio, i piedi. Essi nel corpo sono, per così dire, distanti dagli occhi: questi infatti si trovano in alto, mentre i piedi sono nella estremità più bassa. Ma se per caso un piede pesta uno spino, forse gli occhi si disinteressano [dell’accaduto]? O non piuttosto, come sempre osserviamo, tutto il corpo si contrae, e ci si siede e ci si curva per trovare lo spino conficcatosi nella pianta del piede? Tutte le membra fanno del loro meglio perché venga estratto lo spino conficcatosi nell’infima e più insignificante parte del corpo. Ne segue, fratelli, che se un membro del corpo di Cristo non ha il potere di risuscitare i morti, non deve aspirare a tanto; deve solo cercare di non dissentire dal [resto del] corpo, come dissentirebbe quell’orecchio che pretendesse di vedere.
agostino – Commento al Salmo 130, 6
Le cose non nascono da me
La convocazione dell’umanità è questa, lo crediamo fermamente.
Siamo fuori dalla logica funzionale per cui mettiamo a disposizione i nostri doni e ciascuno ricopre il proprio ruolo. È vero, questo concretamente avviene, ma c’è qualcosa di molto più profondo in gioco. La nostra paura di perdere la vita può alzare lo sguardo su una promessa grande, del tutto evangelica (la vive anche Gesù!). La possibilità di scoprire che non tutto nasce e si risolve dentro di me… No! Le cose più belle e inimmaginabili nasceranno perché siamo insieme. Questo è il nostro destino. Se tu mi regali il tuo sguardo, io potrò guardare. Se tu scegli di vivere con coraggio, sarai la mia forza. Ogni volta che ci relazioniamo seriamente gli uni agli altri, il mondo si ricrea.
Così è la commozione: la tua voce, il tuo volto entrano in me e la mia pelle sente, si ricrea. Ti lascio vivere in me.

La lotta
Dobbiamo sempre avere davanti agli occhi un panorama grande e vasto. “Punta in alto” ci dicevano da ragazzini. In alto, non per essere primi, ma per aspirare a cose grandi.
Questo senza smettere di guardarci in faccia ed entrare in contatto con la realtà plurale che portiamo dentro. Siamo uguali a tutti! Per vedere cose grandi dobbiamo ingaggiare una lotta. Il “buon combattimento della fede” nei nostri stessi corpi. Quante volte vorremmo escludere le differenze, le visioni diverse. Farne a meno, sapendo anche bene quali sono i nostri perché.
Agostino così parla alle sue comunità.
Un’obiezione potrebbe venirmi da chi è posto a capo, o meglio, che è al servizio dei fratelli in uno di questi luoghi chiamati monasteri. Che mi dirà? “Io sarò vigilante: non lascerò entrare alcun male”. Ma come farai a escludere ogni male? “Non accetterò persone cattive; non accetterò alcun fratello che chiede di entrare, se lo so cattivo. Starò bene con pochi e buoni!”. Ma come farai a conoscere colui che intendi escludere? Per conoscere che è cattivo devi sottoporlo alla prova, e questo dentro casa. Come farai a non accettare un postulante che dovrai sottoporre alla prova, se questa prova non può farsi se non dopo l’ammissione? Ti rifiuterai di accettare tutti i cattivi? Così infatti tu dici, e assicuri che li sai individuare. Ma ti si presenteranno forse tutti col cuore in mano? Certi postulanti non si conoscono neppure loro stessi; quanto meno li conoscerai tu! Molti infatti si proponevano di vivere in pieno quella vita santa in cui si tiene tutto in comune e nessuno chiama suo proprio alcunché, la vita di coloro che hanno un’anima sola e un solo cuore protesi verso Dio. Furono mandati nella fornace e non ressero. Come potrai dunque conoscere tu uno che non si conosce neppure lui? Escludere i fratelli cattivi dalle comunità dei buoni? Tu che ragioni così, pròvati, se ci riesci, a cacciare dal tuo cuore tutti i cattivi pensieri; fa’ che non vi entri neppure il richiamo del male! “Ma io non vi consento” ribatti. Comunque, se ne senti il richiamo, vuol dire che già vi è entrato. Noi tutti vogliamo avere il cuore ben difeso in modo che nessuna cattiva suggestione possa entrarvi; come poi di fatto vi entri, chi lo sa?
agostino – Commento al Salmo 99, 11. – la comunità perfetta/ dei perfetti

Aprirsi
Il Vangelo, esperienza plurale di raccontare la via di Gesù nelle nostre vie, ci conduce nelle pieghe più nascoste del nostro cuore e del nostro vivere insieme. Apre apre apre perché ci sia una parola concreta di salvezza per tutti: possibilità di cambiare, di scegliere quale convocazione ascoltare. Mai vuole che ci separiamo gli uni dagli altri. Mai vuole renderci giudici.
Nessuno, davvero nessuno di noi è strappato dalle pagine del Vangelo.

Non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.
Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura. Il campo è il mondo, è la Chiesa sparsa per il mondo. Chi è buon grano, continui ad esserlo fino al giorno del raccolto; coloro che sono zizzania, si cambino in buon grano. Ora, tra gli uomini e le vere spighe e la zizzania corre questa differenza:
quanto alle cose che erano nel campo la spiga rimane spiga, la zizzania rimane zizzania; al contrario nel campo del Signore, cioè nella Chiesa, chi era frumento si cambia a volte in zizzania, e quelli che erano zizzania si cambiano a volte in frumento: poiché nessuno sa cosa avverrà domani. Ecco perché agli operai che s’erano irritati col padre di famiglia quando volevano andare ad estirpare la zizzania, ciò non fu permesso; poiché essi volevano sradicare la zizzania, non fu loro permesso di separarla. Il padre di famiglia, che conosceva tutti, e sapeva che si doveva rimandare la separazione, ordinò loro di tollerare la zizzania, non di separarla. Avendo essi detto: Vuoi che andiamo a strapparla via? No – rispose – per non correre il rischio di sradicare anche il frumento, mentre volete strappar via la zizzania.
agostino – Discorso 73/A, 1 – grano e zizzania
Monache Agostiniane
di Pennabilli
Contatti
Via della Rupe, 4
47864 Pennabilli RN
osa.pennabilli@gmail.com
Tel. 0541928412