Violoncello: Greta Mussoni, Pianoforte: Alessandra Montali

Introduzione
Agostino non fu solo ricercatore instancabile, ma anche narratore appassionato di ciò che cercava. Dettava parole che diventavano libri.
Questa sera vorremmo fare un piccolo esperimento: provare ad aprire insieme alcune di queste pagine. Immetterci nel flusso della sua preghiera, ma anche del racconto del suo tempo quotidiano, per giungere al luogo del dissidio, in cui la rinascita che lo attende è temuta e attesa insieme. Pagine tratte dalle sue lettere e da alcune delle sue opere.
La musica di due amiche ci accompagnerà, intrecciando un delicato dialogo con le parole di Agostino.
Narrare è creare, suonare è spalancare uno spazio.
Il tragitto che faremo insieme ha un titolo: Condividete tutto. Filo rosso della Regola monastica da lui lasciata (la nostra!). Filo rosso della sua vita.
Questi sono i precetti che prescriviamo a voi stabiliti nel monastero.
Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio. Non dite di nulla: È mio, ma tutto sia comune fra voi. (Regola 1.1.2)
Dalle righe che andremo ad ascoltare speriamo possa emergere freschissima e sorprendente non una risposta, ma una sete.

BRANO 1 – J. S. BACH – Gavotte in Do min.
PARTE I
“Nel frattempo scrissi altri due volumi per soddisfare una mia ardente aspirazione, quella di cercare razionalmente la verità su ciò che più intensamente desideravo conoscere; e l’ho fatto rivolgendo domande e rispondendo a me stesso.
Di qui il titolo di Soliloqui da me assegnato a quest’opera”.
(Ritrattazioni)
Voglio chiederti perché desideri che le persone a te care vivano e convivano con te.
Affinché possiamo indagare in concorde collaborazione sulla nostra anima e su Dio. Così colui che per primo avrà risolto il problema, indurrà senza fatica al medesimo risultato anche gli altri. (Soliloqui I, 12. 20)
O Dio, dal quale allontanarsi è cadere, verso cui voltarsi è risorgere, nel quale rimanere è aver sicurezza; o Dio, dal quale uscire è morire, al quale avviarsi è tornare a vivere, nel quale abitare è vivere; o Dio, che abbandonare è andare in rovina, a cui tendere è amare; o Dio, col cui aiuto apprendiamo che sono anche di altri le cose che una volta reputavamo nostre e sono anche nostre le cose che una volta reputavamo di altri… (Soliloqui I, 1.3 )
Guarisci ed apri i miei occhi affinché possa vedere i tuoi cenni.
Allontana da me i movimenti irragionevoli affinché possa riconoscerti.
Dimmi da che parte devo guardare affinché ti veda…
Sento che devo ritornare a te; a me che picchio si apra la tua porta; insegnami come si può giungere fino te. Tu mostrami la via e forniscimi ciò che necessita al viaggio. (Soliloqui I, 1, 5)
Angusta è la casa della mia anima perché tu possa entrarvi: allargala dunque…
BRANO 2 – J. MARIE – La Cinquantaine
PARTE II
“Mi è occorso di scrivere il libro su La felicità non dopo la composizione dei libri Sugli Academici, ma in alternanza con essi. Nacque da una circostanza occasionale, la ricorrenza del mio giorno natalizio, e comprende una discussione durata tre giorni, come chiaramente si evince dal testo”. (Ritrattazioni)
Il tredici novembre ricorreva il mio compleanno. Dopo un pranzo tanto frugale che non impedì il lavoro della mente, feci adunare nella sala delle terme tutti coloro che non solo quel giorno ma ogni giorno convivevano con me (…) Partecipavano prima di tutto mia madre, ai cui meriti spetta, come credo, tutto quel che sto vivendo, Navigio mio fratello, Trigezio e Licenzio miei concittadini e discepoli. Volli che non mancassero neanche Lastidiano e Rustico, miei cugini, sebbene non avessero frequentato neppure il maestro di grammatica. Ritenni che il loro buon senso fosse sufficiente all’argomento che intendevo trattare. Con noi era anche mio figlio Adeodato, il più piccolo di tutti (…). Ottenuta la loro attenzione, cominciai… (De beata Vita I, 1.6)
L’indomani, sempre dopo pranzo ma un po’ più tardi del giorno antecedente, ci adunammo i medesimi e nel medesimo luogo. (De beata Vita I, 3.17)
Al terzo giorno della nostra disputa, di mattino, si dissipò la nebbia che ci costringeva ad adunarci nella sala delle terme e si ebbe un limpido pomeriggio. Ci fece piacere quindi scendere nel prato vicino. Ci sedemmo, ciascuno nel luogo che sembrò più comodo. Quindi fu continuata la disputa… (De beata Vita I, 4.23)
Ripresa musicale – La Cinquantaine
“Anche Nebridio aveva lasciato il paese natio, nei pressi di Cartagine, e poi Cartagine stessa, dove lo s’incontrava sovente; aveva lasciato la splendida tenuta del padre, lasciata la casa e la madre (…) per venire a Milano con l’unico intento di vivere insieme a me nella ricerca della verità e della sapienza. Investigatore appassionato della felicità umana, scrutatore acutissimo dei più difficili problemi, come me anelava e come me oscillava”
(Conf VI, 10.17)
Scriverti le solite cose non mi è gradito, scriverti cose nuove non mi è consentito.
Da quando ti ho lasciato, non ho avuto mai l’occasione, mai un momento di calma per meditare e discutere fra me sulle questioni che siamo soliti trattare… Le notti invernali sono molto lunghe, è vero, e non vengono da me trascorse interamente a dormire, ma quando ho del tempo libero mi si presentano piuttosto dei pensieri di cose necessarie che fanno perdere la tranquillità. Che debbo dunque fare? Essere muto o silenzioso con te? Né tu né io vogliamo l’una cosa o l’altra. Mettiti dunque all’opera e prendi quello che ho potuto tirar fuori da me nell’ultimo tratto della notte in cui è stata scritta questa lettera, per tutta la sua durata.
(Lettera 13. A Nebridio, Cassiciaco, inizio del 387)
Mentre mi teneva in grande pensiero la questione, postami da te già da un pezzo anche con un certo tono di amichevole rimprovero, sulle misure da prendere per poter vivere insieme… mi ha tranquillizzato di colpo un’osservazione brevissima della tua ultima lettera: cioè che non dobbiamo darci pensiero di questo, perché o noi verremo da te non appena ne avremo la possibilità, oppure quando potrai verrai tu da noi. Perciò, reso tranquillo su questo punto, mi son messo ad esaminare con attenzione tutte le tue lettere, per vedere a quante io debbo ancora rispondere. Ma in esse ho trovato tante questioni che, se anche si potessero risolvere facilmente, per il loro stesso cumulo sarebbero eccessive per l’ingegno e il tempo a disposizione di qualsiasi individuo. (Lettera 11. A Nebridio, Tagaste, 389-91)
Ho preferito rispondere alla tua lettera più recente non perché non tenga in nessun conto i tuoi quesiti precedenti o perché mi siano piaciuti meno, ma perché per rispondere io faccio sforzi più grandi di quelli che tu puoi immaginare. Infatti, sebbene tu mi abbia avvisato che devo mandarti una lettera più lunga della più lunga che ti ho mandato, io non ho però tanto tempo a disposizione quanto pensi tu e quanto sai che io ho sempre desiderato e desidero di avere. E non chiedermi perché sia così. Infatti mi sarebbe più facile esporre gli impedimenti che ho che non indicarne il perché. (Lettera 14. A Nebridio, Tagaste, 389-91)
BRANO 3 – F. SCHUBERT – Berceuse
PARTE III Confessare: dire “grazie” ad alta voce
“I tredici libri delle mie Confessioni lodano Dio giusto e buono per le azioni buone e cattive che ho compiuto, e volgono a Dio la mente e il cuore dell’uomo. Per quanto mi riguarda hanno esercitato questa azione su di me mentre li scrivevo e continuano ad esercitarla quando li leggo . Che cosa ne pensino gli altri è affar loro: so però che sono molto piaciuti e tuttora piacciono a molti fratelli” . (Ritrattazioni)
“A trattenermi erano le frivolezze delle frivolezze, le vanità dei vaneggianti, antiche amiche mie, che mi tiravano da sotto la veste di carne e sussurravano a bassa voce: “Tu ci congedi?”. Mi attardavo, poiché indugiavo a staccarmi e scuotermi da esse per balzare dove tu mi chiamavi. L’abitudine, tenace, mi diceva: “Pensi di poterne fare a meno?”. (Confessioni VIII, 11,26)
“Ammalato nello spirito di questa malattia, mi tormentavo fra le accuse che mi rivolgevo da solo, assai più aspre del solito, e i rigiri e le convulsioni entro la mia catena, che ancora non si spezzava del tutto. Mi dicevo fra me e me: “Su, ora, ora è il momento di agire”; a parole ero ormai incamminato verso la decisione e stavo già quasi per agire, e non agivo. Seguiva un altro tentativo uguale al precedente, ancora poco ed ero là, ancora poco e ormai toccavo, stringevo la meta. E non c’ero, non toccavo, non stringevo nulla. Esitavo a morire alla morte e a vivere alla vita. L’istante stesso dell’attesa trasformazione quanto più si avvicinava, tanto più atterriva…”. (Confessioni VIII, 11. 25)
Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: “Prendi e leggi, prendi e leggi”. Mutai d’aspetto all’istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte. Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. L’unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrei trovato…
Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: “Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze“. Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono.
Chiuso il libro, tenendovi all’interno il dito o forse un altro segno, già rasserenato in volto, rivelai ad Alipio l’accaduto. (Confessioni VIII, 12, 29-30)
BRANO 4 – J. S. BACH – Preludio in Do min BWV 847
Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo (…).
Ma cosa amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, dove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, dove risuona una voce non travolta dal tempo, dove olezza un profumo non disperso dal vento, dov’è colto un sapore non attenuato dalla voracità, dove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Questo amo, quando amo il mio Dio.
(Confessioni X)
BRANO 5 – W. A. MOZART – Adagio della sonata in FA maggiore, K 332
Monache Agostiniane
di Pennabilli
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