La vita di Sant’Agostino

Uno dei modi migliori per raccontare la vita di Sant’Agostino è quello di attingere alle sua autobiografia spirituale contenuta nel libro Le Confessioni di cui riportiamo alcuni stralci significativi.

Giunsi a Cartagine, e dovunque intorno a me rombava la voragine degli amori peccaminosi. Non amavo ancora, ma amavo di amare. Amoroso d’amore, cercavo un oggetto da amare. Amare ed essere amato mi riusciva più dolce se anche del corpo della persona amata potevo godere. Sgraziato, volgare, smaniavo, nella mia straripante vanità, di essere elegante e raffinato. Quindi mi gettai nelle reti dell’amore, bramoso di esservi preso. Fui amato, raggiunsi di soppiatto il nodo del piacere e mi avvinsi giocondamente con i suoi dolorosi legami, ma per subire i colpi dei flagelli arroventati della gelosia, dei sospetti, dei timori, dei furori, dei litigi. 

Conf. 3. 1. 1

In quegli anni, all’inizio del mio insegnamento nella città natale, mi ero fatto un amico, che la comunanza dei gusti mi rendeva assai caro. Mio coetaneo, nel fiore dell’adolescenza come me, con me era cresciuto da ragazzo, insieme eravamo andati a scuola e insieme avevamo giocato.
Con me la mente del giovane errava, e il mio cuore non poteva fare a meno di lui. Quando eccoti strapparlo a questa vita dopo un anno appena che mi era amico, a me dolce più di tutte le dolcezze della mia vita di allora.

conf. 4. 4. 7

Mi sentivo infelicissimo. In me era sorto un sentimento indefinibile ove la noia, gravissima, della vita, si associava al timore della morte. Quanto più lo amavo, io credo, tanto più odiavo e temevo la morte, nemica crudelissima che me lo aveva tolto e si apprestava a divorare in breve tempo, nella mia immaginazione, tutti gli uomini, se aveva potuto divorare il mio amico. Tale certamente era il mio stato d’animo, mi ricordo. Eccolo il mio cuore, mio Dio, eccolo nel suo intimo. 

conf. 4. 4. 6. 11

Io ero rimasto per me stesso un luogo infelice, ove non potevo stare e donde non potevo allontanarmi. Dove poteva fuggire infatti il mio cuore via dal mio cuore, dove fuggire io da me stesso, senza inseguirmi? Dalla mia patria però fuggii, perché i miei occhi meno cercavano l’amico dove non erano avvezzi a vederlo. Così dal castello di Tagaste mi trasferii a Cartagine.

Conf. 4.4.7.12

Giungeva intero al tuo udito il ruggito del mio cuore gemebondo; davanti a te stava il mio desiderio, il lume dei miei occhi non era con me. Era dentro di me, ma io fuori.

Conf 7. 7. 11

Allora, nel mezzo della grande rissa che si svolgeva dentro alla mia casa e che avevo scatenato energicamente contro la mia anima nella nostra stanza più segreta, nel mio cuore…

Conf. 8. 8. 19
Dettaglio La Maddalena

Ammalato nello spirito di questa malattia, mi tormentavo fra le accuse che mi rivolgevo da solo, assai più aspre del solito, e i rigiri e le convulsioni entro la mia catena, che ancora non si spezzava del tutto. Esitavo a morire alla morte e a vivere alla vita. 
A trattenermi erano le frivolezze delle frivolezze, le vanità delle vanità, antiche amiche mie, che mi tiravano di sotto la veste di carne e sussurravano a bassa voce: “Tu ci congedi?”, e: “Da questo momento non saremo più con te eternamente”. L’abitudine, tenace, mi diceva: “Pensi di poterne fare a meno?”

Conf 8. 11. 25.26

Quando dal più segreto fondo della mia anima l’alta meditazione ebbe tratto e ammassato tutta la mia miseria davanti agli occhi del mio cuore, scoppiò una tempesta ingente, grondante di lacrime. Mi gettai disteso, non so come, sotto una pianta di fico e diedi libero corso alle lacrime. 
Lanciavo grida disperate: “Per quanto tempo, per quanto tempo il “domani e domani”? Perché non subito, perché non in quest’ora la fine della mia vergogna?”

conf 8, 12. 28

Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto.
A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: “Prendi e leggi, prendi e leggi”. Mutai d’aspetto all’istante.
Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. L’unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrei trovato.

Conf 8, 12. 29

Ma cosa amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto questo amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, ove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ov’è colto un sapore non attenuato dalla voracità, ove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Questo amo, quando amo il mio Dio.

Conf. X, 6,8

UNA MEDITAZIONE SULLA VITA DI AGOSTINO

Un percorso di lettura di Agostino come fratello nella fede che mette a disposizione la sua vita come la vita di un testimone, che si mette in gioco con la propria ricerca per raccontarci le profondità di Dio e dell’umanità che lui ha sperimentato.

Il cuore della vita agostiniana