Meditazione di Sr Francesca Serreli e di Sr Simona Ibba in occasione del ritiro di Accordi di futuro e note di speranza

Ci sono giorni in cui vorrei allargare le pareti di questa casa oppure svuotarla della metà dei suoi oggetti. Anche oggi è così. Mi guardo attorno e faccio ciò che sempre mi capita di fare quando avverto un’impellente esigenza di spazio e di ordine: cambio la disposizione delle cose. Parto dai libri. Mi libero del maglione di lana e mi preparo all’impresa. In pochi secondi tutto è già sconvolto dal mio arrivo! Sfilo i libri, li appoggio a terra e, fila per fila, li risistemo.
Sfilo, appoggio e risistemo. È già passata mezz’ora, sento i miei occhi riposarsi poco alla volta.
Tu ti aggiri per casa. Hai il divieto assoluto di partecipare alle mie furie domestiche. Divieto privo di valore, perché tu per scelta non vuoi partecipare.
Mi passi accanto e mi chiedi se stasera andiamo a cena fuori.
Mi scivola dalle mani un quaderno, mi giro e non ti rispondo.
Ti fermi, mi guardi rattristato e aspetti che dalla mia bocca esca almeno una parola.
Ti chiedo scusa, mi alzo da terra e rispondo che sì, perché no, potremmo proprio andare a cena fuori, magari anche con altri.
La finestra aperta interrompe le nostre parole. Un telegiornale, a volume altissimo, tuona le peggiori notizie del mondo e annuncia un nuovo attacco da parte di…
Avverto una corrente gelida salire fino alle tempie.
Bevo un sorso di caffè, sospiro e continuo a fare quello che devo. C’è molta polvere nelle mensole, ma non la tolgo. Lo farò domani. Le notizie continuano a tuonare, mi alzo e con gesto deciso chiudo la finestra.
Fai schifo mondo, sei ridotto male. Certo stasera a cena non lo dirò così, lo dirò meglio. Ciascuno racconterà dell’ultimo articolo letto, degli amici all’estero e delle loro notizie (certamente più valide delle nostre) su come vanno le cose.
Poi cambieremo argomento, approfittando del primo che si alza da tavola, per rispondere al cellulare.
Tutte le informazioni del mondo non bastano a farmi sentire a posto.
Vorrei iniziare questo mio dialogare con voi con due parole, due parole FINESTRA, SOGLIA: INTELLIGENZA e SPERANZA
Sono parole soglia perché proiettano lo sguardo da un DENTRO ad un FUORI e viceversa.
Immaginiamo un dentro, che può essere il dentro del nostro cuore, della nostra casa, del nostro monastero, della nostra città…
Se quel dentro è abitato dall’INTELLIGENZA – da un certo tipo di intelligenza – nel fuori di quella casa, nel fuori di quella città, di quel cuore si propaga il profumo della speranza, si irradiano colori di speranza, parole di speranza…
O profumi, colori, parole di DISPERAZIONE se invece quell’intelligenza, quel ragionamento, quel pensiero, quella logica è mortifera…
VICEVERSA
Se il dentro del nostro cuore, della nostra casa, della nostra città… è abitato dalla SPERANZA, se è accordato alla SPERANZA, da quel dentro escono e si immettono nel mondo, nella società, parole, gesti, ragionamenti, pensieri INTELLIGENTI.
Possiamo quindi spalancare questa finestra e lasciare che la speranza e l’intelligenza si accordino… Risuonino insieme in un accordo. Vibrino insieme. Viventi.
ECCO LA VIBRAZIONE
L’INTELLIGENZA DELLA SPERANZALA SPERANZA DELL’INTELLIGENZA
C’è un’intelligenza nella speranza.
C’è una speranza nell’intelligenza.
L’intelligenza ha una speranza.
La speranza ha un’intelligenza
COS’È LA SPERANZA?
La speranza, nel suo suono più intimo, è intessuta della stessa melodia della larghezza, vibra di apertura, anche del pensiero. Sia perché colui che possiede la speranza è largo e aperto, sia perché la speranza suscita, come riverbero, una particolare ampiezza di Dio.
che non tradisce la speranza.
La speranza è un termine sospeso… Personale, sociale… universale…
Non mi va di definirla… Ve la lancio qua, al centro…
COS’È L’INTELLIGENZA? E QUALE INTELLIGENZA?

Oggi è sabato. Apro la finestra. Mi sorride una vicina dal balcone dirimpetto, la guardo, avrà settant’anni: le sue rughe raccontano una storia che non conosco. Questa donna, che il più delle volte vedo solo da lontano, ha il potere di rassicurarmi. C’è qualcosa di luminoso nel suo viso
ed io vorrei dirle “grazie, grazie davvero, lei è molto bella!”. La frase non mi esce dalla bocca, le sorrido cordialmente, alzo la mano e rientro. Prima o poi le parlerò.
COS’È L’INTELLIGENZA? E QUALE INTELLIGENZA? Dicevamo…
Su questo termine dobbiamo accordarci.
La sfumatura che voglio proporre è legata alla sua etimologia, ad una certa genealogia…
L’INTELLIGENZA ha in sé il concetto di logos con le sue tante modulazioni sonore…
Ne scelgo due che si rincorrono, si sfiorano, si fondono…
LA PRIMA
INTELLIGENZA come legame, reciprocità,
mi appello all’autorevolezza delle lingue antiche –
il verbo greco leghein – legare
il verbo latino Intelligere (intus legere): leggere-dentro, leggere-fra.
E leggere ha l’innato significato di raccogliere, legare, come abbiamo fatto in questi giorni,
come proviamo a fare ora… raccogliamo, leghiamo, raccogliamo in un legame…
La lettura e con lei la scrittura, è possibile quando si impara a legare le lettere dell’alfabeto e poi le parole, le frasi. I pensieri.
L’intelligenza è la capacità di leggere dentro, di leggere i legami dentro e tra le cose, il loro essere in relazione, nella storia, il loro essere nel mondo, il loro eco intrecciato, il loro arco melodico, con le generazioni di prima e del poi – che una politica non intelligente prova a mettere in ANTI-PATIA…
L’intelligenza è scorgere le trame di senso che intessono i legami umani, sociali, economici, tecnologici, politici. Significa immergersi nel vissuto, nel dentro di ciò che accade. Il pensiero segue il vissuto e si impasta degli intrecci umani, delle speranze umane e delle umane disperazioni.
LA SECONDA DECLINAZIONE…INTELLIGENZA COME PENSIERO, RATIO
Gli scenari critici che stiamo vivendo, una crisi economica, sociale, climatica, politica… Le guerre… Ci appellano. C’è una chiamata in attesa… per tutti… per noi…Uno scenario critico, appella ad un pensiero critico. Il pensiero critico è luogo di speranza.
C’è una speranza che abita il pensiero. Una speranza abitata dal pensiero. Dicevamo…
La speranza abitata dal pensiero si interroga sui processi di formazione dell’individuo, di costruzione delle relazioni, di promozione della socialità.
La speranza abitata dal pensiero è un invito, una lente non opaca per leggere la realtà.
Il pensiero abitato dalla speranza è terapeutico. La vitamina della speranza agisce sui sintomi di un malessere collettivo, di un indebolimento delle facoltà cognitive, di un indebolimento della trasmissione di una cultura, di un saper fare, di un saper vivere, di un indebolimento nella pratica dei linguaggio, nella condivisione degli affetti, delle emozioni, dei vissuti…
Sento che il nostro stare insieme di questi giorni, questo nostro pensare, condividere le emozioni, vivere insieme, veicolare reciprocamente linguaggio, culture e saperi è già un farmaco.
Nel piccolo delle nostre relazioni, della nostra comunità monastica che con voi amici per due giorni abita la Rupe c’è una porzione di questo mondo – di questo Regno – ed in Dio, nei legami, nella preghiera, nel pensiero appunto c’è tutto il mondo. L’abbiamo portato qua. Nell’intelligenza del legame.
Davanti alla comune lamentatio, il nostro pensare e vivere insieme questo ritiro, con una varietà di forme, linguaggi, colori, è una speranza incarnata, una speranza intelligente, una speranza presente nell’oltre di questo nostro oggi. Oltre l’ignoranza sistemica dell’omologazione del pensiero.
Non parlo di un pensiero intellettuale, ragionato, meditato. Certo, anche quello. Mi riferisco ad un pensiero del cuore, accordato alla vita, accordato agli altri.
Un pensiero superiore, NON-inumano, il pensiero dell’oltre già presente, di un oltre possibile, che non cerchi l’immortalità, ma sappia raccontare anche la morte perché la morte è vita, senza fine.

È il 5 marzo. Manca poco, Anna. Hai già passato il termine del parto.
Tu, mia sorella “piccola”… ormai grande.
Ricordi? Quando eravamo bambine io cercavo di “governarti”, quasi fossi un mio gioco, ma durava davvero poco. Ti arrabbiavi furiosamente, battevi i piedi e te ne andavi urlando parole che non capivo. Il tuoi movimenti infastiditi e i tuoi capelli svolazzanti sono ancora davanti a me. Da adolescenti ci siamo serenamente ignorate. Ora tutto è cambiato.
Sai, ogni volta che ci vediamo mi capita una cosa bellissima: smetto di essere nervosa. Anche il mio corpo riprende spazio. Forse perché tu mi guardi dritta negli occhi quando ti parlo. E non acceleri il tempo.
Purtroppo mangi male e sei troppo rigida con te stessa in mille frangenti. Ma ti perdono. Hai bisogno proprio che io ti perdoni.
Ora sei dall’altra parte del mondo e io non sarò con te quando affronterai quel passaggio così grande.
Buonanotte Anna. Qui in Italia, spegniamo la luce.
L’INTELLIGENZA DEL TEMPO – LA SPERANZA DEL TEMPO
Il tempo. Che tempo abitiamo? Come abitiamo il tempo? Che tempo ci abita?
C’è un tempo disperante, quello che si misura in denaro.
C’è un tempo, quello della nostra attenzione, su cui siamo valutati, controllati, venduti, acquistati. La nostra attenzione è calcolata in termini di tempo di cervello disponibile. L’obiettivo di una certa industria social, mediatica è quello di controllare i nostri tempi coscienti ed incoscienti per modularli, per omologarli… MI SPIEGO
Quanto tempo stai su una pagina web? Quanto tempo stai su Instagram? Su un canale? È il tempo della nostra attenzione, il tempo del nostro cervello disponibile. È l’industrializzazione della nostra intelligenza. È il tempo del breve termine che chiude la porta dell’oltre.
Il tempo della speranza è il tempo dell’attenzione non rubata, non acquistata, ma scelta, liberata.
Quando vuoi bene a qualcuno che cosa cerchi? Cerchi la sua attenzione. Cerchi un tempo con lui? Con lei… Come ti comporti? Gli doni delle attenzioni…Quando l’insegnante, il genitore, l’amico – io stessa ora – vuole comunicare qualcosa d’importante… Cerca di catturare l’attenzione.Per quale motivo voglio catturare l’attenzione e quindi il vostro tempo di cervello disponibile o per meglio dire l’intelligenza? Per accordarmi ad un dono o per dominare?
Come abitiamo il tempo?
Marco Martinelli, drammaturgo e regista teatrale – NEL NOME DI DANTE, COME DIVENTARE GRANDE CON LA DIVINA COMMEDIA
Delle decine e decine di frasi in latino che papà mi buttava lì, come ami per prendere il pesce, molte mi tornano in mente nelle situazioni più disparate.
Quella che più ricordo, e che ripeto a me stesso in mezzo alle furie e alle tempeste della vita e del lavoro, è
Age quod agis – fai bene quello che fai
Concentrati su quello.
Non farti prendere dall’agitazione, dall’ansia, dai demoni del sono-sempre-indietro, dovrei fare questo e quello e anche quell’altro, e poi le cose non mi riescono, e mi sembra di affondare, no, age quod agis, ricomincia.
Non farti travolgere.
Ricomincia.
Ti sembra, sembra a te di stare all’inferno, e forse è anche un po’ vero, ma dall’inferno si esce. Ricomincia.
Ricomincia col fare proprio questo, questo compito che ti sta davanti, nella luce chiara del presente, proprio questo, questo che ti soffoca che ti sembra insormontabile.
Non è insormontabile.
Ricomincia.
Age quod agis; fallo, e fallo bene, fare bene è pensare bene. Fallo con pazienza, poi da questo passerai a quello, e a quell’altro, e a quell’altro ancora, e via di questo passo. E pazienza se non riuscirai a farli tutti, quei passi.
Ci penseranno i sogni, e la notte, e il tuo Dio misterioso, a finire il lavoro.

Nel cuore della notte mi arriva un messaggio. Hai rotto le acque.
Ti sveglio di soprassalto e dico solo “Anna”. Tu raccogli la mia emozione nel tuo sguardo e mi dici “ci siamo”.
Ti abbraccio e mi alzo, cammino e avverto i battiti del cuore accelerare improvvisamente.
“Dio, aiutala”. Mi esce dalle labbra una frase che non pronunciavo da tempo.

Sei marzo. Vado a lavoro ma non prendo la macchina.
Io cammino per le strade, ben vestita truccata e profumata, mentre tu sei “in travaglio”, dentro un dolore che non so neanche immaginare.
Non ho notizie da questa notte. Guardo continuamente il cellulare.
Attraverso il ponte con il cuore carico di una gioia quasi già presente, eppure ancora sospesa.
Vibra il telefono.
“è nata Diletta”.
Alzo lo sguardo, una fierezza infinita mi illumina il volto.
Sei viva Anna e ora hai una figlia.
Per un attimo si alleggerisce tutta la memoria delle cose che non vanno, sento un silenzio mai avvertito prima. Si stappa qualcosa dentro. Quasi senza accorgermene… inizio a cantare.
