Ritiro Azione Cattolica Adulti
Sabato 15 marzo 2025

Sui sentieri della speranza ci accompagnano un uomo e una donna, che hanno saputo sperare, vivere il proprio tempo sperando per lui. Agostino, uomo grande, che ha trovato la chiave della sua speranza: la fraternità. La chiave concreta, quella che rende la speranza viva, concreta, sperimentabile, vivibile. E poi Madre Alessandra, (nei 20 anni dalla sua morte) figlia di Agostino, madre di tante di noi, che si è messa alla scuola della sua speranza e l’ha seguito.
Tempi diversi: dal IV secolo ai nostri giorni, luoghi diversi, vite diverse. Ma parte della stessa umanità. L’umanità quella con la U maiuscola, quella che cerca di vivere realmente ciò che è.
“Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa poggiano la testa sulla schiena altrui. Succede così che uno soltanto, quello che apre la fila, tiene alta la propria testa senza appoggiarla sugli altri; quando però egli si è stancato, si toglie dal davanti e si mette per ultimo, sicché anche lui può appoggiarsi sul compagno. In questo modo tutti insieme portano i loro pesi e giungono alla meta desiderata: non affondano perché la carità fa loro come da nave.”
Dal commento al salmo 129 di Sant’Agostino
Dagli scritti di Madre Alessandra

“Non ci si può assentare dalla storia, pena la morte della propria identità profonda e il fallimento della propria missione nella chiesa e nel mondo. (Meditazione per i seminaristi del Seminario Romano Maggiore, 1999) Dobbiamo ascoltare la storia. Leggerla con chiaro e responsabile intelletto d’amore facendoci spazio ad essa perché ci parli interiormente, vorrei dire, non come racconto storico, ma come vera lectio divina, perché ogni storia è attraversata da Dio e lascia tracce e piste da percorrere sapienzialmente.”
Lettera aperta guardando al futuro, 1997

“Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa…”
Dal commento al salmo 129 di Sant’Agostino
Il motivo che ci spinge a partire nella vita e a spostarci da dove siamo è proprio la fame: fame di incontro, di esperienze, di avventura, di conoscenza, fame di relazioni e di amore, fame di pane. Questa spinta, questo desiderio che ci fa muovere il primo passo verso il mare che ci sta di fronte è un’esperienza personale, ma allo stesso tempo universale, in quanto ci accomuna tutti.
Nel momento in cui decidiamo di lasciare la sponda conosciuta sappiamo che ci aspetta un attraversamento. C’è una separazione da vivere. E c’è uno spazio e un tempo nuovo in cui siamo invitati a entrare, ma vi siamo anche gettati e spinti.
In questo attraversamento può affacciarsi una domanda: che cosa spero? Spero che passi presto? Spero di cavarmela in qualche modo? Come voglio stare dentro questo mare?

“Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa poggiano la testa sulla schiena altrui. Succede così che uno soltanto, quello che apre la fila, tiene alta la propria testa senza appoggiarla sugli altri.”
Dal commento al salmo 129 di Sant’Agostino
Come ci sto fa la differenza. Nelle partenze e negli attraversamenti ci è data l’occasione di sperimentare l’importanza della nostra postura. Scoprirsi forti, bravi nuotatori, scoprire di potercela fare: sono esperienze che costruiscono la nostra identità, che rafforzano la fiducia in noi stessi. In qualche modo è necessario sapere che possiamo condurre la nostra vita a testa alta. Può esserci dato anche di scoprire che siamo importanti per altri. Sì, perché non solo riusciamo a cavarcela a testa alta: qualcuno può addirittura appoggiarsi sulla nostra schiena! Ma… l’obiettivo dell’attraversamento è solo questo o c’è spazio anche per altro?
Chi porta il peso degli attraversamenti?
Ho come l’impressione che quando noi monaci e monache, ma può valere per ogni uomo e ogni donna, ospitiamo, ci poniamo, consciamente o inconsciamente, a priori, a distanza, come a difesa della nostra identità, prima di tutto e della nostra vita – regolarità di vita – quasi a dire: attenzione! Noi siamo diversi, tu hai la tua vita, noi la nostra e la dobbiamo difendere. Tutto questo ha ovviamente una sua coerenza, ma…il considerarlo a priori, il pormi in fondo al cuore in atteggiamento di difesa vigilante, mi dà sempre l’impressione che si crei, si ponga a fondamento-premessa della relazione con l’altro una situazione di partenza che sentiamo come legittima, anzi, doverosa: una estraneità: io non posso essere come te, tu non puoi essere me; ognuno al suo posto. Io mi metto temporaneamente a tua disposizione offrendoti – poiché sei venuto a cercarmi – il mio “prodotto” confezionato, etichettato, firmato: Parola, liturgia, preghiera, anche lavoro manuale, un tempo di dialogo: specialisti in tutto questo. Due cammini diversi, molto diversi, distintamente fisionomizzati, che di tanto in tanto si incrociano e si relazionano.
Dal Diario di Madre Alessandra, 20.01.1997

“Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa poggiano la testa sulla schiena altrui. Succede così che uno soltanto, quello che apre la fila, tiene alta la propria testa senza appoggiarla sugli altri; quando però egli si è stancato, si toglie dal davanti e si mette per ultimo.”
Dal commento al salmo 129 di Sant’Agostino
Arriva questo momento. Non desiderato, non previsto. Il limite della mia umanità si affaccia in modo prepotente ed è impossibile fare finta di niente. È un momento dolorosissimo nel quale sperimentiamo che tutto può andare in frantumi, compresa l’immagine della nostra identità. Non sono più in grado di aiutare gli altri, ma nemmeno me stesso. È più forte di me!
Una frattura che segna un prima e un dopo nella vita di tutti, è il momento in cui si può giocare qualcosa di decisivo proprio in mezzo all’attraversamento. Sono chiamato a lasciare il primo posto e a sperimentare fino in fondo che ho bisogno degli altri.
“La donna contemplativa io la vedo, più che stabile sul Tabor, con Gesù agli inferi. Non figura incontaminata, ma essere profondamente umano, capace di vivere, di condividere in un dialogo di verità, con i suoi fratelli e le sue sorelle, l’esperienza delle miserie umane.”
Da una meditazione di Madre Alessandra sulla formazione

“Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa poggiano la testa sulla schiena altrui. Succede così che uno soltanto, quello che apre la fila, tiene alta la propria testa senza appoggiarla sugli altri; quando però egli si è stancato, si toglie dal davanti e si mette per ultimo, sicché anche lui può appoggiarsi sul compagno. In questo modo tutti insieme portano i loro pesi e giungono alla meta desiderata: non affondano perché la carità fa loro come da nave.”
Dal commento al salmo 129 di Sant’Agostino
Accettare il limite, uscire dalla pretesa di una totale indipendenza è la prima liberazione, che mi permette di scoprire che il mio bisogno degli altri è il luogo della mia salvezza.
Io posso lasciarmi portare.
Nel momento in cui ciò che mi sta davanti è più forte di me, nel momento cruciale dell’attraversamento io posso imparare a fidarmi. Non si può essere sempre capofila!
Che sorpresa scoprire che il mio limite dà spazio non solo alla mia umanità tutta intera, ma anche a quella di chi è disposto ad accoglierla, di fratelli e sorelle che scelgono di farsi carico della mia fatica, della mia mancanza di forze, del mio bisogno estremo di aiuto.
Nel farmi portare riscopro la mia postura: a testa alta, poggiato sulla schiena dell’altro. Insieme è possibile raggiungere la meta.
Da qui la speranza che non muore: la speranza della fraternità.

“L’amicizia produce preghiera e la preghiera produce amicizia, quindi gioia, creatività, confidente
Da una meditazione di Madre Alessandra – Il mondo muore per mancanza di preghiera – 1998
serenità(…). E questa realtà così bella ci fa chiesa, la bella chiesa di Gesù, deposito d’affettività,
amatissima e amantissima, casa delle nozze di Dio con l’uomo. Agostino ce ne ha participato
l’amore immenso (…). E’ tanto bella la comunione di vita. Ma se i nostri cuori non fossero
continuamente irrorati dalla preghiera che educa i nostri sentimenti, domina i nostri risentimenti,
ci apre a profondità nuove, ci fa gioire del pregare insieme, davanti a Dio nella liturgia e nel
quotidiano convivere, come giungere all’esperienza della compenetrazione sincera delle anime
che si chiama amicizia, appunto? E solo la preghiera compie tale miracolo, riempiendo di luce il
nostro stare insieme e di voglia di vivere nel Signore”

Grano e zizzania
Dal Discorso 73/A, 1 di Sant’Agostino
Non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura. Il campo è il mondo, è la Chiesa sparsa per il mondo. Chi è buon grano, continui ad esserlo fino al giorno del raccolto; coloro che sono zizzania, si cambino in buon grano. Ora, tra gli uomini e le vere spighe e la zizzania corre questa differenza: quanto alle cose che erano nel campo la spiga rimane spiga, la zizzania rimane zizzania; al contrario nel campo del Signore, cioè nella Chiesa, chi era frumento si cambia a volte in zizzania, e quelli che erano zizzania si cambiano a volte in frumento: poiché nessuno sa cosa avverrà domani. Ecco perché agli operai che s’erano irritati col padre di famiglia quando volevano andare ad estirpare la zizzania, ciò non fu permesso; poiché essi volevano sradicare la zizzania, non fu loro permesso di separarla. Il padre di famiglia, che conosceva tutti, e sapeva che si doveva rimandare la separazione, ordinò loro di tollerare la zizzania, non di separarla. Avendo essi detto: Vuoi che andiamo a strapparla via? No – rispose – per non correre il rischio di sradicare anche il frumento, mentre volete strappar via la zizzania.