Magnifica Humanitas

Magnifica humanitas

Quale pensiero agostiniano è sotteso alle parole di Papa Leone XIV?

Presentazione della Magnifica Humanitas a cura delle Monache Agostiniane di Pennabilli

MAGNIFICA HUMANITAS LAUDAT DEUM
DEUS CUSTODIAT MAGNIFICAM HUMANITATEM
 
Nelle pieghe e nei risvolti molteplici dell’umano,
negli strati scoperti o nascosti della storia e delle biografie,
nelle geografie fisiche ed esistenziali di ogni dove,
la vita vibra geme gioisce esulta si lamenta piange.
Il canto raccoglie la dignità di queste vibrazioni e ne fa lode solenne che sale a Dio.
Da Dio invoca la cura, la custodia, che scende come benedizione e come unguento
su questa magnifica, dolorante umanità.

Magnifica humanitas incontro pennabilli

Parlateci di Agostino nella Magnifica Humanitas…

Introduzione di Sr Francesca Serreli

“Parlateci di Agostino nella Magnifica Humanitas”: questo il desiderio del Vescovo Domenico. Abbiamo accolto l’invito.

Contente e anche un po’ tremanti per la grande responsabilità a noi affidata.

Le parole “documento” e “enciclica”, generalmente, raffreddano le atmosfere e non sempre siamo disposti ad iniziare una lettura che immaginiamo pesante. Possiamo serenamente ammetterlo!

Se dicessimo che è uscito un libro su un modo di vivere l’amore ci farebbe un altro effetto. Sembrerà strano, ma il testo davvero racconta un modo di vivere l’amore. Proveremo a far emergere il calore umano e la passione intelligente racchiuse in queste pagine.

Cantiamo:

L’umanità magnifica loda Dio,

Dio custodisca la magnifica umanità”.

Non si dice molto spesso che l’umanità sia magnifica. Accade, però, di sentirlo dentro, in alcuni istanti precisi della vita: dentro un’amicizia o un amore, quando ci mettiamo in gioco, quando con pazienza affrontiamo un dolore o ci sorprendiamo per l’arrivo di una gioia.

Tutto ciò che siamo, in ogni caso, ha bisogno di essere custodito. Non abbiamo bisogno di diventare persone fortissime o impeccabili. Avere a cuore e aver cura: questo è necessario.

Si tratta di una lettura agostiniana dell’enciclica.

Si alterneranno le “nostre generazioni”: voci giovani e voci adulte e mature. Questo modo “corale” di procedere è la prima parola su Agostino che vogliamo pronunciare. Capirete presto perché.

I contenuti si intrecceranno e si approfondiranno a vicenda.

Questa meditazione è un modo di mettere in trasparenza i doni ricevuti.

Perché questi doni sono vostri. Destinati a ciascuno e a tutti.

Agostino cuore

Le icone bibliche della Magnifica Humanitas

di Sr Abir Hanna

Dalla Magnifica Humanitas al n. 6 – 7

Stiamo vivendo una rapida fase di transizione, un “cambiamento d’epoca”, in cui – mentre alcuni si contendono il futuro delle nuove tecnologie e altri sono impegnati nella riflessione su di esse – la maggior parte delle persone rimane in attesa, osserva da lontano e spera semplicemente che tutto vada per il meglio. Proprio per questo si impongono alla nostra coscienza domande decisive, che non possono più essere eluse: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana e come popoli? Siamo chiamati a interrogarci sul grande cantiere della nostra epoca: cosa stiamo costruendo? 

Due icone bibliche

Per rispondere a questi interrogativi e per discernere come abitare con responsabilità il tempo attuale, Il papa richiama due immagini bibliche: la costruzione della torre di Babele (cfr Gen 11,1-9) e la ricostruzione delle mura di Gerusalemme (cfr Ne 2-6).

Babele: Nel libro della Genesi, il racconto di Babele si colloca alle origini dell’umanità, subito dopo le genealogie dei figli di Noè. Gli esseri umani, stabilitisi nella pianura di Sennaar, decidono di costruire una città e una torre «la cui cima tocchi il cielo» (Gen 11,4). Vogliono così garantirsi stabilità e potere, e soprattutto “farsi un nome”, temendo di essere dispersi sulla terra. La conseguenza è una chiusura verso la vocazione umana.

Voler avere l’esclusiva sul BENE, Non mischiarsi con altri: avere un’unica lingua, un’unica tecnologia, un’unica direzione. è un’opera sostenuta da un’uniformità che elimina la diversità e che, invece della comunione, sceglie l’omologazione e finisce per disumanizzare (cfr Gen 11,1-9);

Dall’altra parte abbiamo la Ricostruzione di Gerusalemme: le rovine di Gerusalemme, sotto Neemia vengono ricostruite pezzo per pezzo, come opera di responsabilità condivisa (cfr Ne 2-6).

Ma come si fa per costruire insieme? Cosa vuol dire? Cosa richiede a ciascuno?

Come possiamo educare il nostro cuore alla ricerca del Bene Comune? All’ascolto della realtà umana che chiede attenzione e creatività per rendere più abitabile la terra, più fedele alla vocazione umana il nostro approccio al cambiamento e alla tecnica?

Quale è il segreto, il camino da seguire affinché i nostri affetti, le nostre passioni vengano liberati dalle chiusure per aprirsi all’ascolto della famiglia umana a favore di tutti?

Le due icone bibliche della torre di Babele (Gen 11,1-9) e della ricostruzione delle mura di Gerusalemme sotto Neemia (Ne 2–6) costituiscono l’asse simbolico e teologico dell’intero testo. Esse non svolgono una funzione ornamentale, ma rappresentano due paradigmi opposti attraverso cui interpretare il cambiamento d’epoca segnato dall’intelligenza artificiale e, più in generale, dall’integrazione delle tecnologie nella vita umana. Non si tratta di una valutazione tecnica dell’innovazione, ma un discernimento antropologico e spirituale sul modo in cui l’umanità sceglie di abitare questa trasformazione.

Il punto di partenza è la constatazione che il tempo presente non coincide semplicemente con una fase di sviluppo tecnologico, ma con un autentico “cambiamento d’epoca”, caratterizzato da interrogativi radicali sul destino dell’uomo e della società. Le domande che introducono il testo – «Dove stiamo andando?», «Quale meta desideriamo orientarci?», «Quale direzione scegliere come comunità umana?» – mostrano che la questione dell’intelligenza artificiale non riguarda anzitutto gli strumenti, bensì il senso della storia e il progetto di umanità che essi contribuiscono a costruire. Le due immagini bibliche offrono precisamente due risposte alternative a queste domande.

La torre di Babele rappresenta il paradigma della tecnologia quando viene assolutizzata e trasformata in strumento di autosufficienza dell’uomo. Nel racconto della Genesi l’umanità dispone di una lingua comune, di una tecnica condivisa e di un obiettivo unitario; tuttavia questa apparente unità è fondata sull’orgoglio e sulla volontà di affermarsi indipendentemente da Dio. Il testo sottolinea come la torre nasca dal desiderio di «farsi un nome» e di evitare la dispersione, trasformando l’efficienza tecnica in un progetto di dominio. In questa prospettiva, la tecnologia non è condannata in quanto tale, ma diventa problematica quando alimenta la pretesa di costruire il futuro facendo a meno di Dio e riducendo la persona a semplice elemento di un sistema.

Applicata al contesto contemporaneo, Babele diventa la metafora di un modello tecnocratico che privilegia il potere, il controllo e l’omologazione. L’intelligenza artificiale rischia allora di favorire una logica nella quale tutto è tradotto in dati, prestazioni e algoritmi, mentre la singolarità della persona, la libertà e il mistero dell’umano vengono progressivamente compressi. L’espressione “sindrome di Babele” sintetizza proprio questo rischio: l’idolatria dell’efficienza e del profitto, l’uniformità che cancella le differenze, la convinzione che un unico linguaggio – oggi anche quello digitale – possa spiegare e governare integralmente la realtà. La confusione delle lingue rivela il fallimento di un progetto che pretendeva di creare comunione eliminando la diversità. Analogamente, una tecnologia che promette connessione universale può produrre nuove forme di isolamento, esclusione e disumanizzazione se viene orientata esclusivamente dalla logica del dominio.

A questo paradigma il testo contrappone la figura di Neemia, che diventa l’icona di un modo diverso di integrare la tecnologia nella vita umana. Se Babele nasce dall’ambizione di innalzarsi verso il cielo, la ricostruzione di Gerusalemme prende avvio dalla contemplazione delle rovine e dall’ascolto della sofferenza del popolo. La città viene ricostruita “pezzo per pezzo” grazie al contributo di tutti: sacerdoti, artigiani, famiglie, donne e giovani. Il centro dell’opera non è la grandezza del progetto, ma la ricostruzione dei legami sociali e della comunione.

Trasferita nel contesto della trasformazione digitale, questa immagine suggerisce un modello di sviluppo tecnologico fondato sulla corresponsabilità, sulla partecipazione e sul bene comune. L’intelligenza artificiale non viene concepita come forza autonoma …La tecnologia, infatti, “non è neutrale”, perché riflette le intenzioni di chi la progetta, la finanzia, la regola e la utilizza. Per questo motivo la domanda decisiva non è se accettare o rifiutare l’innovazione, ma quale modello di società essa contribuisce a edificare.

Le due immagini bibliche permettono così di trasformare il dibattito sull’intelligenza artificiale in una riflessione sulla responsabilità storica. L’alternativa fondamentale non è tra progresso e conservazione, bensì tra costruire Babele o ricostruire Gerusalemme. L’opposizione non riguarda quindi il livello tecnico, ma quello etico e spirituale.

Il testo amplia infine l’orizzonte mediante il riferimento escatologico alla Nuova Gerusalemme dell’Apocalisse. La città definitiva non è il risultato dell’autocostruzione dell’uomo, ma un dono che discende da Dio. Questa prospettiva impedisce sia il pessimismo sia l’ottimismo ingenuo nei confronti della tecnologia. Da un lato, invita a lavorare responsabilmente nella storia, come Neemia; dall’altro ricorda che il compimento dell’umanità non dipende esclusivamente dalla potenza tecnica. La speranza cristiana libera dall’illusione di poter costruire il paradiso mediante l’innovazione e, nello stesso tempo, motiva l’impegno concreto per rendere le “città” di oggi più giuste, pacifiche e inclusive.

L’uso delle due icone bibliche consente di leggere il cambiamento d’epoca non come una semplice rivoluzione tecnologica, ma come una scelta di civiltà. Babele e Gerusalemme rappresentano due modi opposti di integrare la tecnologia nella vita umana: il primo fondato sull’autosufficienza, sul dominio e sull’omologazione; il secondo sulla responsabilità condivisa, sulla centralità della persona, sull’apertura a Dio e sulla costruzione del bene comune. La domanda conclusiva ripresa da san Giovanni Paolo II – se l’intelligenza artificiale renda la vita «più umana» e «più degna dell’uomo» – sintetizza il criterio di discernimento che attraversa l’intero testo: ogni progresso tecnologico è autentico soltanto quando contribuisce alla crescita integrale della persona e alla ricostruzione della convivenza umana secondo il modello di Gerusalemme, evitando di trasformarsi in una nuova Babele.

Le due icone bibliche della torre di Babele (Gen 11, 1-9) e della ricostruzione di Gerusalemme sotto Neemia (Ne 2-6) costituiscono una chiave esegetica e teologica con cui il testo interpreta il cambiamento d’epoca rappresentato in modo emblematico dall’intelligenza artificiale. Non si tratta di semplici esempi biblici, ma di due paradigmi opposti del rapporto tra la persona, la tecnica e Dio.

L’episodio di Babele non viene interpretato come una condanna della tecnica o del progresso, ma come la critica di un progetto umano basato sull’autosufficienza. L’unità di lingua, tecnologia e obiettivi non genera comunione, ma omologazione, perché nasce dall’orgoglio di “farsi un nome” e dall’esclusione di Dio. Il peccato di Babele non consiste nella costruzione della torre, ma nella pretesa di raggiungere il cielo con le sole forze umane. Dal punto di vista teologico, la dispersione delle lingue manifesta il fallimento di ogni progetto che assolutizza il potere umano e sacrifica la persona in nome dell’efficienza. Applicata al presente, la storia di Babele diventa l’icona di una tecnologia che pretende di spiegare e controllare tutto, riducendo l’essere umano a dati, prestazioni e algoritmi.

In contrasto, Neemia offre il paradigma della ricostruzione. Il racconto biblico si apre con una città in rovina e un popolo vulnerabile, ma Neemia non risponde con il dominio, bensì con la preghiera, il discernimento e la corresponsabilità. Dal punto di vista esegetico, la ricostruzione delle mura rappresenta innanzitutto la ricostituzione del popolo dell’alleanza: le pietre vengono rialzate affinché si possano ricostruire i legami tra le persone e con Dio. Ogni famiglia partecipa all’opera, a indicare che la salvezza ha una dimensione comunitaria. La comunione nasce dalla pluralità dei contributi, non dall’uniformità.

Queste due immagini permettono di interpretare il rapporto tra tecnologia e vita umana secondo una prospettiva teologica. Il testo afferma infatti che la tecnologia non è neutrale, ma assume il volto delle intenzioni di chi la progetta e la utilizza. Perciò, la scelta decisiva non è tra accettare o rifiutare l’innovazione, ma tra edificare Babele o ricostruire Gerusalemme. La prima rappresenta una logica di dominio, centralizzazione e disumanizzazione, la seconda una logica di servizio, partecipazione e bene comune.

L’orizzonte ultimo è offerto dalla Nuova Gerusalemme dell’Apocalisse (Apocalisse 21-22), che discende come dono di Dio. Questa prospettiva escatologica ci ricorda che il compimento dell’umanità non dipende dalla potenza tecnica, ma dalla grazia. Di conseguenza, l’intelligenza artificiale può essere valutata in base alla domanda se contribuisca a rendere la vita più umana e più degna della persona. Solo una tecnologia orientata alla comunione, alla dignità umana e al bene comune può essere considerata come una partecipazione alla ricostruzione di Gerusalemme, evitando di trasformarsi in una nuova Babele.


[1] Conferenza Episcopale Italiana, Unione Editori e Librai Cattolici Italiani, La Sacra Bibbia (Italia I coedizione2008) Ne 5,6-11.

Vetrata del Getsemani

Lo sguardo di Yenifer sulla Magnifica Humanitas

di Yenifer Pilar Valencia Santa Cruz

Sono Yenifer, sono peruviana e sono qui da due mesi nella comunità.
Per me ricostruire vuol dire curare quello che è ferito. In realtà il primo
aspetto da curare sono le relazioni, la convivenza.
Ho vissuto per otto anni come educatrice con le ragazze da 12 a 16 anni in un
taller, una scuola-collegio dell’Operazione Mato Grosso. Per ricostruire la
fiducia, la amicizia c’è bisogno del perdono, dell’accettazione della diversità
di cui siamo fatti, di riconoscere la nostra fragilità umana. Uno degli obiettivi
dell’educazione del taller è essere una famiglia.
Mi hanno fatto molto riflettere le domande che Papa Leone ci rivolge
nell’Enciclica: dove stiamo andando? Verso quale meta desideriamo
orientarci? Quale direzione scegliere come comunità umana o come popoli?
Questi sono interrogativi che ci aiutano a discernere per quale via andare
oppure che immagine costruire: una città edificata sull’orgoglio e sulla
pretesa di bastare a se stessa, dove Dio non c’è o ricostruire una città dove
alla presenza di Dio un popolo si mette a lavorare unito per rialzare le mura
della convivenza fraterna.
Il nostro mondo va male, sempre di più eliminiamo Dio dalla nostra vita, dalla
nostra storia… io con la mia vita, con la mia scelta che voglio ricostruire? Che
voglio ricostruire nella mia famiglia, nel mio paese?
Nel libro di Neemia si raconta che prima di ricostruire la mura di
Gerusalemme, Neemia digiuna, prega, intercede per il popolo, chiede al re di
tornare, esamina in silenzio i luoghi distrutti, convoca le famiglie, affida a
ciascuna un tratto di muro da ricostruire, ascolta le paure, coordina gli sforzi e
fronteggia le opposizioni.
Sto cominciando a sperimentare e ad apprezzare la vita fraterna, la vita in
comune.
Sono molto felice di imparare a vedere ognuna delle mie sorelle come un
dono meraviglioso che Dio mi ha concesso di conoscere, anche gli amici e i
parenti che vengono a trovarci. Intuisco che questo modo di vivere mi apre a
un luogo più esteso, più ampio dove io non solo conosco altre persone, ma
conosco me stessa in maniera nuova, mi accetto come sono per condividere,
comprendere, perdonare, ascoltare, dialogare, confrontarsi… tutti questi
tentativi, ogni giorno, solo per imparare ad amare e vivere in comunione.
Sono cosciente che questo modo di relazionarsi richiede molto lavoro
interiore.


L’Ordo Amoris

di Sr Chiara Calderoni

L’Ordo amoris, l’Ordine dell’Amore, a mio parere è uno dei segreti dell’enciclica, da scoprire tra le righe. Partiamo proprio dal testo. 

Dalla Magnifica Humanitas al n. 130

Il modo in cui pensiamo e strutturiamo le relazioni, il lavoro, le istituzioni manifesta i nostri valori fondamentali e, in ultima analisi, ciò che ci sta più a cuore. È un amore che ci guida: quello che amiamo davvero, sia come singoli che come società, orienta la nostra vita e il nostro agire.

Il pensiero e la vita di Agostino emergono in modo vibrante da queste parole dell’enciclica.

Agostino ci offre una chiave di interpretazione unitaria della Storia e dell’uomo: la storia grande del mondo e la storia dell’uomo non sono due palchi teatrali su cui si svolgono spettacoli separati. L’unico luogo in cui tutto si gioca è il cuore dell’uomo. Da ciò che sta più a cuore – dai nostri desideri quindi, dalle passioni, dai sentimenti – dipendono le relazioni, il lavoro, le istituzioni.

Per Agostino l’uomo non è solo un animale razionale, ma un animale desiderante, permeabile alle passioni [1]. Un essere triadico, fatto di intelletto, volontà e amore.

Guardando alla Storia egli individua – potremmo dire – un insolito problema “storico”: una carenza di desiderio. La questione per lui, nel vivere e costruire la storia, è che desideriamo troppo poco, anelando ad un ideale di felicità a cui si giunge con l’autocontrollo di sé e delle proprie passioni, pensiero della filosofia stoica con cui Agostino dialoga. Al contrario, dice Remo Bodei, filosofo e studioso di Agostino: Agostino i desideri li vuole infiammare.

E continua Bodei:

Senza nemmeno accorgerci, rischiamo di mobilitare una grande quantità di risorse intellettuali e praticare faticosi sforzi morali al solo scopo di corazzare la ragione e la volontà per inibire affetti e desideri, finendo così per contentarsi del meno e del peggio e rinunciare alla pienezza del vivere e alla felicità[2]”.

Ma è proprio così ai nostri giorni? In realtà noi oggi facciamo del sentire e dei desideri, il centro del nostro essere e il perno della definizione di persona (chi si troverebbe a casa nel definire la persona un “essere razionale?”), tuttavia, in modo non esplicito, il paradigma tecnocratico che papa Leone analizza come paradigma dominante dei nostri giorni, ci ripresenta quei valori di autocontrollo e autosufficienza che pensavamo di avere superato, designandoli come valori da perseguire ad ogni costo, come ideali di potere in grado di eliminare – e così risolvere – proprio le dimensioni “problematiche” della fragilità e della vulnerabilità, cioè degli affetti, dei desideri, delle passioni, del cuore, di cui ne conosciamo ancora troppo poco i segreti e da cui, in realtà, siamo “dominati”.

Dunque da una parte l’amore, i desideri, le passioni sembrano “sdoganati”, direbbero i giovani oggi: ma di quale amore si parla?

Dalla Magnifica Humanitas al n. 130

Sant’Agostino descrive la storia umana come luogo di lotta tra due amori, che hanno costruito due modi di abitare il mondo e di convivere, due città. Questi due amori lottano nel nostro cuore per il predominio. Il nostro tempo non sfugge a questa regola: la costruzione di Babele o quella di Gerusalemme inizia in ciascuno di noi.

Agostino vive negli ultimi due decenni della sua vita un evento storico sconvolgente: nel 410 Roma è saccheggiata, l’Impero Romano crolla. Nell’opera La Città di Dio Agostino riflette su quanto sta accadendo e la prospettiva da cui racconta è spiazzante: egli tratteggia una vera e propria “geopolitica del cuore”. Per Agostino gli accadimenti storici rivelano il cuore dell’uomo. Il cuore è al centro, con la sua libertà e le sue possibilità.

Esso può agire e incidere nella storia.

L’enciclica rivela ancora il suo tratto Agostiniano:

Dalla Magnifica Humanitas – nn. 210-212

Non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. (…) Ciascuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza o custodire la logica della pace.

La storia non è qualcosa che ci sovrasta, qualcosa che subiamo impotenti, una fatalità che si abbatte sulle nostre vite. La libertà, la nostra volontà, vere inquiline del nostro cuore, possono agire e incidere nella storia. Tutto inizia lì.

Tuttavia Agostino, esperto conoscitore del proprio cuore, continua: Due civitates abitano la storia, due qualità d’amore: quella degli uomini che amano Dio fino al disprezzo di sé, e quella degli uomini che amano se stessi fino al disprezzo di Dio.

Due civitates, due città, due civiltà opposte: una terrena, una celeste. Agostino specifica che questi due modi di abitare il mondo non sono rappresentativi di una istituzione particolare, di un gruppo specifico (come si potrebbe superficialmente intendere, lo Stato e la Chiesa) e non sono nemmeno da intendere come la città terrena, Babilonia, che è l’umanità che siamo ora nel mondo con i suoi travagli ed errori, separata dalla città celeste, Gerusalemme, la pienezza di vita, il paradiso, che vivremo solo nella vita dopo la morte.

Questi amori di segno opposto, queste civitates, sono mescolati nel cuore dell’uomo. E, per questo, l’abisso del cuore dell’uomo, la sua libertà, con tutti gli affetti, le passioni, i desideri ad essa legati, sono divisi in se stessi. 

Di fronte a tale divisione, come può Agostino continuare ad affermare il primato della libertà dell’uomo e la centralità del cuore, la sua responsabilità nei confronti degli accadimenti storici?

Agostino ci dice: è possibile agire assumendo in se stessi il lavorìo che si apre a partire proprio da tale divisione, da tale dissidio. Questo lavorìo lo chiama Ordo Amoris.

Agostino matura la consapevolezza che è necessario il riordino dell’Amore. Il suo riordino al Bene che è Dio, e grazie al Bene che è Dio.

E com’è fatto Dio, Sommo bene, a cui riordinarsi? Per Agostino Dio non è solo il Sommo bene, un Bene collocato in cima alla scala gerarchica dei valori che ognuno deve scalare da solo arrivando al Bene supremo; ma Dio è Bene comune, un Bene che ti apre allo spazio del comune, allo spazio gratuito dell’amore, dove tutto è di tutti, perché tutto è anche mio, io gli appartengo. Un cambio di paradigma nel modo di concepire Dio stesso.

Ogni nostra scelta è orientata e mossa da un amore, da un ordine dell’amore, da un Ordo Amoris, che si è strutturato nel corso della vita e che ci fa vivere: questo è per noi il nostro sommo bene. Finché quest’Ordine, quest’amore, è incontrastato nella nostra vita rimane assoluto e, buono o cattivo che sia, è in equilibrio. Poi, nella vita di fede, sopraggiunge la Grazia. Cosa opera in noi? Proprio lei manda in crisi il nostro equilibrio, il nostro Ordo amoris. Lo apre, lo destruttura.

Il nostro Sommo Bene è provocato ad aprirsi al Bene Comune, che comprende non più solo il mio ma anche il bene di ogni altro.

Questo è il passaggio che ci fa avvertire il dissidio tra le volontà, tra gli amori che abitano nel nostro cuore. Altrimenti, per quanto il dissidio sia costitutivo del nostro cuore, noi potremmo non avvertirlo mai, non riconoscerlo mai.

E una volta che la nostra libertà è in crisi, nel dissidio?

Per Agostino, lì, proprio lì, la Grazia, il Bene, continua ad agire come un peso che attrae, portando il dissidio fino alla sua esplosione, o guarigione. Il peso della Grazia si affaccia da dentro il cuore dell’uomo come un affetto, un Amore, che entra in relazione con la nostra libertà, con le nostre civitates, con le nostre volontà e passioni, e le invita a posizionarsi, facendo assaporare un nuovo gusto possibile, che non annulla il dissidio o la contrapposizione, ma li attraversa. Il peso della Grazia, di questo Amore Comune, si propone e si impone nell’intimità e nell’interiorità del cuore con una sua intelligenza, che non corrisponde ai canoni della sola ragione razionale, ma a quelli affettivi del Bene. Gli unici, in verità, in grado di persuadere le nostre ragioni assolute.  

È straordinaria l’intuizione di Agostino che Bodei così sintetizza: l’Ordo, il lavorìo di riordino, razionalizza l’amore. L’Amor erotizza la ragione. Un amore ordinato. Un ordine affettuoso.

Riordinare l’Amore significa dunque stare alla scuola di uno stile di Amore, di una civitas, che è il Bene Comune, in cui si giunge tutti da stranieri, ma in cui è possibile scoprirsi fratelli e sorelle.

Abbiamo bisogno di essere accolti, integrati ed educati alla qualità dell’amore che regola la socialità di tale città. Abbiamo bisogno di riordinare l’amore, perché nasca in noi il desiderio non scontato di camminare verso ciò che è co­mune, che è sempre più della somma di ciò che è mio e tuo.

Solo così il “comune” si svela nella sua bontà, nel suo essere un “bene”: ci libera dall’ossessione di cercare solo per noi stessi e di coltivare solo la nostra differenza, donandoci la gioia di collaborare ai sogni di ogni altro che mi appartiene e a cui appartengo.

Remo Bodei specifica: l’Ordo Amoris diviene per Agostino la colla di una nuova società, quella che si costituisce proprio grazie a coloro che scelgono di assumere il peso di questa trasformazione vitale. Così ai vincoli, alle relazioni naturali di appartenenza, si sostituiscono quelle elettive.

Dalla Magnifica Humanitas – nn. 186 – 187

La civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro come un alleato necessario nella costruzione del Bene comune. Solo questo amore sociale può trasformare la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino, l’interdipendenza tra i popoli da subita a una solidarietà voluta


[1] Remo Bodei pag 16. Ordo amoris conflitti terreni e felicità celesti

[2] Remo Bodei. Ordo amoris conflitti terreni e felicità celesti

Ordo amoris

Custodire e disarmare

di Alessia Perrone

Dalla Magnifica Humanitas – n. 1

Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo. Far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni singola persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile”.

La mia vita risuona a queste parole, quello che vivo ogni giorno si sente tirato in causa… il desiderio di vivere la fraternità mi chiama a questo lavoro costante: fare i conti con ciò che sono.

Questo costruire è anche un continuo de-costruire, smantellare muri per poter accettare i limiti, accogliere le fragilità senza considerarle un errore da correggere, un algoritmo da ottimizzare o un difetto da eliminare…

perché tutto ciò fa parte della nostra storia.

Costruire per me significa anche custodire, DISARMARE per dare il via a questo lavoro incessante, lavoro che ci consente di scendere in profondità per accedere a quegli strati umani di noi che poco frequentiamo.

Un lavoro esigente e probabilmente in controtendenza rispetto a questo tempo che ci chiede e ci fa credere tutt’altro.

Dalla Magnifica Humanitas – n. 15

“Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata”.

Io credo che il vero progresso non nasce dalla potenza di un processore, dalla velocità di calcolo e di risoluzione, dal dimostrare continuamente quanto valiamo o quanto siamo utili e performanti…

Quello che vivo oggi da qui, dal punto di vista del mio cammino di novizia in formazione, è che la vera crescita nasce dall’incontro, dall’ascolto, dal dialogo e questo lo sperimento ogni giorno attraverso le mie sorelle nel nostro vivere insieme, unite unanimi protese verso Dio.

Cerchiamo di costruire legami autentici fatti di sguardi sinceri, tempo dedicato per poter crescere e camminare verso questo grande desiderio di vivere una vita fraterna che cerca ciò che unisce e rifiuta ogni logica di violenza.

Questo tempo mi chiama ad agire e scommettere tutto qui, in questa vita insieme che unisce le forze per costruire nel bene, affinché la mia, la nostra umanità non perda mai la propria bellezza.

Il desiderio a più ampio raggio è che anche il mondo, in mezzo alle tecnologie più avanzate, possa riconoscere nel cuore pulsante dell’essere umano, come scrive papa Leone: l’unico luogo dove Dio desidera abitare.

Umanità

Il bene comune

di Sr Claudia Maiorelli

Il bene comune è il primo principio della Dottrina sociale della Chiesa e l’enciclica ne parla nel II capitolo ai nn° 59-64.

Ma a me pare costituisca la nota/la vibrazione a cui Papa Leone accorda ogni questione affrontata, ogni riflessione svolta.

Provo a farvi respirare l’aria che si respira in una comunità agostiniana: il clima spirituale/i panorami di senso/il linguaggio/il pensiero che circola nella casa di Agostino.

È il clima che ha respirato Robert Prevost…

Lo faccio attingendo a piene mani ad Agostino, appoggiandomi alla lettura che ne fa Padre Agostino Trapè, patrologo sopraffino, perito al Concilio Vaticano II, fondatore dell’Istituto Patristico Augustinianum, Priore Generale dell’Ordine.

Nel saggio Il principio fondamentale della spiritualità agostiniana (in: Sanctus Augustinus, Vitae Spiritualis Magister, Roma, 1956) p. Trapè si chiede: qual è il modo particolare d’intendere, di sentire la vita e il mondo dello Spirito propri di Agostino? Il suo timbro, dato dal suo temperamento, i suoi incontri, la sua biografia…

  • certamente la scoperta dell’amore come molla segreta della vita “non amavo ancora, ma amavo di amare” Conf. IV,16,26
  • l’essere umano, dunque, è il suo movimento “tendere ad”/è il suo divenire umano: “fecisti nos ad Te”… tutte le Confessioni sono un’orchestrazione di questo tema: l’essere fatti ad- f/atti per Dio
  • dramma: c’è nell’essere umano un “error horrendus” De Trin. XIV,14,18 per cui essendo fatto per Dio e per il bene, agisce spesso per il proprio male.

Il nome e il concetto dell’amore sociale sono agostiniani.

Ci riferiamo a un testo del De genesi ad litteram, che annuncia l’opera e l’idea madre del De civitate Dei.

De genesi ad litteram XI,15.20: Hi duo amores, quorum…alter socialis, alter privatus;

due amori dei quali l’uno è puro, l’altro impuro; l’uno sociale, l’altro privato; l’uno sollecito nel servire al bene comune in vista della città celeste, l’altro pronto a subordinare anche il bene comune al proprio potere in vista di una dominazione arrogante; l’uno è sottomesso a Dio, l’altro è nemico di Dio; tranquillo l’uno, turbolento l’altro; pacifico l’uno, l’altro litigioso; amichevole l’uno, l’altro invidioso; l’uno che vuole per il prossimo ciò che vuole per sé, l’altro che vuole sottomettere il prossimo a se stesso; l’uno che governa il prossimo per l’utilità del prossimo, l’altro per il proprio interesse…. fondarono due città distinte nel genere umano… e cioè la città dei giusti l’una, la città dei cattivi l’altra… mentre queste due città sono mescolate nel tempo, si svolge la vita presente Quarum etiam quadam temporali commixtione peragitur saeculum

Cosa intende Agostino per amore privato:
De genesi ad litteram XI,15.19
…un certo amore per il proprio interesse personale, amore al quale la lingua latina ha dato saggiamente la qualifica di privatus,

quemdam propriae rei amorem: cui sapienter nomen latina lingua indidit, cum appellavit privatum,

aggettivo usato evidentemente per indicare più una perdita anziché un guadagno; ogni privazione infatti comporta una perdita.

cum appellavit privatum, quod potius a detrimento quam ab incremento dictum elucet. Omnis enim privatio minuit. A causa del funesto amore di sé, dalla ricerca del bene comune si restringe al proprio bene individuale ex communi ad proprium.

Se accostiamo questo testo al De civitate Dei, in cui l’opposizione è tra amor sui e amor Dei, troviamo che l’amore sociale comprende:
amor Dei
amor proximi
amor sui ordinato

mentre l’amore privato abbraccia l’amor sui disordinato e la cupiditas.
L’amor sui è disordinato perché privato, se fosse sociale sarebbe ordinatissimo. Ciò che si possiede o si desidera possedere con esclusione di altri è privato, nel senso che è privato di un bene maggiore. Quale? Il bene comune!

L’opposizione tra bene sociale e bene privato, posta alla base delle due città, risponde a un motivo profondo e vitale dell’agostinismo:

Dio, oltre ad essere Sommo Bene (Summum Bonum)
è precisamente Bene Comune.

Discorso 47,30
Deus…. omnium est, communiter omnibus se ad fruendum praebens, in omnibus integer, in singulis integer.
Dio è di tutti e a tutti in comune si offre per essere goduto, intero in tutti, intero in ciascuno, quanti dicono: Mio Dio, non se lo dividono in parti fra loro. Ecco il discorso che ora sto pronunciando con la lingua. Col suono continuato delle lettere e delle sillabe esso giunge intero a ciascun uditore, né i diversi uditori se lo dividono in parti fra loro. Effettivamente, un discorso che risuona fisicamente agli orecchi del corpo viene percepito interamente da tutti gli uditori, sebbene in maniera più forte da chi sta vicino e più debole da chi sta lontano. Non viene diviso in sillabe, fra i diversi uditori, ma tutti lo ricevono per intero. Quanto più non sarà posseduto da tutti in maniera identica Iddio, che è presente ovunque e tutto riempie, non in maniera più marcata ciò che è vicino e in maniera più fioca ciò che è lontano, ma si estende con fortezza da un estremo all’altro e tutto dispone con soavità

La vera religione 46,88
Che c’è dunque di straordinario se non perviene al regno di Dio chi ama non ciò che appartiene a tutti, ma ciò che è suo soltanto?

Esp. Sul salmo 131,5
godere non di ciò che è privato ma di ciò che è comune. È quanto fecero quei tali con i loro beni privati: li misero in comune. E mettendo in comune ciò che avevano di proprio, forse che lo persero? Se avessero ritenuto i propri beni per se stessi e ciascuno avesse posseduto quel che era suo, sarebbe stato padrone soltanto del suo bene privato. Mettendo invece in comune ciò che era proprietà privata, anche le cose che prima erano proprietà altrui divennero sue. Mi presti attenzione la vostra Carità! È a causa delle proprietà private che ci sono tra gli uomini liti, inimicizie, scandali, peccati, malvagità, omicidi. Per quali motivi tutto questo? A motivo delle proprietà possedute in privato. Succede mai infatti che litighiamo per quanto possediamo tutti in comune? È pacifico che si respiri insieme questa stessa aria e si veda tutti lo stesso sole.

De civ. Dei XII,9,2
Coloro (ai quali questo bene è comune) che vivono il bene comune, hanno con Colui cui sono uniti e fra sé una società santa e sono una sola città di Dio,
Hoc bonum quibus commune est, habent et cum illo cui adhaerent et inter se sanctam societatem et sunt una civitas Dei

Davvero l’amore può far diventare comune ciò che è proprio?

Commento al Vangelo di Giovanni tr. 67,2
Uno potrà essere più forte di un altro, più sapiente, più giusto, più santo, ma nella casa del Padre vi sono molte dimore; nessuno verrà escluso da quella casa… Altro è lo splendore del sole, altro lo splendore della luna, altro lo splendore delle stelle; sì, perfino stella da stella differisce in splendore; così è per la risurrezione dei morti. Come le stelle in cielo, i santi hanno dimore diverse così come diverso è il loro splendore; ma nessuno viene escluso dal regno. E così Dio sarà tutto in tutti (cf. 1 Cor 15, 41-42 28), perché, essendo Dio carità (cf. 1 Io 4, 8), per effetto di questa carità ciò che ognuno possiede diventa comune a tutti. In questo modo, infatti, quando uno ama, possiede nell’altro ciò che egli non ha. La diversità dello splendore non susciterà invidia perché regnerà in tutti l’unità della carità.

E la nostra unicità/originalità? Non è frustrata dall’amore sociale? Agostino lo propone come sorgente di libertà e di autonomia, di fioritura dell’umano.

È la promessa e la scommessa ingaggiata dalla nostra comunità.

Bene comune

La domanda del nostro tempo

di Sr Simona Ibba

Chi sta trasformando chi? Chi sta dominando chi?

È la domanda del nostro tempo.

Ogni mattina facciamo decine di gesti senza pensarci. Apriamo il telefono. Il navigatore decide la strada migliore. Un algoritmo sceglie la musica. Suggerisce le notizie da leggere, i film da vedere, perfino le persone che potrei conoscere.

“Fermati” ci dice Papa Leone. E pensa.

Chi sta addomesticando chi?

Sono io che uso la tecnologia… o è la tecnologia che, silenziosamente, mi sta guidando a guardare il mondo con i suoi occhi?

Dietro ogni invenzione c’è sempre una domanda umana. Non inventiamo mai qualcosa per caso. Inventiamo perché desideriamo di più: più velocità, più conoscenza, più controllo, meno fatica.

Ma ogni grande tecnologia, a un certo punto, smette di raccontare se stessa e comincia a raccontare noi.

È questo il cuore del terzo capitolo della Magnifica Humanitas. La domanda non è: “Che cos’è l’intelligenza artificiale?”. La domanda è: chi è l’essere umano?

Papa Leone, sulla scia di Papa Francesco, usa un’espressione: paradigma tecnocratico.

È l’idea che tutto debba essere efficiente. Ottimizzato. Misurabile. Calcolabile.

Ma ciò che è più veloce è anche migliore?
Ha valore solo ciò che si può misurare?

La fiducia si misura?
L’amicizia si ottimizza?
L’amore si calcola?

E se l’efficienza diventa il criterio con cui giudichiamo tutto… che spazio resta per la fragilità? Per il perdono? Per la gratuità? Per la fraternità?

Una persona vale per quello che produce?

L’intelligenza artificiale rende queste domande urgentissime.

ChatGPT non pensa come noi.

Non comprende il significato delle parole. Calcola probabilità. Individua correlazioni dentro quantità immense di dati.

Eppure c’è qualcosa di nuovo che nessuna tecnologia aveva mai mostrato con questa forza.

Gli ingegneri progettano il sistema. Ma non riescono a spiegare completamente perché quel sistema abbia prodotto proprio quella risposta.

È ciò che chiamiamo black box. Una scatola nera. Vediamo ciò che entra. Vediamo ciò che esce.

Ma il percorso nel mezzo è opaco.

Ci dobbiamo impaurire? Dobbiamo demonizzare la tecnologia?

No.

L’intelligenza artificiale è uno strumento straordinario. Può migliorare la medicina, la ricerca, l’educazione, il lavoro.

Il problema non è la macchina. La vera domanda non è se l’IA sia buona o cattiva.

La vera domanda è:

chi decide i criteri con cui essa decide?

Nessun algoritmo è neutrale.

Ogni algoritmo decide ciò a cui dare valore. Cosa premiare. Cosa ignorare.

Dietro ogni riga di codice c’è sempre un’idea di essere umano.

Per questo l’enciclica insiste su una parola decisiva: responsabilità.

In inglese: accountability.

Qualcuno deve poter dire:

“Quella decisione è mia. Me ne assumo la responsabilità.”

Se un algoritmo esclude una persona da un lavoro… nega un prestito… influenza una diagnosi…

chi porta il peso di quella scelta?

Una società in cui nessuno risponde più delle proprie decisioni è una società che ha già iniziato a perdere la libertà.

Oggi il potere infatti non passa soltanto attraverso il denaro o le armi.

Il potere passa attraverso i dati.

Chi possiede i dati?
Chi scrive gli algoritmi?
Chi decide ciò che vedremo e ciò che non vedremo mai?

L’enciclica suggerisce una domanda ancora più radicale.

Perché questa tecnologia ci affascina così tanto?

Forse perché promette il sogno più antico dell’umanità.

Essere più intelligenti. Più veloci. Più potenti. Magari, un giorno, persino meno vulnerabili.

È il sogno del transumanesimo, del postumanesimo.

Superare il limite.

Siamo sicuri che il limite sia un errore? O forse è proprio il limite a renderci umani?

È il limite che ci costringe ad affidarci.
È il limite che rende possibile la compassione.

È il limite che ci apre all’amore.

Un algoritmo può descrivere perfettamente una lacrima. Può riconoscerla. Classificarla. Perfino prevederne la causa.

Ma non può piangere con qualcuno.

Non può attraversare un lutto.

Non può imparare dal perdono ricevuto.

Può simulare l’empatia. Ma non può essere trasformato dall’amore.

Ed è qui che l’enciclica apre una prospettiva.

Il vero “più che umano” non è un essere potenziato dalla tecnologia.

Non è un uomo che elimina ogni fragilità.

È un uomo che scopre che proprio il limite può diventare il luogo della relazione, della libertà e della grazia.

Forse, allora, la domanda decisiva non è quanto potente diventerà l’intelligenza artificiale.

La domanda è un’altra.

Mentre costruiamo macchine sempre più potenti… stiamo diventando esseri umani migliori?

Il futuro non dipende da ciò che l’intelligenza artificiale sarà capace di fare.

Dipenderà soprattutto da ciò che noi sceglieremo di diventare. Da ciò che desideriamo.

La domanda del nostro tempo

Una parabola

di Sr Giulia Vannini

“Per sopprimere totalmente il dolore bisognerebbe, in fondo, spegnere anche l’amore e il desiderio. Chi ama e desidera, infatti, non può evitare di passare attraverso la prova e la sofferenza (…) Rinunciare a questa avventura, insieme drammatica e splendida, in nome di un presunto superamento di ogni limite potrebbe significare qualsiasi cosa, ma non più essere umani.”

Magnifica Humanitas, n. 120

Nell’enciclica emerge una dimensione centrale dell’esperienza umana, una porta attraverso cui l’uomo e la donna scelgono chi essere: il desiderio.

Papa Leone attinge da Agostino l’importanza del desiderio come linguaggio: “Chi desidera, anche se tace con la lingua, canta con il cuore; chi invece non desidera, anche se ferisce con le sue grida le orecchie degli uomini, è muto dinanzi a Dio.” (Esposizione sl. 86,1)

Prima ancora delle parole, il cuore ha una sua musica: il desiderio. E Dio la ascolta.

Ogni epoca, così come ogni uomo e ogni donna, è mossa da un desiderio.

Non nasciamo sapendo che cosa vale la pena desiderare: lo impariamo dalle persone che incontriamo, dalla storia che viviamo, dalla cultura che ci circonda. Eppure emerge da un luogo profondo, che non è riducibile a ciò che è esterno a noi e ci condiziona.

Leggendo l’enciclica e l’amore con cui papa Leone guarda il nostro tempo e la nostra storia, mi sono lasciata accompagnare da una domanda: Oggi cosa stiamo desiderando come umanità? Verso dove ci stiamo muovendo? Perché il desiderio orienta la vita: non siamo soltanto ciò che pensiamo, ma diventiamo ciò che desideriamo e quindi ciò che amiamo.

Scrive ancora Agostino:

“Ciascuno è tale quale l’amore che ha. Ami la terra? Sarai terra. Ami Dio? dovrei concludere: tu sarai Dio.” (Commento alla Prima Lettera di Gv 2,14)

L’enciclica al n.111 insiste su una verità decisiva: “ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità”. Nessuna innovazione è semplicemente tecnica. Ogni progetto racconta quale umanità sogna.

E il rischio, osserva il Papa, è che una visione profondamente antiumana finisca per sembrarci la più ragionevole, la più “giusta e normale” (Magnifica Humanitas, 112).

L’enciclica si pone questa domanda, centrale, quanto drammatica: quale visione dell’uomo vogliamo custodire?

Centrale, perché rimette decisamente al centro l’umano, drammatica perché percepiamo che qualcosa dell’umano lo stiamo già perdendo.

Dove l’immaginario collettivo e dunque il desiderio degli uomini e delle donne si chiude nella cultura della potenza: la normalizzazione della guerra, la forza senza limiti, il potere delle armi, la disistima del dialogo, la rassegnazione all’ineluttabilità della violenza, il vangelo spinge alla continua riapertura dell’immaginazione umana.

Anche il Vangelo, infatti, ci espone il suo desiderio. Nelle Parabole Gesù ci racconta il suo sogno di umanità, il sogno di umanità di Dio, quella del Regno. Le prime comunità cristiane hanno sentito il bisogno di custodire e ridirsi cosa Gesù immaginava, sperava, desiderava per noi: la promessa di un Regno già presente e che tuttavia la storia sembra continuamente smentire. Il sogno di Gesù ci convoca pienamente: un contadino che getta il seme, una donna che impasta il lievito, un padre che attende, un pastore che cerca, un mercante che osa, un campo che custodisce. Come ogni desiderio, il linguaggio delle parabole appare sproporzionato: parla del piccolissimo, del granello di senape, il più piccolo di tutti i semi, per lasciar intuire qualcosa di infinitamente più profondo.  Il desiderio, infatti, si sporge sempre in avanti, esagera, non calcola, costringe a pensare, apre possibilità nuove. Non offre anzitutto chiarezza, offre uno spazio in cui la libertà possa muoversi. Così è anche la parabola: invita a intuire, a immaginare, a sognare. Come una traversata ci traghetta là dove ancora non siamo. Ci conduce altrove. Si fa strada, lentamente, dentro le nostre visioni troppo ristrette, apparentemente ovvie e perfino giuste, e apre uno spiraglio inatteso di gioia, di vita e di possibilità.

Le parabole non descrivono semplicemente la realtà: la aprono. Ci insegnano a immaginare il mondo secondo il sogno di Dio, perché rinasca, prima nel desiderio, e poi nella storia.

Papa Leone conclude l’enciclica, consegnandoci la parabola di Maria di Nàzaret:

“Davanti a Elisabetta che le annuncia che è diventata la madre del Signore, Maria esplode in un inno di lode e di gioia…D’improvviso, Maria vede tutta la storia con gli occhi di questa scoperta. Nulla è cambiato attorno a lei: la situazione socio-politica della sua epoca resta la stessa, con i Romani che dominano la sua terra e il suo popolo diviso e umiliato. Eppure, tutto è cambiato dentro di lei, e ciò le consente di vedere l’invisibile.

Magnifica Humanitas, n. 243

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