27 Agosto 2026
Meditazione a cura di Sr Chiara Calderoni

- Introduzione
La memoria Dei, la memoria di Dio è espressione latina che nella riflessione Agostiniana indica la Capax Dei, cioè la capacità dell’uomo di entrare in relazione con Dio, di aprirsi al divino, di conoscerlo, di ricordarsene.
Agostino nel De Trinitate scrive (399-419):
XIV, 8, 11
Anche quando lo spirito è degradato e deforme per la perdita della partecipazione a Dio, resta tuttavia immagine di Dio; perché esso è immagine di Dio in quanto è capace di Dio e può essere partecipe di lui.
È la memoria di qualcosa di incancellabile, eterno, che ci mette originariamente in relazione con Dio, la memoria di un’apertura, di una capacità, che segna indelebilmente il nostro essere. La memoria che noi siamo capaci di, possiamo.
Chiediamoci:
Di cosa si tratta?
e
Che senso può avere parlarne oggi?
Se ci pensiamo bene, “memoria” è un termine che innanzitutto porta con sé un campo semantico che riguarda il passato, ciò che è stato e non è più, e io ricordo.
Tuttavia, dal punto di vista della vita, la memoria ha a che fare sì con ciò che abbiamo vissuto nel passato, ma che si è impresso in noi e ha segnato, in positivo o in negativo, le nostre vite, la vita del mondo, e con cui facciamo i conti oggi.
Paul Ricoeur, filosofo francese di ampio respiro scomparso recentemente nel 2005, cresciuto orfano di entrambi i genitori, dedica molta della sua riflessione al tema della memoria, aiutandoci ad introdurre pennsieri nuovi al riguardo.
Lui dice che nel modo comune di intendere, per noi “passato” è un sostantivo, come se dicessi: mela, tavolo, mare, ecc. Il passato è una cosa, un luogo dove starebbero i ricordi dimenticati. In realtà dal punto di vista grammaticale “passato” è un participio sostantivato, dunque è un verbo, un’azione: Passato, qualcosa che passa.
Passato come verbo ha una doppia valenza: qualcosa che non è più, che è passato appunto, ma anche “qualcosa che è stato. E potremmo aggiungere una terza valenza: qualcosa che passa, che è in movimento quindi.
Queste accezioni per Ricoeur vanno tenute insieme per intendere il passato, per rivisitarlo.
Per Ricoeur la memoria è un viaggio in cui è necessario attraversare l’esperienza della perdita, cioè lasciar passare davvero il passato, mettere con esso una distanza, separarsene, perché esso passi davvero e io, ad esso legato, sia però nell’oggi, con un passo nel futuro.
Agostino nel corso della sua vita e a partire dalla sua vita, compirà proprio questa operazione straordinaria di rivisitazione del passato e di visitazione del futuro, potremmo dire, a più livelli.
Ne Le Confessioni (397-400), Agostino compie questa elaborazione dal punto di vista personale. Tale elaborazione culmina nel De Trinitate, alcuni anni dopo, con questa intuizione folgorante dell’uomo Capax Dei, memoria Dei. Una memoria che riattraversando il passato, scorge il futuro. Vi racconto nella prima parte alcuni snodi delle scoperte a questo riguardo.
Ne La Città di Dio Agostino compie la stessa operazione dal punto di vista collettivo, culturale, nel cambio d’epoca che si troverà a vivere. Rivisitare il passato per aprirsi al futuro in una lettura della storia grande. E condividerò alcuni aspetti nella seconda parte.
OBIETTIVO: Il percorso per dire cosa?
Ciò che mi sta a cuore condividere è la novità profondamente umana che Agostino vive e pensa nella sua biografia e nella sua epoca. Agostino ci rimette nelle mani il passato, con gli errori e le colpe commesse, da riattraversare e perdonare, e la novità del futuro sempre possibile, chiedendoci di assumere la libertà e l’amore di interpretare in modo nuovo ciò che è stato affinchè sia qualcosa di nuovo, di diverso.
Dimenticare a memoria

Le Confessioni sono un’opera comunemente conosciuta come una sorta di autobiografia di Agostino. È davvero così?
Ne Le Confessioni Agostino ricorda, fa memoria, da una prospettiva particolare, quella della Confessione appunto, che nel suo senso più immediato potrebbe limitarsi ad essere: dire i nostri peccati a Dio e una lode a Lui per le grazie ricevute.
In realtà è molto di più.
Il fare memoria confessando, non è fare una cronaca storica procedendo in modo archivistico nella sistemazione dei ricordi. Il che non significa che la confessione non voglia essere obiettiva o fedele, ma il suo scopo è un altro. La narrazione confessiva è un’opera di scrittura e riscrittura di sé, che illumina alcuni ricordi e ne dimentica altri.
Questa operazione è qualcosa che tutti noi abbiamo bisogno di fare, non solo chi deve nascondere qualcosa che nel passato non è andato bene. Visto che ho sbagliato, devo riscrivere chi sono… Tutti noi diventiamo chi siamo se ci raccontiamo, se ci scriviamo e riscriviamo, tendendo un arco dal passato al futuro.
Ricoeur direbbe: Il passato chiede di ridirsi, chiede di essere narrato ancora e ancora, perché si riprenda ancora e ancora la scrittura della storia. Il passato reclama il dire del racconto dal fondo stesso della propria assenza.
Io ricordo, racconto, così attualizzo nel presente il passato e chiamo a me il futuro.
Dal modo di questo racconto, di come ricordo e attualizzo nel presente ciò che ho vissuto, dipende il modo di vedere il futuro.
Nel libro X, 8, 14 Agostino scrive a questo proposito:
“Su queste azioni che si presentano alla memoria io rifletto e medito azioni future, eventi e speranze. E nell’animo mio, ripieno di tante immagini di cose passate, mi vado dicendo: ecco, farò quella cosa o quell’altra”.
E ancora, nel libro XI, 18, 23:
“Dunque se il futuro e il passato esistono voglio sapere dove si trovano. E se ancora non lo so, so tuttavia che in qualunque luogo essi si trovino, lì non sono né futuro né passato, ma sono il “presente”. Ovunque siano e comunque siano, non possono essere, in quel luogo occulto, se non il “presente””.
Nella confessione non mi volgo più semplicemente al passato per riprodurre in maniera piana ciò che è stato, ma affinchè l’atto del ricordo produca qualcosa nel presente e apra il futuro.
Cos’è questo qualcosa da produrre? Questo futuro da aprire? È trovare una connessione, un senso, tra le cose accadute.
L’atto del fare memoria confessando è ricordare eventi/situazioni della vita collegandoli tra sé, intuendo la connessione tra loro, la relazione tra loro. Il ricordo che confessa non si fissa sul singolo evento, ma lo contestualizza nella trama dell’esistenza in cui si inserisce. In questo modo la memoria che confessa è per Agostino una memoria che ricostruisce, riconoscendo la relazione di senso che lega gli eventi che porto alla narrazione.
Trovare il senso è la novità perché sono io che ricordando scelgo di legare i ricordi in un certo modo nella memoria. Questa novità è rintracciare il futuro già nel passato.
Ricoeur scrive a questo proposito:
L’opinione comune crede che il passato non può più essere cambiato e per questo sembra determinato. Soltanto il futuro può essere ritenuto incerto, aperto e in questo senso indeterminato. Questa però non è che la metà del vero perché se i fatti sono incancellabili, se non si può più disfare ciò che è stato fatto, in compenso il senso di ciò che è accaduto non è fissato una volta per tutte. Al passato pensiamo di essere debitori, ma è delle promesse non mantenute del passato che siamo debitori.
Dunque la confessione è questo atto di risignificazione del passato che gli dona un nuovo senso. Questo nuovo senso, il futuro nel passato, per Agostino, è cogliere la presenza di Dio all’opera da sempre nella sua vita, anche quando Lui non lo sapeva. Riconosce che la sua vita non è mai stata lontana da Dio. Da se stesso sì, ma non da Dio. Da questa consapevolezza, la memoria si fa riconoscenza e diventa lode, fin nei meandri più reconditi e oscuri del passato. Questo mi permette di far mio in modo nuovo il corso della mia vita.
Fare memoria del passato per Agostino è spingersi così tanto all’indietro, fino alla riconoscenza e alla lode che, Ricoeur direbbe citando un altro grande filosofo Rosenzweig: l’indietro del passato diventa il sotto.
Come dire che mi spingo così tanto all’indietro, sotto di me, nelle profondità di me, dove sta il passato, che mi imbatto nella riconoscenza, nella lode, nel futuro.
Sì, il passato dunque inteso come la nostra origine, che non sta all’indietro in una linea cronologica lineare del tempo (io sono qui, all’indietro c’è il passato, e davanti ho solo futuro). Ma il passato, la nostra origine, sta sotto di noi, come lo strato più profondo e originario del nostro essere. È questo lo strato che la memoria di Agostino vuole ricordare: la presenza di questa origine da cui sola scaturisce la riconoscenza. Questo strato è la nostra Capax Dei, il nostro essere costitutivamente aperti a Dio, capaci di Lui. Qui, nel ricordo di questa promessa originaria, la mia vita può ripartire. Il futuro, dal passato, nel passato, si schiude.
Per Agostino questa presenza e promessa originaria, è la presenza del desiderio della vita beata, del bene che è Dio, impressi in ogni uomo. Tutti vogliono essere felici…
Conf. X, 20, 29
Mi domando se la vita beata risiede nella nostra memoria. Non l’ameremmo se non la conoscessimo. La felicità è desiderata da tutti e se interrogati, tutti risponderanno all’unisono di voler essere felici. Ciò non potrebbe avvenire se non fosse certo che nella memoria si ha cognizione di cosa sia la felicità e cosa significhi quel nome.
Conf. X, 21, 31
Dove e quando ho avvertito in me la cognizione della vita beata, da amarla e desiderarla? Non solo io o altri pochi, ma tutti la bramano. Ora, senza avere una conoscenza di cosa sia, non avremmo tanta voglia di possederla…
Chi la cerca in un modo, chi in un altro: unico però è l’obiettivo da raggiungere.
E poiché questo è un sentimento, un desiderio che nessuno può affermare di non avere, si trova certamente nella memoria di ciascuno, e si avverte la sua presenza quando se ne sente pronunciare il nome.
Ma è come se l’uomo se ne fosse dimenticato, non se ne ricordasse. Eppure è lì, nella memoria, in una tensione tra ricordo e dimenticanza che Agostino così esprime:
Conf. X, 16, 24
Pronunzio la parola “dimenticare” e so cosa significhi. Se io avessi dimenticato il significato, non saprei cosa voglia dire la parola che pronuncio… Come può essere presente il dimenticare nella memoria perché io lo ricordi, quando, se presente, io non posso ricordare?
Tuttavia, anche se questo ragionamento è incomprensibile e inesplicabile, io sono certo di ricordarmi anche di “aver dimenticato”. Grande facoltà è la memoria!
La nostra memoria ricorda di aver dimenticato…
Questo “sapere di aver dimenticato” è il ricordo della vita beata. Questa dimenticanza è vera e propria presenza di un’assenza nella nostra memoria. Questa “presenza assente” si manifesta come desiderio, anelito, inquietudine.
L’inquietudine è la traccia del ricordo di questa dimenticanza, che viene risvegliata dalla realtà, sollecitata, e ci mette in ricerca.
Verso dove?
Dire che ci mette alla ricerca della felicità, di Dio, per Agostino significa dire che ci mette in cerca di noi stessi e della nostra verità. L’inquietudine risvegliata, risveglia la memoria di chi siamo.
Ecco dunque, Signore Dio nostro, Creatore nostro, quando (…)la nostra anima comincerà ad essere davvero viva e a vivere bene, e si sarà compiuta la tua parola, che dicesti per bocca del tuo Apostolo: “Non uniformatevi a questo secolo”; allora seguirà anche quanto aggiungesti subito dopo, dicendo: “Trasformatevi rinnovando la vostra mente”, non però secondo la specie(…). Tu non dicesti: “Sia fatto l’uomo secondo la sua specie”, bensì: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”. Con queste parole ci hai fatto conoscere la tua volontà.
Ecco cosa dobbiamo ricordare: l’immagine di Dio in noi. Un’immagine che è stata sovrascritta, dimenticata. E che eppure ricordiamo di aver dimenticato, perché siamo inquieti, aneliamo, desideriamo.
Per Agostino la conversione, citando l’apostolo Paolo, è un itinerario di purificazione della memoria. Conversione è un’opera di destrutturazione dell’immagine che ordinariamente noi abbiamo di noi stessi. Noi normalmente per conversione intendiamo: cambiare, perché stiamo sbagliando. Per Agostino significa ricordarci lo strato primo e più intimo del nostro essere e dimenticare le sovrascritture. Ecco il gioco di ricordo e oblio/dimenticanza della memoria.
Chi ci ha mai parlato della memoria in questi termini?
Perché è così complesso operare tale ricordo e tale dimenticanza?
Guardando alla vicenda storica e biografica che Agostino confessa, intuiamo che per lui questo è stato un processo complesso e affatto scontato. È un processo nato dal suo desiderio inquieto risvegliato dagli appelli della vita, da cui si è progressivamente lasciato toccare e destrutturare, fino alla soglia più intima della sua parte più intima (intimior intimo mei). E qui, in questa soglia, in cui si scopre di fronte a Dio immagine di Lui, può stare di fronte a sé, può ricordarsi di sé deforme, menzognero, ferito, angustiato. È una visione di sé a cui Agostino si risveglia, nella verità, ma a cui resiste. Vorrebbe nascondersi.
Conf. VIII, 7, 16
Tu o Signore mostravi me a me stesso. Per non vedermi mi ero nascosto dietro le spalle, tu invece o Signore mi hai preso e mi hai messo davanti a me stesso, così com’ero… Mi vedevo e ne provavo ribrezzo. Ma non sapevo dove fuggire. E se cercavo di distrarmi, di non pensarci, di non guardarmi… c’eri tu Signore che mi richiamavi e mi costringevi a non chiudere gli occhi su me stesso, perché scoprissi (mi ricordassi) della mia iniquità e la condannassi. Io la conoscevo e facevo finta di non vederla, la coprivo, la dimenticavo.
Risvegliarsi alla realtà del ricordo di Dio in noi, al ricordo di Colui di cui siamo immagine, significa ricordare e non più dimenticare innanzitutto la nostra deformità.
Insieme ad Agostino, in questa opera di destrutturazione e ristrutturazione, c’è la Grazia (c’eri tu Signore…) che fa memoria con noi, in cui immagine di Dio e deformità non sono in contraddizione tra loro.
Solo la Grazia dell’Amore, in Agostino, ha la forza di condurci ad attraversare il ricordo di questa realtà conducendoci così nel luogo più profondo di noi, nel luogo di tensione della nostra libertà, lì dove passato e futuro possono incontrarsi.
Sempre nel libro VIII delle Confessioni, nel mezzo della citazione che abbiamo letto poc’anzi, Agostino scriveva:
Conf. VIII, 7, 16
Mi spingevi davanti ai miei occhi perché vedessi quello che ero e mi decidessi.
La Grazia ci spinge perché possiamo vedere “quello che ero”, dice Agostino e mi decidessi…
La Grazia ha a cuore di ricordare in noi e per noi le possibilità della nostra libertà, della nostra volontà, che può davvero agire, decidere. Ma cosa Agostino ha bisogno di decidere?

Ordo Amoris: destrutturare, riordinare, ricordare
Dicevo all’inizio che secondo me ne La Città di Dio Agostino compie una lettura della storia collettiva alla luce dell’elaborazione più personale che egli ha fatto ne Le Confessioni.
Cos’è La Città di Dio? Un’Opera straordinaria che Agostino scrive tra il 413 e il 426. Ciò che lo muove a tale impresa è un evento storico: il Sacco di Roma, la conquista di Roma la Grande ad opera dell’esercito dei Visigoti di Alarico che segnerà l’inizio del Crollo dell’Impero Romano d’Occidente. Un vero e proprio crollo di civiltà, un vero e proprio cambio d’epoca. Un trauma storico.
Remo Bodei, filosofo e studioso di Agostino, così ci racconta l’Agostino de La Città di Dio:
“Agostino è il filosofo che nel momento stesso del crollo di un universo politico, della distruzione di quella Roma aeterna il cui dominio sembrava non dovesse mai finire, è stato capace di gettare un ponte attraverso una tradizione spezzata. Sta alla fine e all’inizio di un’epoca, in un momento di vuoto, di lacuna, di interregno, che pone al pensiero una sfida inaudita per uscire dall’assenza di prospettive e dalla carenza di forme che organizzano la vita associata [1]”.
Una descrizione dei tempi storici che mi sembra più che mai attuale, a noi così contemporanea e che Agostino ha già vissuto.
Chiediamoci:
Il pensiero di Agostino può aiutarci ad attraversare il nostro tempo storico? Il crollo della nostra epoca?
E se sì, cosa c’entra con la memoria e quanto detto finora?
Remo Bodei ancora dice:
“Agostino attraverso la memoria, l’interiorità, l’interior homo, ha trovato la strada per la rinascita e la riformulazione di particolari legami comunitari”.
Ecco in questa seconda parte vorrei tentare di tirare un filo tra il significato della memoria in Agostino che abbiamo un po’ visto finora, e la vita associata, i legami comunitari, il nostro vivere insieme, così ferito oggi.
A questo proposito alcuni grandi della storia hanno già indagato, studiato, approfondito l’eredità straordinaria di Agostino. In particolare Hannah Arendt, una delle personalità più importanti del fermento filosofico e culturale della Germania degli anni 30, che si ritrova a fare i conti con l’ascesa del nazionalsocialismo di Hitler e con gli eventi drammatici che ne sono seguiti. In quei tempi di violenza e di totalitarismi, all’inizio del secolo scorso, come guida e maestro della sua attività intellettuale, Hannah Arendt scelse proprio Agostino. Scrive di lui:
“Agostino si trova a vivere e a pensare in un periodo in cui la triade romana di governo costituita da religione, tradizione e autorità si è spezzata. La religione si è trasformata in un rituale che ha perduto le sue intrinseche motivazioni e il vivente nesso con le origini, la tradizione è divenuta volontà di restaurazione di un passato ormai irrecuperabile e l’autorità ha toccato uno dei livelli più bassi di impotenza. La vita in comune, l’inter homines esse, non può più essere governata dal riferimento ad un corpo condiviso di leggi e dall’obbedienza spontanea ad una qualche auctoritas facilmente riconoscibile”.
“La grande operazione politica e filosofica insieme, teorica e pratica, di Agostino è stata quella di recuperare la tradizione politica romana spostandola su un altro piano e mutandone completamente il segno. Egli ha compiuto il miracolo di salvare il passato mediante la memoria, che è la facoltà di riattualizzare il passato nel presente, e di compiere un nuovo inizio, di rompere col passato e di inaugurare nuove forme di rapporto degli uomini fra loro e con se stessi. E’ riuscito nell’impresa di unire la durata della tradizione con la novità e la freschezza “rivoluzionaria” di un inizio. Il risultato sarà quell’istituzione durevole che è la Chiesa, proiettata ad un ordine più alto rispetto allo stato (che crollava), quello dell’amore”.
Così Hannah Arendt interpreta l’operazione straordinaria di Agostino nella sua epoca.
Ma: come poter parlare di nuovo inizio, di rottura col passato, in un’epoca ricca di violenza come la nostra, come quella che Hannah Arendt stessa ha vissuto, che Agostino ha vissuto?
Agostino nel discorso 113/A tenuto il 25 settembre del 410, dopo nemmeno un mese dal Sacco di Roma, avvenuto nell’agosto di quell’anno, scrive:
“Il mondo ora è come un torchio, è sotto pressione; ma se sei fango, passi attraverso le fogne; se sei olio, rimani nel doppio recipiente. (…) A volte nel mondo si verificano pressioni: per esempio, carestia, guerra, miseria, povertà, mortalità, furto, avarizia. Scegli tu che cosa vuoi essere. Non puoi infatti dire: «Voglio stare senza fuoco»; sei già nella fornace dell’orafo, dove il fuoco deve entrare. È più necessario che tu sia lì, perché senza fuoco non potresti esistere”.
Agostino riconosce che c’è una necessità storica, qualcosa che “al di là” di noi è accaduto e accade e ci mette in pericolo. Tuttavia egli non legge la storia come necessitata. “Scegli tu chi vuoi essere”. La libertà dell’uomo, per Agostino, è lo snodo dove si giocano gli eventi della storia.
Così abbiamo concluso la prima parte: La Grazia ha a cuore di ricordare in noi e per noi le possibilità della nostra libertà, della nostra volontà, che può davvero agire, perché finalmente ci ricorda chi siamo e di chi siamo.
Abbiamo sempre una domanda in sospeso dalla prima parte… Possiamo agire e decidere, ma cosa? Teniamola lì.
Anche Papa Leone al n 210 – 212 della Magnifica Humanitas scrive:
Non interpretiamo il presente come un destino chiuso, ma come un campo aperto alla conversione personale e collettiva. (…) Ciascuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza o custodire la logica della pace.
Agostino ci toglie dalla consolante idea della necessità, dell’ordine cosmico, del fatum, che ci rende in fondo tutti vittime della storia verso la quale non possiamo nulla. La libertà, la nostra volontà, vere inquiline del nostro cuore, possono agire e incidere nella storia. Hanno un peso decisionale.
Ma che libertà è quella di cui parla e di cui fa esperienza Agostino?
Agostino eredita il panorama filosofico e culturale degli stoici, secondo cui la libertà è una facoltà razionale. L’uomo è autosufficiente in grado di governare se stesso, tenendo a bada affetti e desideri, volontà e passioni.
Agostino, all’interno di questo panorama, fa esperienza in se stesso di quanto la sua ragione, per quanto intelligente e capace, non sia in grado di governarlo, di orientarlo a scelte libere.
Per Agostino la libertà è intimamente legata al mondo degli affetti, quindi delle passioni, dei desideri, dei sentimenti, della volontà.
Sono loro che “fanno” la nostra libertà, la determinano, la muovono ad agire.

Papa Leone nell’enciclica Magnifica Humanitas esprime benissimo tale aspetto della riflessione Agostiniana, al n 130:
Il modo in cui pensiamo e strutturiamo le relazioni, il lavoro, le istituzioni manifesta i nostri valori fondamentali e, in ultima analisi, ciò che ci sta più a cuore.
È un amore che ci guida: quello che amiamo davvero, sia come singoli che come società, orienta la nostra vita e il nostro agire.
Una libertà determinata quindi dall’amore.
Per questo per Agostino riflettere sulla libertà, è riflettere sull’amore, sull’abisso che è il cuore dell’uomo, dunque sulle relazioni.
Nelle Confessioni Agostino così si esprime nel libro XIII, 9, 10
Ogni corpo è sospinto dal proprio peso al suo posto. Il mio peso è il mio amore, da lui mi lascio portare ovunque voglia portarmi.
Agostino arriva alla consapevolezza che l’amore è il peso – il Pondus – che porta. Il Pondus dell’amore determina la libertà.
Oggi legittimare la parola amore in ambito filosofico, accademico, politico, sembra così ingenuo. Ci limitiamo a relegare l’utilizzo di questa parola in ambito personale. Un personale che, per di più, cade spesso nella deriva del privato, e del privatistico/intimistico.
Agostino, al contrario, parte da questo nucleo per guardare anche alla storia grande del mondo. Ne La città di Dio Agostino tratteggia una vera e propria “geopolitica del cuore”. Gli accadimenti storici rivelano il cuore dell’uomo.
Una storia dunque fatta di relazioni in cui ciascuno si gioca con la propria libertà e il proprio amore.
Agostino nel De Civitate Dei, afferma: Due civitates abitano la storia, due qualità d’amore: quella degli uomini che amano Dio fino al disprezzo di sé, e quella degli uomini che amano se stessi fino al disprezzo di Dio.
Due civitates, due città, due civiltà opposte: una terrena, una celeste. Agostino specifica che questi due amori, due modi di abitare il mondo, non sono rappresentativi di una istituzione particolare, di un gruppo specifico (come si potrebbe superficialmente intendere, lo Stato e la Chiesa) e non sono nemmeno da intendere come la città terrena, Babilonia, che è l’umanità che siamo ora nel mondo con i suoi travagli ed errori, separata dalla città celeste, Gerusalemme, la pienezza di vita, il paradiso, che vivremo solo nella vita dopo la morte.
Questi amori di segno opposto, queste civitates, sono mescolati nel cuore dell’uomo, le due civitates sono permixtae.
Lo dice nel De Civitate Dei, libro I,35 e poco prima, nel 412, lo aveva scritto nell’esposizione al salmo 136:
Le due città non sono riconoscibili in questo fluire dei tempi e sono fra di loro mescolate, fino a che non siano separate dall’ultimo giudizio.
Per questa commistione, l’abisso del cuore dell’uomo, la sua libertà, con tutti gli affetti, le passioni, i desideri ad essa legati, sono divisi in se stessi.
Dunque il pondus dell’amore deve attraversare il dramma della commistione, che è il dramma della divisione.
Agostino ha incisa nella sua carne la ferita della divisione della volontà, la divisione dell’amore. Due volontà almeno abitano il cuore dell’uomo… un volere e un disvolere, il velle e il nolle, due fazioni della stessa facoltà, in lotta tra sé. La volontà risulta dilaniata da una pluralità di forze opposte che la straziano e la paralizzano.
Conf. VIII, 8, 19
O Dio mio, tutte le mie ossa gridavano che bisognava andare da quella parte, ma erano troppi anche quei pochi passi che avevo fatto per raggiungere il luogo dove stavamo seduti. Infatti per arrivare là non si richiede altro che la volontà di andare, una volontà decisa, non una mezza volontà, lacerata e ferita nella lotta sostenuta per spiccare il volo e subito richiamata verso il basso.
Feci tanti di quei gesti che il volervi equivaleva a poterli fare. E non facevo quel gesto che mi sarebbe piaciuto fare, assai più incomparabilmente desiderato con affetto.
Sono due le volontà, tutte e due incomplete: ciò che manca in una si trova nell’altra, e viceversa.
Interessante che Agostino non parla di divisione tra un volere e un non volere in termini di buono o cattivo. Dice che sono due volontà entrambe incomplete. Ciò che manca all’una c’è nell’altra e viceversa.
Dunque non se ne può eliminare una. Siamo liberi con entrambe, attraverso entrambe.
Agostino poco più avanti dirà:
Conf VIII, 10, 24
Alla fine bisogna decidersi solo per un’azione da compiere tra diverse tutte buone, e tutte quelle volontà in contrasto si ridurranno a un’unica volontà.
A parole mi preparavo ad agire, a fare quello che avevo deciso. Ma non lo facevo, rimanevo impalato.
Agostino sperimenterà la riunificazione e la liberazione della volontà, ma in che modo? Cosa significa che le due volontà sono diventate una, in grado di agire?
Ne Le Confessioni VIII, 12, 28 continua Agostino:
Ad un certo punto questa profonda agitazione scatenò un ingente scroscio di lacrime. Volevo stare solo. Mi gettai sotto un albero di fico. Allentai i freni alle lacrime, che irruppero come fiume dai miei occhi… Ti parlai… “Fino a quando Signore? Fino a quando sarai adirato con me? Fino alla fine? No. Dimentica le mie passate iniquità”. Sentivo che quelle iniquità ancora mi trattenevano, e allora lanciavo grida disperate nell’amarissima contrizione del cuore.
Ed ecco, sento una voce giungermi dalla casa vicino.
Dalle parole con cui Agostino prega in questo momento sembra emerga il legame tra la sua volontà divisa e le sue iniquità. Le iniquità lo trattenevano, dice…
E poi una voce, una vibrazione che “accorda” la divisione in Agostino e riunifica le volontà dando loro forza. Questa voce scioglie il nodo che blocca la volontà, toglie il peso del passato interpretato come iniquità, come colpa.
La volontà si riunifica perché si ricorda, in quella vibrazione, che può amare, che può iniziare ancora reinterpretando il passato. Agostino si ricorda che può amarsi. Che può perdonarsi.
La volontà si trasforma in amore.
La volontà diviene una volontà intensificata, rafforzata, non nel senso che diviene onnipotente nel volere, ma che impara a godere di ciò che vuole, di ciò che ama. Non come quando vogliamo e desideriamo qualcosa e appena lo otteniamo il desiderio si spegne perché non si appaga. Ma la volontà divenuta amore sa godere di ciò che ama, cioè continua a desiderare ciò che ha ottenuto, dunque ne gode. L’amore dà alla volontà un nuovo peso mettendo a tacere i tumulti dell’anima, facendola posare e riposare in se stessa, permettendole di perdonarsi.
La volontà trasformata in Amore diviene atto creativo che, rinunciando alla propria chiusura, produce un nuovo inizio togliendo agli uomini non il ricordo ma il peso del loro passato e delle loro colpe. L’amore diviene il peso che porta la libertà verso il futuro, alleggerendo il peso del passato che viene lasciato andare. Questo accade ad Agostino… ecco cosa Agostino, all’opera con la Grazia, decide.
E Bodei scrive:
Sinonimo talvolta di memoria, l’amore perdona, riformulando il senso dei ricordi attraverso una maggiore intelligenza del presente e un più ardito rivolgersi della volontà verso il futuro.
L’amore è memoria, cioè l’amore consiste in un certo modo di fare memoria: fa ricordare e recuperare la memoria della felicità intravista, della nostra origine – che siamo capax dei – così da riattualizzarla e infrangere l’involucro di un passato congelato, per scioglierlo e indirizzarlo verso un futuro aperto.
La memoria è amor, volontà di essere, di vincere l’inerzia del passato, della necessità storica, permettendoci di cominciare, di riniziare sempre a raccontarci di nuovo, ad amarci di nuovo, in modo nuovo. La memoria come amor permette all’anima di divenire sempre più se stessa, di unificarsi con se stessa.
Cosa Agostino intende quando parla di Amor?
Agostino parla di Amore come di un lavorìo in cui si impara a volere, si impara ad amare, si impara a ricordare. Questo lavorìo Agostino lo chiama Ordo Amoris, Ordine dell’Amore.
Non solo nel senso che c’è qualcosa di disordinato da riordinare perché è sbagliato/malvagio, ma l’Amore va ordinato al futuro, al Bene che è Dio. L’amor apre l’uomo, lo dilata! Altrimenti si limiterebbe ad aggiustare. Non è questo.
E com’è fatto Dio, Sommo bene, a cui riordinarsi? Per Agostino Dio non è solo il Sommo bene, un Bene collocato in cima alla scala gerarchica dei valori che ognuno deve scalare da solo arrivando al Bene supremo; ma Dio è Bene comune, un Bene che ti apre e ti dilata allo spazio del comune, che è un nuovo modo di intendere la vita associata. È lo spazio gratuito dell’amore, dove tutto è di tutti, perché tutto è anche mio, io gli appartengo. Un cambio di paradigma nel modo di concepire Dio stesso e le relazioni. Un modo rivoluzionario dunque di intendere la vita insieme, la vita associata.
Ogni nostra scelta è orientata e mossa da un amore, da un ordine dell’amore, da un Ordo Amoris, che si è strutturato nel corso della vita e che ci fa vivere: questo è per noi il nostro sommo bene. Finché quest’Ordine, quest’amore, è incontrastato nella nostra vita rimane assoluto e, buono o cattivo che sia, è in equilibrio. Poi, nella vita di fede, sopraggiunge la Grazia. Cosa opera in noi? Proprio lei manda in crisi il nostro equilibrio, il nostro Ordo amoris. Lo apre, lo destruttura, ci fa ricordare il nostro essere Capaci di Dio, originariamente aperti a Lui. Ma chi è questo Dio a cui siamo originariamente aperti?
Ecco, il nostro Dio Sommo Bene è provocato ad aprirsi a Dio come Bene Comune, un bene di tutti e a favore di tutti. A questo Dio Bene Comune noi siamo originariamente aperti. Di Lui siamo destrutturati a ricordarci.
Riordinare l’Amore significa dunque stare alla scuola di uno stile di Amore, di una civitas, che è il Bene Comune, in cui si giunge tutti da stranieri, ma in cui è possibile scoprirsi fratelli e sorelle.
Abbiamo bisogno di essere accolti, integrati ed educati alla qualità dell’amore che regola la socialità di tale città, affinchè nasca in noi il desiderio non scontato di camminare verso ciò che è comune.
Remo Bodei specifica: l’Ordo Amoris diviene per Agostino la colla di una nuova società, quella che si costituisce proprio grazie a coloro che scelgono di assumere il peso di questa trasformazione vitale. Così ai vincoli, alle relazioni naturali di appartenenza, si sostituiscono quelle elettive, in quella che Agostino chiamerà civitas Dei peregrinans.
L’Ordo Amoris diviene la spinta di libertà in nome della quale l’uomo può sempre ricominciare, perché può imparare a scegliere bene, ad amarsi e a perdonarsi. E può imparare non solo a scegliere il Bene, ma il Bene comune.
Così l’Ordo Amoris, l’amore così inteso, diviene la forza che svincola l’uomo dall’ordine cosmico della necessità. Agostino non perde l’ordine, che sembrava venir meno col crollo dell’Impero, ma rifonda l’Ordine su un altro piano. Lo erotizza accostandolo all’amor, non lo delega ad una istituzione a cui obbedire, ma lo affida all’interiorità e alle passioni di ogni uomo e donna, che sono responsabili del proprio futuro, addirittura del loro futuro eterno, della pace. È nelle loro mani.
Magnifica Humanitas 186 – 187
La civiltà dell’amore non è un’utopia ingenua, ma un progetto esigente. Essa consiste nel tradurre la carità in strutture di giustizia, nel dare corpo istituzionale alla fraternità e nel considerare l’altro come un alleato necessario nella costruzione del Bene comune. Solo questo amore sociale può trasformare la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino, l’interdipendenza tra i popoli da subita a una solidarietà voluta e scelta.
Agostino ha il merito di aver recuperato e trasmesso alla posterità parte di un passato che, altrimenti, sarebbe andato perduto. Non si è tuttavia limitato a riattualizzarlo: ha anche rotto con esso, inaugurando forme inedite di convivenza civile e religiosa e di relazione con se stessi. La nuova traditio diventa una memoria collettiva rifondata e riformata sull’Ordo amoris, su un’origine pre-politica, divina, potremmo anche dire, profondamente umana, di ogni singolo uomo. Ha mostrato come persino nelle epoche più travagliate innovare è possibile.
Pensiamo a noi oggi… qual è l’operazione che dobbiamo e possiamo fare insieme per raccogliere tutto il passato e portarlo in avanti, nel futuro?
Sia Bodei che Hanna Arendt dicono che Agostino ha fatto confluire lo spirito della tradizione romana all’interno dell’istituzione Chiesa, che stava via via prendendo forma e si stava istituzionalizzando.
Oggi, è la tradizione della Chiesa che si sta esaurendo. Potremmo dire – spingendoci ad interpretare questo tempo – che il sacco di Roma è il sacco delle nostre forme ecclesiali… dove far confluire la tradizione ecclesiale del passato a favore del nostro presente, ma accettando che qualcosa si debba interrompere, per un nuovo inizio?
Agostino ha favorito il trapasso di un’epoca in un’altra facendo confluire tutto nella nuova istituzione Chiesa… oggi, dove? In quali forme?
Dobbiamo ascoltare insieme il nostro tempo e fiutare le novità che stanno germogliando dal futuro. Abbiamo bisogno di divenire, con Agostino, sempre più sensibili alla memoria di questa apertura originaria che ci costituisce come uomini e donne capaci di libertà, capaci di relazione, di comunità. Beni comuni di cui godere.
[1] Hannah Arendt interprete di Agostino, Remo Bodei.
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