Meditazione a cura di Sr Chiara Calderoni e Sr Giulia Vannini
Tutto ciò che condivideremo con voi questo pomeriggio è il frutto della nostra messa in gioco con Santa Rita.
Condivideremo aspetti, passaggi della vita di Rita, della sua biografia e della sua vicenda interiore, che hanno risuonato con la nostra vita spirituale e umana di donne, con il cammino di fede che ciascuna di noi due sta vivendo in monastero.
Quale cammino? Quale fede? Vivere in un monastero agostiniano significa scoprire che per amare è necessario imparare. Tu entri pensando di saperlo già fare, e presto scopri che la fraternità è molto di più di quello che credevi, e ti spiazza, perché ti accorgi che non sai davvero voler bene come vorresti, come pensavi. Agostino ha definito questo processo di apprendimento “ORDO AMORIS”, riordino dell’amore, e ne ha fatto il centro, il fulcro, il segreto dell’ascesi monastica. A cosa ti allena una comunità agostiniana? A ordinare il tuo amore, a guarirlo, allargarlo, imparando a riceverlo e a darlo in dono, libero. Rita è una sorella maggiore che ci lascia in eredità un “saper amare” così ordinato, che ci rivela quanto lei abbia imparato ad amare anche nel disordine del dolore e del dramma. Questo risveglia come un’antica e originaria promessa che abita al fondo della nostra e di ogni vita.

Rita agostiniana
Ci è stato chiesto di raccontare qualcosa della vita di Rita da una prospettiva particolare, dal fatto che noi siamo monache agostiniane come lei, sue sorelle. Abbiamo letto, approfondito la vicenda di questa donna e in effetti ci sono diversi elementi nella vita di Rita per cui si può dire che è monaca agostiniana.
È entrata nel 1407 o nel 1417 nel monastero Santa Maria Maddalena a Cascia, che al tempo di Rita seguiva la Regola di Sant’Agostino ed era affiliato all’Ordine Agostiniano maschile. Lì ha emesso la Professione dei Voti, secondo la formula agostiniana. In realtà, come ci ricorda lo studio del padre agostiniano Agostino Trapè, non conserviamo la formula della professione emessa da Rita, ma nel monastero è conservato l’atto della professione di un’altra monaca emessa nel 1468, in cui si trovano tratti tipicamente agostiniani. Infatti la monaca promette “la stabilità del luogo, la conversione dei costumi, l’obbedienza, la continenza, la povertà con l’esclusione di ogni cosa propria, per tutto il tempo della vita secondo la religione del B. Agostino…” (A.Trapè – Santa Rita e il suo messaggio – p.65-66) Con molta probabilità è la stessa formula usata da Rita alcuni decenni prima.
Nella Cascia di fine Trecento, inizio Quattrocento, come fa notare padre Remo Piccolomini, nostro confratello e studioso agostiniano, circolava una cultura agostiniana, grazie alla vivacità teologica e spirituale dei frati del convento di Cascia, che avevano creato un centro di studi umanistici e teologici.
Diversi padri divennero celebri studiosi e predicatori, tra cui ricordiamo Simone Fidati, che nel 1300 entrò nel convento agostiniano di Cascia e divenne grande predicatore e conoscitore di Sant’Agostino; Nicola da Cascia, anch’egli grande studioso, che dopo aver ricevuto il grado accademico di magister, ricoprì numerosi incarichi e nel 1402 divenne superiore generale dell’Ordine per dieci anni. E ancora Stefano di San Giorgio, che iniziò i suoi studi a Cascia e nel 1445 organizzò la solenne canonizzazione di Nicola da Tolentino, a cui diede la possibilità di partecipare a molti casciani, comprese le monache del monastero di Santa Maria Maddalena, tra cui Rita.
Ma a nostro avviso l’identità agostiniana di Rita non si esaurisce solo nel passato e nei dati storici che possiamo rinvenire.
Quindi dove cercare? In che senso possiamo dire che Rita è agostiniana?
Quello che ci ha colpito, approfondendo la vita di Rita, è stato renderci conto che la sua santità è una realtà viva che dal passato supera i confini del tempo e continua a generare senso e frutti di santità anche per chi vive in epoche lontane dalla sua, anche per noi oggi. Addirittura ci sembra di poter dire che è solo dal futuro che possiamo parlare di Rita, cioè dall’oggi, dalla comunità che siamo noi riunita attorno a lei. Infatti in ogni epoca storica, in ogni oggi della storia dopo la sua morte, è sempre stata una comunità di devozione popolare che, nell’affetto, ha mantenuto viva la forza e la vitalità della sua vicenda storica. Una comunità fatta di storie personali, di sofferenze condivise, di domande che trovano da sempre in Rita una compagna di cammino.
Ci rendiamo conto che Rita ci raduna qui oggi non solo come persone singole che si rivolgono a lei, ma come una comunità che si rivolge a lei? Abbiamo percezione del nostro essere una comunità?
Perché è proprio il nostro essere radunati qui come comunità ciò che per noi esprime meglio il suo essere monaca agostiniana. Lei ancora oggi crea legami che attraversano i secoli, tiene insieme le persone, genera appartenenza. Questo è propriamente lo specifico e il cuore della vita monastica così come la pensa Agostino, che all’inizio della sua Regola Monastica mette subito un’indicazione chiara, come cuore e centro di tutta la Regola:
“Il motivo essenziale del vostro vivere insieme è di abitare nella stessa casa nel comune progetto di cercare instancabilmente Dio, avendo tutti un cuore solo e un’anima sola… …tutto tra voi sia comune.” Regola 1,2 1,3
Queste affermazioni non sono solo indicazioni pratiche, ma rivelano la scelta di uno stile di vita umano e comunitario: ciò che definisce la persona è la relazione. Anche la parola “monaco”, dal greco monos, che significa “solo”, Agostino la interpreta non nel senso più comune di “solitario”, ma in chiave comunitaria. Nel commento al salmo 132 dice:
“Eccovi ora della gente che vive nell’unità in modo da costituire un solo uomo, gente che veramente ha – come sta scritto – un’anima sola e un solo cuore. Molti i corpi ma non molte le anime; molti i corpi ma non molti i cuori. Di costoro giustamente si afferma che sono monos cioè uno solo.” Comm. Sl. 132, 6
Rita è figlia di Agostino, e in un certo modo lo diventa sempre di più, in quanto è comunitaria, in quanto genera comunità di fede. Da subito dopo la morte, inizia a portarsi dietro una comunità, un popolo che la riconosce Beata per i miracoli che accadono. La Cassa Solenne in cui è posta alla sua morte, o poco dopo, ci rivela come la sua fama fosse già largamente diffusa.
La devozione popolare è la forza creativa che ha tenuto viva la vicenda di Rita.

Rita e la devozione popolare: valore e significato dei fioretti
Perché un popolo invoca Rita? Non tanto per ciò che di grave e doloroso è accaduto nella sua vita, ma per “come” lo ha vissuto. La devozione popolare ci ha trasmesso una vita carica di speranza: speranza in nome della quale Rita ha potuto essere chi è stata, per esempio una donna di perdono, una donna di carità. Il fatto che la devozione popolare abbia mantenuto e mantenga vivi i luoghi di speranza e di luce della vita di Rita merita di essere indagato. Vorremmo sottolineare il valore di questo gesto, perché ha un peso enorme di cui potremmo non renderci conto. Nella storia grande del mondo e spesso nelle nostre vite e biografie, le cose non vanno così. Quando ci accade qualcosa di difficile, duro e oscuro, normalmente quel fatto rimane fissato come un trauma nella nostra memoria. E spesso è proprio quel trauma a scrivere la nostra storia. Pensiamo anche a come si studia la materia “storia” a scuola: la raccontiamo solitamente a partire dalle guerre che i popoli si sono combattuti. Questo modo di raccontare, a partire da ciò che non va, a partire dalle “guerre”, rivela una concezione della vita e della storia come un campo di battaglia in cui alla fine o si è vittime e si subisce o si è aggressori. È un racconto che ha radici così profonde in noi, che difficilmente riusciamo a fare diversamente.
Ma, è l’unico modo? La vicenda di Rita ci dice di no. Lei, donna normale, che si sposa, e resta vedova di un marito ucciso. Poi perde i figli… Sembra che la sorte si accanisca su di lei.
Eppure la vicenda di Rita non ci è raccontata a partire da ciò che non va, come se lei fosse schiacciata dalla storia. La vita di Rita fa la storia. E la relazione che la devozione popolare intesse con lei, l’invocazione costante – nella speranza – a questa santa, fa la storia… una storia diversa! La relazione tra la vicenda di Rita e la comunità che è nata attorno a Rita e che siamo anche noi oggi, è come un varco, una strada alternativa, un fuori pista nella storia che osa raccontare le cose in un modo diverso, che narra della verità e della giustizia in modo diverso. Si tratta di un modo molto particolare di raccontare, utilizzato per Rita e per tanti altri santi, che narra attraverso immagini, che utilizza immagini simboliche per farci accedere alla vicenda da un’altra porta. Queste immagini sono chiamate “fioretti”. Nel nostro caso, si tratta dei famosi fioretti di Santa Rita.
Cosa sono questi fioretti?
È un genere letterario che spesso consideriamo poco storico, verso il quale possiamo nutrire qualche riserva. Tuttavia nel nostro approfondimento abbiamo colto che sono proprio i fioretti ad accendere il desiderio di invocare Rita. Ma si tratta di storia vera? I fioretti sono immagini in cui il punto di forza non è tanto “il fatto storico realmente accaduto”, ma il simbolo, cioè l’orizzonte di senso che l’immagine utilizzata trasmette. Questo allarga la verità storica perché arriva a comprendere l’affetto delle persone che danno credito e fiducia a quella vicenda umana. I fioretti dunque sono luoghi che vogliono coinvolgere il lettore, noi. Sono “piccoli fiori”, come li ha definiti il confratello Agostiniano Remo Piccolomini, già sopra citato, “piccoli fiori”, da dover comprendere con la “ragione e l’intelligenza del cuore”, non tanto della testa.
Alcuni esempi: Le api che escono dalla bocca di Rita neonata Il volo di Rita da Roccaporena al monastero Cascia L’ingresso a porte chiuse in monastero Il bastone secco innaffiato da Rita che riprende vita e rifiorisce
Queste immagini, “piccoli fiori”, raccontano sì i fatti della vita di Rita, e quindi sono fatti del passato, ma assomigliano tanto anche a “sogni”, diceva Piccolomini, sogni di futuro, sogni in cui sono raccontati e custoditi i desideri più profondi e più veri che abitano le profondità delle nostre vite, che ci chiamano “dal futuro” a costruirli nel presente, imparando a dar loro credito. Noi riceviamo il profumo e il colore di questi “fioretti/piccoli fiori” di Santa Rita… quali voli oggi abbiamo bisogno di credere e sperare per noi? Quali porte chiuse abbiamo bisogno di attraversare? Quale bastone secco abbiamo bisogno di credere che, se innaffiato, possa ancora rifiorire?
Lo stile di speranza e di fiducia trasmessoci dalla vicenda di Rita, custodito dalla devozione popolare, può scrivere anche in noi una storia diversa. Nella misura in cui ci lasciamo trasformare dalla stessa fiducia e dalla stessa speranza, la nostra vita può diventare essa stessa un “fioretto”, un piccolo fiore, da lasciare in eredità alla storia e alle generazioni future.
Scegliamo due luoghi della vita di Rita su cui provare a soffermarci, due immagini in cui la tradizione ha condensato tantissimo della vicenda di Rita: – Il perdono, prima della scelta del monastero – La spina, come esperienza “mistica” vissuta in monastero Questi due momenti si collocano uno nella vita di Rita laica, donna, sposa, madre, e uno nella vita di Rita monaca. Ci sembra importante sottolineare il fatto che la devozione popolare invoca Santa Rita riferendosi a tutta la sua vita. Tutta la vita di Rita è santa, non è più santa quella da religiosa, come spesso tendiamo ad immaginare nelle nostre gerarchie di valore. La vita di Rita è tutta unita, unificata nella santità.

Il perdono al di là di ogni misura
Rita visse in un tempo molto conflittuale e violento, ma anche segnato dal desiderio di cambiamento della società e della chiesa, desiderio che lei ha respirato e ha fatto suo. Il suo contesto storico non è solo uno sfondo, ma una realtà che plasma profondamente le sue scelte, rendendole ancora più significative.
Possiamo evincere qualcosa dell’ambiente della Cascia del 1400 dal nostro fratello Padre Agostino Trapè, che così ne parla:
“Cascia era al tempo della nostra santa una repubblica, fiera della sua libertà, ma povera di pace. Posta ai confini del Regno di Napoli e dello Stato Pontificio, ne sentiva i contraccolpi. Divisa tra guelfi e ghibellini, tra borghesia e popolo, tra ricchi mercanti e poveri contadini, era un fertile campo di rivolte, di sommosse, di vendette.” (A.Trapè – Santa Rita e il suo messaggio – p.121)
Secondo gli Statuti della Repubblica di Cascia, conservati nella Documentazione Ritiana Antica, vigeva una legge che prevedeva il diritto di vendicare anche con la morte un’ingiuria grave, tra cui sicuramente si annoveravano i delitti. (Statuti casciani, Libro III, rubrica 13 e rubrica 31)
Questo generava conseguenze tragiche e una spirale incontrollabile di morte. La legge cercò poi di ovviare ponendo dei limiti, come ad esempio la legittimità della vendetta solo per il responsabile diretto. Ma si respirava un clima di vendetta e di paura.
Paolo, marito di Rita, era un uomo coinvolto e appassionato nella vita politica e sociale della città di Cascia. Sappiamo dalla storia di Rita che fu assassinato, probabilmente in una sommossa, o per tradimento della sua fazione o dagli avversari. Rita, donna che ancora oggi chiamiamo di pace, era figlia di un uomo e una donna di pace, pacieri della Repubblica di Cascia, i quali non erano giudici, ma svolgevano un ruolo sociale di grande importanza, quello cioè di pacificare i contendenti ed evitare stragi violente.
Cosa accade alla morte di Paolo? Rita apre una strada diversa, fa un gesto quasi impossibile al suo tempo: sceglie di non vendicare la sua morte. Questa scelta è incomprensibile in quel contesto, tuttavia ha una portata sociale e culturale inimmaginabile: interrompe una catena di violenza che sembrava inevitabile. Rompe un sistema culturale, sceglie un gesto alternativo in un mondo strutturalmente violento, nel quale vendicare non era solo un diritto, ma un dovere. È un atto di libertà radicale, che mostra come anche in un contesto dove non sembrano esserci alternative, sia possibile aprire spazi nuovi di umanità. Tuttavia, il passaggio che Rita farà dalla non vendetta alla scelta del perdono, è avvolto dal mistero. Ci sembra che il gesto enorme di non vendicare non sia immediatamente sovrapponibile al perdonare. Il perdono di Rita emerge da un luogo più intimo e profondo, a nostro parere dal legame col suo Dio, un bene e un amore che lei mostra di aver innanzitutto ricevuto.
Di Rita non sappiamo niente direttamente dalle sue parole, ma questo gesto di perdono ci racconta un legame d’amore. Un amore così grande ed eccedente, rispetto alle consuetudini e alle convenzioni sociali del suo tempo, ma eccedente anche rispetto alle più comuni risposte umane di ogni tempo, che le permette di assumere una posizione interiore fuori misura, di dare una risposta d’amore smisurata.
Ed è dentro a questa dismisura che noi leggiamo anche il desiderio di Rita di entrare in monastero. Dopo l’omicidio di Paolo, muoiono anche i figli, probabilmente a causa delle frequenti pestilenze che imperversavano in Europa. A un dolore smisurato Rita risponde di nuovo con una libertà smisurata: entra in monastero. Secondo noi questa è una scelta: non una fuga dalla realtà, ma un modo diverso di abitarla. Una scelta in un momento di soglia della sua vita: non necessaria, né conseguente a ciò che aveva vissuto e al suo dolore. È una decisione libera che vuole renderla ancora più libera, dentro una situazione che avrebbe potuto chiuderla nella disperazione. Questo evento della vita di Rita, la scelta del monastero, viene raccontato dalla tradizione attraverso immagini simboliche che ci aiutano a comprendere e a sentire la forza della dismisura e della libertà racchiusa in questa scelta. Anche noi oggi, negli eventi della nostra vita, avremmo bisogno di recuperare questa capacità simbolica, che non riduce la vita a ciò che è verificabile, ma la apre a ciò che è significativo.
Si racconta che Rita entrò in monastero a porte chiuse. Questo elemento esprime simbolicamente una dimensione di mistero. Si narra fin dalla prima biografia che Rita per tre volte provò a entrare nel monastero delle Monache Agostiniane di Cascia, ma fu respinta, forse a causa del legame del monastero con la famiglia di suo marito, con la quale Rita, per la sua scelta di perdono e di non- vendetta, non aveva buoni rapporti. In questo senso il suo ingresso avrà un ruolo pacificatore anche all’interno del monastero e nel legame con la famiglia di Paolo. Fin dalla sua giovinezza frequentò i padri agostiniani di Cascia, che le aprirono un mondo culturale e religioso molto ampio e le fecero conoscere le figure di S. Agostino e S. Nicola da Tolentino alle quali si legò. E la tradizione racconta che furono proprio loro, insieme a San Giovanni Battista, patrono della chiesa degli agostiniani a Cascia, che la faranno entrare nel monastero a porte chiuse, come in volo. Il fatto che la tradizione ci consegni questa immagine, dice sicuramente della complessità della scelta di Rita, in un momento della sua vita molto difficile, ma non solo. Probabilmente ci racconta anche la dismisura dell’amore al quale Rita ha scelto di rispondere, per cui occorre un evento fuori misura, sproporzionato, per narrarlo.
Ugualmente, legato al momento dell’ingresso in monastero si narra anche l’episodio del bastone secco della pianta di vite, che la superiora fece annaffiare per molto tempo a Rita per provare la sua vocazione, bastone che tornò a germogliare. La sproporzione di una vita che, da ogni aridità e dolore, miracolosamente, torna a fiorire.

La spina: un viaggio dalla non vendetta, al perdono, al dono
La vita stessa di Rita è quel bastone secco che lei non ha mai smesso di innaffiare, fidandosi del fatto che la sua vita non era morta, che c’era ancora vita in lei e che sarebbe rifiorita. Come rifiorisce la vita di Rita? Stando alle immagini con cui la tradizione ci tramanda la sua vicenda, potremmo dire che la vita di Rita è rifiorita in una spina. Che fiore è una spina? Che paradosso è?
Tutte le fonti storiche ci trasmettono con speciale certezza questa esperienza mistica straordinaria, accaduta in un momento di preghiera intensa davanti al crocifisso e durata poi 15 anni, per il resto della sua vita. Anche le indagini anatomiche che sono state fatte sul corpo di Rita, come scrive padre Trapè, confermano una specie di alterazione della superficie cranica, proprio nella zona frontale. Alterazione che fa pensare a una ferita cronica prodottasi nell’osso. Per l’intensità e la frequenza con cui questa esperienza è narrata fin da subito dopo la morte di Rita, possiamo affermare, con la tradizione, che qui si condensa l’anima, l’essenza della vita di Rita, il timbro della sua spiritualità. Tutto è ricapitolato qui.
Come ci è tramandata? L’epitaffio che abbiamo cantato, di cui abbiamo letto la traduzione, che è dipinto sul sarcofago solenne di Rita recita:
“Che a te sopra ogni donna fu donata una delle spine di Cristo recepisti”
L’esperienza della spina è da subito tramandata e trasmessa come un dono ricevuto da Rita.
Il dono di un’altra sofferenza? Per ascoltare in tutta la sua complessità il dono di questo “fiore – spina”, crediamo sia necessario immergersi ancora più profondamente nella qualità della fede di Rita, una donna da sempre tutta coinvolta nella relazione con Dio, in un legame che è cresciuto e maturato dentro le vicende della sua vita, in una scelta progressiva di fiducia ed esposizione.
Innanzitutto è importante collocare il mistero dell’esperienza mistica della spina nella sensibilità spirituale del tempo di Rita. Sono secoli in cui attraverso la meditazione assidua della Croce e della Passione di Gesù e attraverso le molte pratiche popolari, viene messo al centro della vita di fede e della spiritualità lo spessore dell’umanità di Gesù, fatta di corpo, affetti, sensibilità, capacità di gioire e patire realmente. La vita di molti santi in quei secoli, San Francesco, Santa Caterina da Siena, la nostra Santa Rita, testimonia e comunica proprio attraverso il corpo il loro speciale rapporto con Dio.
È interessante collocare questo fenomeno mistico anche nel contesto femminile dell’epoca in cui, come scrive Lucetta Scaraffia nel suo libro Rita, La Santa degli Impossibili, le donne “escluse dalla comunicazione scritta, e scoraggiate anche rispetto a quella verbale (non era loro permesso predicare), comunicavano il loro legame privilegiato con la divinità attraverso segnali del corpo, che andavano dal digiuno protratto alle stigmate”.
A questo punto è legittimo chiedersi: Quale dono raggiunge Rita nella meditazione del mistero dell’umanità di Gesù Crocifisso? Cosa intuisce, tanto da incidersi nella sua carne? I versi dell’epitaffio suggeriscono una via in cui inoltrarsi:
“Lassando la mondana et trista foce Per sanar tue inferme e scure plage, in quella passion tanto feroce che merito sì grande attribuisti? che a te sopra ogni donna fu donata una delle spine di Cristo recepisti…”
“…dopo aver lasciato le tristezze e le angustie del mondo per trovare conforto alle tue inferme e oscure disgrazie. A quella passione tanto feroce che valore così grande hai attribuito, dal momento che, privilegiata sopra ogni altra donna, fu data a te che ricevesti una delle spine di Cristo?”
Rita attribuisce un “merito, un valore, sì grande” alla “passion tanto feroce”, alla passione di Gesù, “per sanar tue inferme e scure plage”. Cioè per trovare conforto alle sue ferite e oscure disgrazie. La traduzione e l’interpretazione dell’epitaffio che abbiamo letto, contenuta nel libro su Santa Rita da Cascia, donna di perdono, del nostro confratello Padre Rocco Ronzani, ci permette di percorrere questa ipotesi: Rita meditando la passione feroce di Gesù, l’umanità di Gesù, ha intuito la possibilità di sanare le sue ferite, le sue oscure disgrazie.
Cosa significa questo? Anche Santa Rita ha avuto bisogno di guarire? Spesso abbiamo l’idea di una donna talmente santa che è stata capace di portare dolori inenarrabili e per questo è stata associata ai dolori che Gesù stesso ha portato. Anche di Gesù così emerge un’immagine che ruota attorno alla capacità di farsi carico del dolore, di portarlo eroicamente, con tutte le proprie forze e la propria volontà. Un’idea volontaristica del divino e dell’umano. Ma è questa la santità? Dobbiamo ammettere che questo modo eroico di concepire la santità e la vita, il modo di portare il dolore, nasconde l’alter ego dell’eroe ossia una postura vittimistica. La postura di chi subisce ciò che accade, sebbene da eroe, e rimane fissato in quel ruolo, tanto da raccontare la vita sempre e solo da lì: dall’ingiustizia, dal dolore, dal torto e dalle avversità subite. Ma in questo modo non si guarisce mai. Non si esce mai da un certo vittimismo. Al contrario Rita non resta bloccata e fissata alla violenza del trauma e al torto subiti. Rita non trattiene e non si lascia trattenere: lei entra in monastero.
Ciò che potrebbe sembrare una fuga dal mondo per trovare finalmente un po’ di pace dopo tanto dolore e la conferma del suo essere una vittima della storia, si rivela come la scelta di un nuovo inizio. E’ la scelta di entrare ancor più profondamente nel mistero dell’Amore di Dio che, nell’umanità di Gesù crocifisso, ha qualcosa di ulteriore da rivelarle. Lei che non si era vendicata, lei che aveva perdonato, che aveva quindi già conosciuto la forza straordinaria delle possibilità dell’Amore, dal monastero viene misteriosamente attratta e condotta alla scoperta di quella “passion tanto feroce”, cioè invitata a riprendere contatto con il dolore e le ferite che la vita le aveva riservato, affinché proprio lì lei potesse scoprirne il dono e lasciarsi guarire. Scoprire il dono della guarigione. Un dono che viene incontro dal futuro, con la forza di andare a sanare tutto il passato, in tutte le sue radici, fino a diventarne il fondamento. Dunque un viaggio dalla non vendetta, al perdono, al dono che Rita può percorrere “non per prezzo mondano, non per mercede”, cioè non per dovere o per ricompense ulteriori, ma solo perché attirata dalla gratuità dell’Amore che si dona e che Rita può ora innanzitutto ricevere. Questo viaggio è un vero e proprio processo di trasformazione: Rita, come Gesù, è progressivamente trasformata, “allargata” nella capacità di accogliere, nella capacità di sentire, nella possibilità di risentire il dolore delle sue ferite liberate da ogni vittimismo. Il suo corpo è trasformato, allargato, aperto dal dono della spina, aperto cioè dalla fiducia del legame con Dio, legame che si rivela come il dono più segreto della sua vita. In Gesù e con Gesù lei accede sempre più profondamente alla fiducia di chi sa che Dio è Padre, è Sposo dell’umanità, Colui che instaura con essa una relazione sponsale di alleanza, che non chiede il sacrificio e la sottomissione al dolore, ma che si lascia scoprire come dono da sempre e per sempre presente fin nel dolore. Un dolore che non viene rimosso, mai, e che non lascia in pace, come nella vicenda di Rita, ma che può guarire. Guarisce nella fiducia di un legame che ti fa leggere e rileggere tutto nella logica del dono: puoi osare credere e fidarti, come Gesù, che la vita è innanzitutto un dono che, anche nelle pieghe più dolorose e contraddittorie, si può continuare a ricevere abbondante dalle mani di un Dio fedele che è Padre, Sposo, Fratello.
La spina rivela il segreto di un legame personalissimo e paradossale con Dio che tuttavia nella ferita del corpo si rende a tutti visibile. Il corpo di Rita, quindi la sua anima, la sua intelligenza, i suoi affetti, tutto in lei sarà segnato dall’apertura, a caro prezzo, a questo Amore, che chiede di ingaggiare un corpo a corpo con Lui per riconoscerlo e lasciarsene guarire, per imparare a riceverlo e, in Lui, imparare a riceversi sempre di nuovo come dono, in tutta la propria umanità.

In conclusione… l’impossibile!
La tradizione ci consegna in eredità Rita “santa degli impossibili”. In che senso? Per noi Santa delle infinite, smisurate e sempre possibili, possibilità dell’amore. Ci possiamo chiedere: l’orizzonte che abbiamo delineato ha a che fare con persone reali quali siamo noi oggi? Cosa significa oggi invocare e credere le infinite possibilità dell’Amore, nelle nostre biografie e storie familiari, bacini di tante ferite, nelle nostre relazioni spesso così fragili e bisognose di cura? Cosa significa essere una comunità che si affida alla Santa degli impossibili oggi, in questa città di Palermo, con la sua ricchezza e complessità? In questo momento così complesso dell’Italia e dell’Europa? Come può incidere la possibilità infinita dell’Amore nel nostro mondo, segnato pesantemente dalla guerra, dove abbiamo dimenticato la pace, la fraternità, la dignità di ogni uomo e di ogni donna? Forse noi qui, ancora oggi comunità riunita attorno a Rita, potremmo osare il coraggio di invocare le impossibili possibilità dell’amore da giocare fino in fondo nelle relazioni tra noi, affinché diventino sempre più fraterne, abitate dalla dismisura dell’amore.