Med 26 – Barcellona – La rete dei Monasteri del Mediterraneo

In occasione della visita di Papa Leone XIV a Barcellona, 10 giugno 2026, il Cardinale Omella si è svolta la quarta assemblea dei vescovi del Mediterraneo, dopo quelle di Bari (2020), Firenze (2022) e Marsiglia (2023). 
In questa occasione, giovani provenienti dal Mediterraneo, teologi della rete RTMed, responsabili di luoghi sacri e operatori solidali si uniranno a questo incontro per continuare a servire la vocazione alla fraternità del Mediterraneo. La rete dei Monasteri del Mediterraneo contribuisce all’assemblea con la preghiera e con una riflessione contenuta nel seguente quaderno.

Intervento di Abir Hanna osa all’Assemblea dei vescovi, dei teologi e degli attori della solidarietà

MED 26 Seminari Conciliar de Barcelona – 10 giugno 2026

Un po’ di storia

Il primo incontro dei vescovi del Mediterraneo a Bari (2020), oltre a segnare un momento significativo nell’ambito delle relazioni tra i vescovi, ha dato anche vita alla Rete dei Monasteri del Mediterraneo. La mia comunità monastica di agostiniane di Pennabilli, un piccolo centro situato sull’Appennino, è stata coinvolta dal cardinale Bassetti, allora presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) e delegato di Papa Francesco per le questioni del Mediterraneo, per dare avvio a questa Rete. Da un piccolo gruppo di monasteri, oggi la Rete ne conta 12.

Insieme alla preghiera, la nostra missione principale consiste nell’accompagnare i lavori dei vescovi attraverso l’elaborazione di una riflessione che unisce lo sguardo monastico comunitario alla lettura e l’analisi delle sfide che interessano le varie rive del Mediterraneo, a partire dal contesto storico-sociale in cui siamo radicate. In tali circostanze, sono nati i quaderni della Rete dei monasteri, che hanno accompagnato gli incontri di Bari (2020) e di Firenze (2022), a cui sono seguiti, con il passaggio di testimone al card. Aveline e ai suoi collaboratori, gli incontri di Marsiglia nel 2023 e ora qui a Barcellona nel 2026. L’esperienza del Bel Espoir (2025), scuola di formazione alla pace per giovani mediterranei, ha visto ciascun monastero salpare virtualmente per accompagnare l’imbarcazione con cui era stato gemellato. Ogni monastero ha fornito un sostegno concreto inviando un messaggio personalizzato a ciascun giovane e al gruppo che ha accompagnato.

I frutti

Il primo frutto di questo processo è la Rete stessa. Da comunità sconosciute l’una all’altra e disseminate sulle varie rive, siamo diventate una tela “aperta”, che di anno in anno prende forma e si consolida. Molte sono le conseguenze positive di questa Rete:

  •  La conoscenza reciproca ha tolto dalla solitudine le comunità, che in alcuni casi affrontano delle sfide di grande entità, in contesti di guerra e/o dove sono in assoluta minoranza. Il costituirsi della Rete ha messo in atto la sinodalità lanciata da Papa Francesco, nonché l’impegno nel dialogo e nella costruzione della pace che stanno tanto a cuore a Papa Leone e ha fatto sì che la Rete diventasse uno dei primi laboratori di dialogo intra-mediterraneo. Di conseguenza, le voci provenienti dalle varie sponde hanno l’opportunità di confluire in una polifonia che lascia spazio all’armonia e alla dissonanza. Un esempio concreto sono i racconti pervenutici quest’anno dai territori palestinesi e quelli israeliani, dove le comunità lì presenti fanno da cassa di risonanza del vissuto ferito delle parti coinvolte nel conflitto.
  • L’invito a sviluppare riflessioni critiche sulle questioni mediterranee, partendo dai contesti locali, ha spinto ogni comunità a diventare più consapevole di ciò che la circonda e a prendersene cura contribuendo attivamente ai processi in atto nel mediterraneo. Da qui sono nati ad esempio i laboratori per la pace e per il disarmo (Lab.ora per la pace; Lab.ora per il disarmo). Si tratta di sessioni di formazione e di sensibilizzazione a questi temi che puntano alla formazione delle coscienze e a ideare soluzioni pratiche a sfide complesse. Inoltre, di fronte all’emergenza dell’immigrazione, alcune comunità hanno aperto le proprie porte all’accoglienza di famiglie di rifugiati, altre hanno contribuito alla creazione di corsi di lingua ad hoc, laddove le istituzioni statali hanno fallito nel rispondere a tale esigenza. Anche l’emergenza ecologica ha ricevuto la sua giusta attenzione: uno dei monasteri ha accolto e favorito la creazione di un giardino botanico all’interno del proprio territorio, con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione su questo tema, offrendo al contempo una proposta spirituale basata sull’incontro con la natura.
  • Contemporaneamente, la preghiera vissuta nell’intimità della comunità e nella condivisione con gli ospiti dei monasteri, è sempre più intrisa e informata dagli avvenimenti e dagli sviluppi delle società mediterranee e mondiali. Quanto accade scolpisce il nostro incontro con le Scritture e dà forma alla nostra preghiera. Essa è il luogo dove il nostro affetto per il mondo viene versato senza misura.
  • L’incontro con il mondo dei giovani è sempre stato oggetto di tanta attenzione. Tuttavia, lo sviluppo di una teologia radicata nel contesto – come ha ripetutamente sollecitato Papa Francesco (cfr. Napoli, 21 giugno 2019) – ha dato origine a nuovi modi di dialogare con i giovani, portando ad un vero cambiamento di paradigma. Questo approccio parte dall’ascolto delle loro riflessioni su diverse questioni di varia rilevanza. L’abbandono di un modello che va dall’alto verso il basso ha suscitato l’interesse di giovani con appartenenze sociali e religiose diverse. Essi si sono sentiti interpellati e chiamati in causa per pensare, elaborare e attuare nuovi percorsi in risposta alle sfide e alle domande che si impongono alle loro coscienze come non più procrastinabili.
  • Un altro frutto, non meno importante, è la speranza che la Rete in sé suscita in chiunque la scopre. Le persone vedono in questa operazione quello che La Pira aveva intuito: “un centro propulsore di tanti preziosi e insurrogabili valori di grazia e di civiltà”.

Sfide sociali e pastorali

Il contesto storico-politico e sociale, che stiamo vivendo da alcuni anni, ha mostrato in modo inequivocabile le origini e le derive di alcuni processi che interessano il Mare Nostrum: le guerre, le migrazioni, l’emergenza ecologica e quella educativa sono subordinate agli interessi finanziari strettamente legati alla produzione delle armi e allo sfruttamento delle risorse del sottosuolo dei paesi sottosviluppati. Inoltre, l’accanirsi della violenza della guerra nella forma della caccia all’uomo, talvolta giustificata da narrative che nascondono sfumature islamofobiche e/o ideologiche, rivela quanto sottilmente si sia insinuata nelle nostre società una xenofobia, spesso non riconosciuta. Di conseguenza, ciò evidenzia l’urgente necessità di immaginare e attuare il “disarmo integrale” invocato da Papa Leone XIV in occasione della Giornata Mondiale della Pace del 2026. Da anni, la divisione, la sfiducia e il sospetto vengono inculcati nelle menti dei più giovani come forma comune di relazione con l’altro e costituiscono un terreno fertile per i conflitti. Di seguito riporto le principali sfide.

Sfide Sociali

  • La dissoluzione del legame, la sfiducia e la deumanizzazione dove l’altro è visto solo come “nemico”.
  • La frammentazione in “enclave” e una crescente polarizzazione alimentata anche dagli algoritmi dei social media che confermano i pregiudizi esistenti.
  • Il ritorno all’uso della forza: assistiamo al fallimento del multilateralismo e delle istituzioni internazionali. La guerra non è più l’ultima ratio, ma uno strumento ordinario, dove i civili diventano strumenti funzionali agli obiettivi militari, e non solo danni collaterali.

Sfide Pastorali

  • La purificazione della memoria in vista di una narrativa più veritiera e umana: Una sfida centrale è il superamento della “memoria tossica”, che inquina le relazioni negando la storia e l’esistenza dell’altro. La Chiesa è chiamata a promuovere una narrazione storica che non sia esclusiva ma capace di “redimere” la storia attraverso il perdono.
  • Il dialogo interreligioso: I Luoghi Santi rischiano di trasformarsi da spazi di preghiera in “campi di battaglia identitari”. La sfida è passare da un dialogo tra élite a un “dialogo della vita” quotidiana.
  • Il consolidamento della comunione ecclesiale: Le diocesi stesse, specialmente nelle grandi città, sono mosaico di etnie, di lingue e nazionalità e di riti. La sfida è non vivere come un “arcipelago di isole” ma come un’unica famiglia, superando le tentazioni di chiusura identitaria.
  • La sfida dell’ospitalità: La comunione si consolida attraverso l’apertura delle porte (simboliche e reali) all’imprevisto del Vangelo che può provenire dall’accoglienza dell’altro, si tratti di migranti, di profughi o di persone appartenenti a una fede e cultura diversa.

Questo sguardo sinfonico alle sfide convinto dell’unità organica dei nostri popoli e radicato nell’interdipendenza ci spinge a sviluppare alcune proposte.

Le Proposte

La prima proposta pastorale per affrontare queste sfide è quella di una “Chiesa dalle porte aperte”, capace di scommettere sulle relazioni, ispirandosi al modello della Gerusalemme celeste che non ha bisogno di mura difensive perché fondata sulla luce dell’Agnello e sul dono di sé. Da qui derivano una serie di proposte che le nostre diocesi e le varie reti potrebbero adottare. L’obiettivo, come nel caso della sussidiarietà, è rendere le scelte accessibili il più possibile alle persone coinvolte, in modo che non si trovino di fronte a decisioni già prese, ma possano partecipare al processo di elaborazione delle proposte. Infatti, l’unico vero antidoto alla disperazione non è l’assistenzialismo, ma il mettere le persone nella condizione di poter incidere sulla realtà e farla evolvere. Alcune proposte.

  • Curare la narrativa della storia a partire da quella delle religioni, avendo il coraggio di denunciare i propri pregiudizi e resistenze. Le istituzioni direttamente implicate nell’insegnamento hanno una grande responsabilità in tale ambito.
  • Favorire la cultura del disarmo, non soltanto idealmente, ma attraverso la formazione delle coscienze dei credenti invitando a prendere posizioni concrete per non favorire gli investimenti nelle armi e nelle società che promuovono la cultura della guerra (come Palantir, BlackRock e altri).
  • Sviluppare la cultura dell’incontro realizzando delle summer school multietniche e interreligiose, per giovani e adulti (eventualmente presso i vari monasteri della Rete). Questo vuol dire guardare al futuro e non al passato e scoprire insieme le cose di cui abbiamo bisogno.
  • Usare il linguaggio dell’alleanza che appartiene a tutte le religioni, ma che abbiamo bisogno di approfondire scavando nelle nostre tradizioni per imparare a dirlo in modo nuovo. Tutte le nostre culture hanno l’ospitalità come asse portante, essa può fungere da base paradigmatica per creare una co-alleanza tra noi.
  • Investire nella formazione, dei giovani e degli adulti, al dialogo interreligioso ed ecumenico.
  • A partire dalle persone che partecipano agli incontri del Mediterraneo, sarebbe opportuno favorire la formazione di comunità locali che allarghino l’effetto benefico di tali incontri e che consentano nel tempo di valutare le situazioni specifiche per formulare dei progetti a medio e a lungo termine che abbiano degli obiettivi precisi a favore della crescita della comunione e dell’amicizia.
  • · Optare per una maggiore sensibilizzazione e formazione sulla realtà del migrante nei paesi con maggiore sviluppo per rispondere alle esigenze socioeconomiche dei paesi più svantaggiati.

Concludo parafrasando quanto Papa Leone XIV ha affermato recentemente nella sua enciclica Magnifica Humanitas: a ciascuno il tratto di ponte da costruire per far sì che il Mediterraneo possa brillare di nuovo della luce pasquale dell’annuncio evangelico.

Abir Hanna

Monaca Agostiniana di Pennabilli – Italia

 Coordinatrice della Rete dei Monasteri del Mediterraneo

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