La preghiera, la liturgia e le meditazioni della Comunità Monastica con gli amici.
2 APRILE 2026
Giovedì Santo
ore 18.00 – Eucarestia nella Cena del Signore ore 21.00 – Vegliando in preghiera
3 APRILE 2026
Venerdì Santo
ore 07.45 – Lodi ore 10.30 – Quale identità può nascere dalla Croce? – Meditazione biblica – Sr Abir Hanna ore 12.30 – Ora Sesta ore 15.30 – Via Crucis ore 18.30 – Celebrazione della Passione del Signore
4 APRILE 2026
Sabato Santo
ore 07.45– Lodi ore 10.30 – Riscattati dalla morte? -Meditazione teologica – Don Marco Casadei ore 12.30 – Ora Sesta ore 15.30 – Ora nona ore 18.30 – Vespri ore 21.30 – Veglia Pasquale
5 APRILE 2026
Domenica di Pasqua
ore 08.30– Lodi ore 11.00 – Eucarestia del giorno di Pasqua ore 19.00 – Vespri
6 APRILE 2026
Lunedì di Pasqua
ore 08.30– Lodi ore 09.30 – Eucarestia del Lunedì di Pasqua
Il nuovo corso di Alessandro Esposito nell’ambito dei Per-Corsi AAC – Ascolto Attivo Cercasi dell’ISSR “A. Marvelli”
Presentazione del corso
Nel cuore della tradizione ebraica è possibile imbattersi in due momenti nevralgici. Il primo di essi è rappresentato da Yom Kippur, il «giorno dell’espiazione», in cui ciascuna, ciascuno, è chiamata/o a quel percorso al contempo arduo e necessario che è il ritorno a sé. Il secondo di essi è Shawuôt, la «festa delle settimane», dedicata alla centralità che il momento della mietitura riveste in una società agricola, divenuta, in seguito, occasione in cui si celebra il dono della Torah. In queste due ricorrenze la tradizione ebraica legge e medita, rispettivamente, il libro di Giona e quello di Ruth: figure singolari, l’una emblema del rapporto schietto e teso con un Dio che si fatica a comprendere, l’altra immagine della piena accoglienza della benevolenza e della misericordia divine, che Ruth insegna a scorgere nel cuore stesso della vita di una ormai sconsolata Naomi.
Proveremo a immergerci in queste due storie che, come di consueto, sono anche le nostre: storie di fughe e di rinnovate consapevolezze, di incomprensioni e di scoperte inattese, di percorsi osati e di ritorni insperati.
Dettagli del corso
Durata: 16 ore, online.
Da lunedì 13 aprile, tutti i lunedì fino al 25 maggio.
Il nuovo corso di Paola Bignardi nell’ambito dei Per-Corsi AAC dell’ISSR “A. Marvelli”
Come funamboli…
Presentazione del corso
Il per-corso realizzato nel 2025, per capire la condizione giovanile al di là dei pregiudizi e dei luoghi comuni, ha costituito un’esperienza importante di conoscenza, di ascolto e di formazione per gli adulti e gli educatori che hanno partecipato ad esso. La conclusione vissuta in presenza da parte di molti dei corsisti presso il monastero delle Monache Agostiniane di Pennabilli ha confermato il valore di quanto vissuto on line e l’ha impreziosito con l’incontro diretto e le relazioni tra le persone. Sulla base di quanto già sperimentato, nel 2026 prosegue il cammino avviato, assumendo come punto di partenza le domande con cui si è concluso il corso dell’anno precedente.
La domanda che ci accompagnerà è: Che cosa vuol dire fare formazione in questo contesto? Che fare?
Assumeremo questa domanda sul piano culturale, sapendo che ciò che decide della qualità di un’esperienza formativa sono i punti di vista che si assumono, lo sguardo con cui si guardano gli interlocutori e noi stessi. La formazione è un’esperienza che tende al reciproco cambiamento: tra educatori ed educandi, tra adulti e giovani, tra formatori e formandi.
La domanda che lasceremo sullo sfondo ma che ispirerà i nostri incontri sarà quella della reinterpretazione del cristianesimo in questo tempo. La questione formativa non si gioca nello spazio dei metodi e delle attività, ma su quello della cultura che ispira l’azione educativa. Nel nostro percorso troveranno dunque spazio le questioni della libertà di coscienza, della pace e del disarmo, della natura e dell’ecologia, del pensiero critico e del mistero, della violenza e del dialogo, della sofferenza e della gioia, della misericordia e del giudizio.
Affronteremo questi e altri temi nel dialogo, nello scambio, nella partecipazione di tutti per costruire, tassello dopo tassello, il profilo di un progetto formativo per i giovani come condizione imprescindibile per un’interpretazione contemporanea dell’essere e del vivere da cristiani e ancor prima, da uomini e donne veri. Le visioni dei giovani, come scrive il profeta Gioele, possono sollecitare i sogni degli adulti, aiutare gli adulti a recuperare quella capacità di immaginare il futuro che è esercizio di speranza.
L’esperienza tende ad avere carattere laboratoriale e interattivo, pur attraverso lezioni on line (tranne nella lezione finale). Ogni lezione si concluderà, per chi lo desidera, con l’invito a una restituzione che servirà a dare forma al progetto dei partecipanti.
Paola Bignardi
Dettagli del corso
Durata: 24 ore, 18 online e 6 in presenza.
Da martedì 17 marzo 2026 tutti i martedì dalle 18,15 alle 20 online.
Lunedì 1 e martedì 2 giugno in presenza al Monastero delle Monache agostiniane di Pennabilli (RN).
Pavel Florenskij – Particolare – Dipinto realizzato da Sr Elena Manganelli osa
Il mondo è pieno di separazioni, di sensi di superiorità che creano ingiustizie. Non sarà una teoria a cambiarci, ma una vera sperimentazione: affacciarci ad ogni incontro lasciando aperte le porte. In questa settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, ti chiediamo Padre di affascinarci ad ogni appello ad essere “uno”. In noi stessi, nel mondo, nella Chiesa. Il tuo Vangelo ci prenda per mano e ci conduca laddove non siamo ancora arrivati.
II DOMENICA DI AVVENTO – II SETTIMANA DEL SALTERIO
V. O Dio, vieni a salvarmi R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
Chiara una voce dal cielo si diffonde nella notte: fuggano i sogni e le angosce, splende la luce di Cristo.
Si desti il cuore dal sonno, non più turbato dal male; un astro nuovo rifulge fra le tenebre del mondo.
Ecco l’Agnello di Dio, prezzo del nostro riscatto: con fede viva imploriamo il suo perdono e la pace.
Quando alla fine dei tempi Cristo verrà nella gloria, da ogni nostra catena ci liberi la sua grazia.
Sia lode a Cristo Signore, al Padre e al Santo Spirito, com’era nel principio, ora e nei secoli eterni. Amen.
1 ant.
Tu nostra forza, città di Dio! Il Salvatore sarà per te muro e baluardo: aprite le porte, il Signore è con noi, alleluia.
SALMO 117
Celebrate il Signore, perché è buono; * eterna è la sua misericordia.
Dica Israele che egli è buono: * eterna è la sua misericordia.
Lo dica la casa di Aronne: * eterna è la sua misericordia.
Lo dica chi teme Dio: * eterna è la sua misericordia.
Nell’angoscia ho gridato al Signore, * mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo.
Il Signore è con me, non ho timore; * che cosa può farmi l’uomo? Il Signore è con me, è mio aiuto, * sfiderò i miei nemici.
È meglio rifugiarsi nel Signore * che confidare nell’uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore * che confidare nei potenti.
Tutti i popoli mi hanno circondato, * ma nel nome del Signore li ho sconfitti. Mi hanno circondato, mi hanno accerchiato, * ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
Mi hanno circondato come api, † come fuoco che divampa tra le spine, * ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, * ma il Signore è stato mio aiuto. Mia forza e mio canto è il Signore, * egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria, * nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto meraviglie, † la destra del Signore si è alzata, * la destra del Signore ha fatto meraviglie.
Non morirò, resterò in vita * e annunzierò le opere del Signore. Il Signore mi ha provato duramente, * ma non mi ha consegnato alla morte.
Apritemi le porte della giustizia: * entrerò a rendere grazie al Signore. È questa la porta del Signore, * per essa entrano i giusti.
Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, * perché sei stato la mia salvezza.
La pietra scartata dai costruttori * è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: * una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno fatto dal Signore: * rallegriamoci ed esultiamo in esso.
Dona, Signore, la tua salvezza, * dona, Signore, la tua vittoria! Benedetto colui che viene nel nome del Signore. * Vi benediciamo dalla casa del Signore;
Dio, il Signore, è nostra luce. † Ordinate il corteo con rami frondosi * fino ai lati dell’altare.
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, * sei il mio Dio e ti esalto.
Celebrate il Signore, perché è buono: * eterna è la sua misericordia.
1 ant.
Tu nostra forza, città di Dio! Il Salvatore sarà per te muro e baluardo: aprite le porte, il Signore è con noi, alleluia.
2 ant.
Venite alla sorgente, voi che avete sete; cercate il Signore: ora si fa trovare, alleluia.
CANTICO Dn 3, 52-57
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto il tuo nome glorioso e santo, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo glorioso, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu sul trono del tuo regno, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi † e siedi sui cherubini, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu nel firmamento del cielo, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedite, opere tutte del Signore, il Signore, * lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
2 ant.
Venite alla sorgente, voi che avete sete; cercate il Signore: ora si fa trovare, alleluia.
3 ant.
Verrà con potenza il Signore, e sarà luce ai nostri occhi, alleluia.
SALMO 150
Lodate il Signore nel suo santuario, * lodatelo nel firmamento della sua potenza. Lodatelo per i suoi prodigi, * lodatelo per la sua immensa grandezza.
Lodatelo con squilli di tromba, * lodatelo con arpa e cetra; lodatelo con timpani e danze, * lodatelo sulle corde e sui flauti.
Lodatelo con cembali sonori, † lodatelo con cembali squillanti; * ogni vivente dia lode al Signore.
3 ant.
Verrà con potenza il Signore, e sarà luce ai nostri occhi, alleluia.
LETTURA BREVE – Rm 13, 11-12
È ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la nostra salvezza è più vicina ora di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Gettiamo via perciò le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce.
RESPONSORIO BREVE
R. Cristo, Figlio del Dio vivo, * abbi pietà di noi. Cristo, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di noi.
V. Tu che vieni nel mondo, abbi pietà di noi. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Cristo, Figlio del Dio vivo, abbi pietà di noi.
Ant. al Ben.
Ecco, io mando il mio messaggero a preparare la via davanti a te.
CANTICO DI ZACCARIA Lc 1, 68-79
Benedetto il Signore Dio d’Israele, * perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi una salvezza potente * nella casa di Davide, suo servo,
come aveva promesso * per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
salvezza dai nostri nemici, * e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri * e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, * di concederci, liberàti dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia * al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo * perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza * nella remissione dei suoi peccati,
grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, * per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge,
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre * e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi * sulla via della pace.
Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre * nei secoli dei secoli. Amen.
Ant. al Ben.
Ecco, io mando il mio messaggero a preparare la via davanti a te.
INVOCAZIONI
Uniti nella preghiera della fede, invochiamo Cristo, giudice dei vivi e dei morti: Vieni, Signore Gesù.
Cristo, che sei venuto a salvare i peccatori, — difendici dalle insidie del male. Tu, che alla fine dei tempi manifesterai la tua potenza e gloria, — mostraci fin d’ora la grazia che ci salva. La forza dello Spirito Santo ci aiuti a custodire la tua legge, — nel generoso servizio di Dio e del prossimo. Aiutaci a vivere con sobrietà e amore in questo mondo, — in attesa della beata speranza e della rivelazione della tua gloria.
Padre nostro.
ORAZIONE
O Dio, grande e misericordioso, fa’ che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio, ma la sapienza che viene dal cielo ci guidi alla comunione con il Cristo, nostro Salvatore, che è Dio e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.
R. Amen.
La preghiera della Liturgia delle ore
Vespri del 5 dicembre 2025
Venerdì – I SETT. di AVVENTO – I SETT. del SALTERIO
Primi vespri dellaII DOMENICA DI AVVENTO – II SETTIMANA DEL SALTERIO
V. O Dio, vieni a salvarmi R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
DALL’IMMAGINE TESA (di Clemente Rebora)
Dall’immagine tesa vigilo l’istante, con imminenza di attesa e non aspetto nessuno.
Nell’ombra accesa spio il campanello che impercettibile spande un polline di suono e non aspetto nessuno.
Fra quattro mura stupefatte di spazio più che un deserto, non aspetto nessuno:
ma deve venire, verrà se resisto, a sbocciare non visto, verrà d’improvviso quando meno l’avverto.
Verrà quasi perdono, di quanto fa morire, verrà a farmi certo del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro delle mie e sue pene, verrà, forse già viene il suo bisbiglio.
1 ant.
Godi e rallégrati, o nuova Gerusalemme: viene il tuo re, mite e salvatore.
SALMO 118, 105-112
Lampada per i miei passi è la tua parola, * luce sul mio cammino. Ho giurato, e lo confermo, * di custodire i tuoi precetti di giustizia.
Sono stanco di soffrire, Signore, * dammi vita secondo la tua parola. Signore, gradisci le offerte delle mie labbra, * insegnami i tuoi giudizi.
La mia vita è sempre in pericolo, * ma non dimentico la tua legge. Gli empi mi hanno teso i loro lacci, * ma non ho deviato dai tuoi precetti.
Mia eredità per sempre sono i tuoi insegnamenti, * sono essi la gioia del mio cuore. Ho piegato il mio cuore ai tuoi comandamenti, * in essi è la mia ricompensa per sempre.
1 ant.
Godi e rallégrati, o nuova Gerusalemme: viene il tuo re, mite e salvatore.
2 ant.
Riprendete coraggio: ecco il nostro Dio, egli viene a salvarci.
SALMO 15
Proteggimi, o Dio: * in te mi rifugio. Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore, * senza di te non ho alcun bene».
Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, * è tutto il mio amore.
Si affrettino altri a costruire idoli: † io non spanderò le loro libazioni di sangue, * né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: * nelle tue mani è la mia vita. Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, * la mia eredità è magnifica.
Benedico il Signore che mi ha dato consiglio; * anche di notte il mio cuore mi istruisce. Io pongo sempre innanzi a me il Signore, * sta alla mia destra, non posso vacillare.
Di questo gioisce il mio cuore, † esulta la mia anima; * anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro, * né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.
Mi indicherai il sentiero della vita, † gioia piena nella tua presenza, * dolcezza senza fine alla tua destra.
2 ant.
Riprendete coraggio: ecco il nostro Dio, egli viene a salvarci.
3 ant.
Da Mosè fu data la legge: da Gesù Cristo la grazia e la verità.
CANTICO Fil 2, 6-11
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, * non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso, † assumendo la condizione di servo * e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana, umiliò se stesso † facendosi obbediente fino alla morte * e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato * e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi † nei cieli, sulla terra * e sotto terra;
e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, * a gloria di Dio Padre.
3 ant.
Da Mosè fu data la legge: da Gesù Cristo la grazia e la verità.
LETTURA BREVE – 1 Ts 5, 23-24
Il Dio della pace vi santifichi fino alla perfezione, e tutto quello che è vostro, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Colui che vi chiama è fedele e farà tutto questo!
RESPONSORIO BREVE
R. Mostraci, Signore, * la tua misericordia. Mostraci, Signore, la tua misericordia.
V. E donaci la tua salvezza, la tua misericordia. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Mostraci, Signore, la tua misericordia.
Ant. al Magn.
Vieni, Signore, a visitarci nella pace: con cuore nuovo faremo festa per te.
CANTICO DELLA BEATA VERGINE Lc 1, 46-55
L’anima mia magnifica il Signore * e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva. * D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente * e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia * si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, * ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, * ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, * ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, * ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri, * ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.
Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre * nei secoli dei secoli. Amen.
Ant. al Magn.
Vieni, Signore, a visitarci nella pace: con cuore nuovo faremo festa per te.
INTERCESSIONI
Innalziamo la comune preghiera a Cristo, Salvatore, nato dalla Vergine Maria: Vieni, Signore Gesù.
Figlio di Dio, che vieni come il vero angelo dell’alleanza, — fa’ che il mondo intero ti riconosca e ti accolga. Verbo di Dio, che ti sei fatto nostro fratello, — libera l’umanità dalle oscure suggestioni del male. Signore della vita, che hai preso su di te la nostra morte, — fa’ che accettiamo dalle tue mani la sofferenza e la morte. Giudice divino, che dài la giusta ricompensa, — mostraci la misericordia che non conosce limiti. Cristo Signore, morto per noi sul legno della croce, — dona il riposo eterno a chi è morto a causa dell’odio e della violenza.
Padre nostro.
ORAZIONE
O Dio, grande e misericordioso, fa’ che il nostro impegno nel mondo non ci ostacoli nel cammino verso il tuo Figlio, ma la sapienza che viene dal cielo ci guidi alla comunione con il Cristo, nostro Salvatore, che è Dio e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.
R. Amen.
La preghiera della Liturgia delle ore
Vespri del 5 dicembre 2025
Venerdì – I SETT. di AVVENTO – I SETT. del SALTERIO
SAN NICOLA, VESCOVO – MEMORIA – I SETTIMANA DEL SALTERIO
V. O Dio, vieni a salvarmi R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
Glorioso e potente Signore, che alterni i ritmi del tempo, irradi di luce il mattino e accendi di fuochi il meriggio,
tu placa le tristi contese, estingui la fiamma dell’ira, infondi vigore alle membra, ai cuori concedi la pace.
Sia gloria al Padre ed al Figlio, sia onore al Santo Spirito, all’unico e trino Signore sia lode nei secoli eterni. Amen.
Ant.
L’angelo Gabriele disse a Maria: Ave, piena di grazia, il Signore è con te; tu sei benedetta fra le donne.
SALMO 118, 33-40
Indicami, Signore, la via dei tuoi precetti * e la seguirò sino alla fine. Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge * e la custodisca con tutto il cuore.
Dirigimi sul sentiero dei tuoi comandi, * perché in esso è la mia gioia. Piega il mio cuore verso i tuoi insegnamenti * e non verso la sete del guadagno.
Distogli i miei occhi dalle cose vane, * fammi vivere sulla tua via. Con il tuo servo sii fedele alla parola * che hai data, perché ti si tema.
Allontana l’insulto che mi sgomenta, * poiché i tuoi giudizi sono buoni. Ecco, desidero i tuoi comandamenti; * per la tua giustizia fammi vivere.
SALMO 33 – I (2-11)
Benedirò il Signore in ogni tempo, * sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore, * ascoltino gli umili e si rallegrino.
Celebrate con me il Signore, * esaltiamo insieme il suo nome. Ho cercato il Signore e mi ha risposto * e da ogni timore mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, * non saranno confusi i vostri volti.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, * lo libera da tutte le sue angosce. L’angelo del Signore si accampa * attorno a quelli che lo temono e li salva.
Gustate e vedete quanto è buono il Signore; * beato l’uomo che in lui si rifugia. Temete il Signore, suoi santi, * nulla manca a coloro che lo temono.
I ricchi impoveriscono e hanno fame, * ma chi cerca il Signore non manca di nulla.
II (12-23)
Venite, figli, ascoltatemi; * v’insegnerò il timore del Signore. C’è qualcuno che desidera la vita * e brama lunghi giorni per gustare il bene?
Preserva la lingua dal male, * le labbra da parole bugiarde. Sta’ lontano dal male e fa’ il bene, * cerca la pace e perseguila.
Gli occhi del Signore sui giusti, * i suoi orecchi al loro grido di aiuto. Il volto del Signore contro i malfattori, * per cancellarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta, * li salva da tutte le loro angosce. Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, * egli salva gli spiriti affranti.
Molte sono le sventure del giusto, * ma lo libera da tutte il Signore. Preserva tutte le sue ossa, * neppure uno sarà spezzato.
La malizia uccide l’empio * e chi odia il giusto sarà punito. Il Signore riscatta la vita dei suoi servi, * chi in lui si rifugia non sarà condannato.
Ant.
L’angelo Gabriele disse a Maria: Ave, piena di grazia, il Signore è con te; tu sei benedetta fra le donne.
LETTURA BREVE – Is 4, 3
In quel giorno, chiunque sarà rimasto in Sion e chi sarà superstite in Gerusalemme sarà chiamato santo, cioè quanti saranno iscritti per restare in vita in Gerusalemme.
V. Per la tua benevolenza, Signore, ricordati di noi, R. vieni a visitarci con la tua salvezza.
ORAZIONE
O Dio, che hai mandato in questo mondo il tuo unico Figlio a liberare l’uomo dalla schiavitù del peccato, concedi a noi, che attendiamo con fede il dono del tuo amore, di raggiungere il premio della vera libertà. Per Cristo nostro Signore.
Benediciamo il Signore.
R. Rendiamo grazie a Dio.
La preghiera della Liturgia delle ore
Vespri del 5 dicembre 2025
Venerdì – I SETT. di AVVENTO – I SETT. del SALTERIO
SAN NICOLA, VESCOVO – MEMORIA – I SETTIMANA DEL SALTERIO
V. O Dio, vieni a salvarmi R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
O Cristo, Verbo del Padre, re glorioso fra i santi, luce e salvezza del mondo, in te crediamo.
Cibo e bevanda di vita, balsamo, veste, dimora, forza, rifugio, conforto, in te speriamo.
Illumina col tuo Spirito l’oscura notte del male, orienta il nostro cammino incontro al Padre. Amen.
1 ant.
I miei occhi precedono l’aurora, o Dio, per meditare la tua parola.
SALMO 118, 145-152
T’invoco con tutto il cuore, Signore, rispondimi; * custodirò i tuoi precetti. Io ti chiamo, salvami, * e seguirò i tuoi insegnamenti.
Precedo l’aurora e grido aiuto, * spero sulla tua parola. I miei occhi prevengono le veglie della notte * per meditare sulle tue promesse.
Ascolta la mia voce, secondo la tua grazia; * Signore, fammi vivere secondo il tuo giudizio. A tradimento mi assediano i miei persecutori, * sono lontani dalla tua legge.
Ma tu, Signore, sei vicino, * tutti i tuoi precetti sono veri. Da tempo conosco le tue testimonianze * che hai stabilite per sempre.
1 ant.
I miei occhi precedono l’aurora, o Dio, per meditare la tua parola.
2 ant.
Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato.
CANTICO Es 15, 1-4a. 8-13. 17-18.
Voglio cantare in onore del Signore: † perché ha mirabilmente trionfato, * ha gettato in mare cavallo e cavaliere.
Mia forza e mio canto è il Signore, * egli mi ha salvato. È il mio Dio e lo voglio lodare, * è il Dio di mio padre e lo voglio esaltare!
Dio è prode in guerra, * si chiama Signore. I carri del faraone e il suo esercito * li ha gettati in mare.
Al soffio della tua ira si accumularono le acque, † si alzarono le onde come un argine, * si rappresero gli abissi in fondo al mare.
Il nemico aveva detto: * Inseguirò, raggiungerò, spartirò il bottino, se ne sazierà la mia brama, * sfodererò la spada, li conquisterà la mia mano!
Soffiasti con il tuo alito: li coprì il mare, * sprofondarono come piombo in acque profonde.
Chi è come te fra gli dèi, * chi è come te, maestoso in santità, Signore? Chi è come te tremendo nelle imprese, * operatore di prodigi?
Stendesti la destra: * li inghiottì la terra.
Guidasti con il tuo favore questo popolo che hai riscattato, * lo conducesti con forza alla tua santa dimora.
Lo fai entrare * e lo pianti sul monte della tua promessa, luogo che per tua sede, Signore, hai preparato, * santuario che le tue mani, Signore, hanno fondato.
Il Signore regna * in eterno e per sempre!
2 ant.
Mia forza e mio canto è il Signore, egli mi ha salvato.
3 ant.
Lodate il Signore, popoli tutti.
SALMO 116
Lodate il Signore, popoli tutti, * † voi tutte, nazioni, dategli gloria;
perché forte è il suo amore per noi * e la fedeltà del Signore dura in eterno.
3 ant.
Lodate il Signore, popoli tutti.
LETTURA BREVE Eb 13, 7-9a
Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio; considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede. Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciatevi sviare da dottrine varie e peregrine.
RESPONSORIO BREVE
R. Li hai posti come sentinelle, * vegliano sulla tua Chiesa. Li hai posti come sentinelle, vegliano sulla tua Chiesa.
V. Giorno e notte annunziano il tuo nome, vegliano sulla tua Chiesa. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Li hai posti come sentinelle, vegliano sulla tua Chiesa.
Ant. al Ben.
Non siete voi a parlare, ma parla in voi lo Spirito del Padre.
CANTICO DI ZACCARIA Lc 1, 68-79
Benedetto il Signore Dio d’Israele, * perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi una salvezza potente * nella casa di Davide, suo servo,
come aveva promesso * per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
salvezza dai nostri nemici, * e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri * e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, * di concederci, liberàti dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia * al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo * perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza * nella remissione dei suoi peccati,
grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, * per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge,
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre * e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi * sulla via della pace.
Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo.Come era nel principio, e ora e sempre * nei secoli dei secoli. Amen.
Ant. al Ben.
Non siete voi a parlare, ma parla in voi lo Spirito del Padre.
INVOCAZIONI
A Cristo, buon pastore, che ha dato la vita per le sue pecorelle, innalziamo con fiducia la nostra preghiera:
O Signore, guida il tuo popolo ai pascoli della vita eterna.
Cristo, che in san Nicola ci hai dato un’immagine viva del tuo amore misericordioso, — fa’ che sperimentiamo in coloro che ci guidano la dolcezza della tua carità. Tu, che nei tuoi vicari continui a svolgere la missione di maestro e di pastore, — non cessare mai di governarci tu stesso nella persona dei tuoi ministri. Tu, che nei santi pastori, posti al servizio del tuo popolo, ti sei fatto medico delle anime e dei corpi, — fa’ che non venga mai meno la tua presenza mediante ministri santi e santificatori. Tu, che hai animato i fedeli con la sapienza e la carità dei santi — fa’ che i predicatori del vangelo ci aiutino a conoscerti e ad amarti come vuoi tu.
Padre nostro.
ORAZIONE
Assisti il tuo popolo, Dio misericordioso, e per l’intercessione del vescovo san Nicola, che veneriamo nostro protettore, salvaci da ogni pericolo nel cammino che conduce alla salvezza. Per il nostro Signore.
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.
R. Amen.
Preghiera per la Pace
Dio che dai fiducia, aprici al paziente lavoro della pace.
I nostri occhi imparino a guardare: guariscano dalla soggezione e dal controllo, si aprano all’ammirazione.
Le nostre mani depongano le armi: sappiano ricevere da altre mani, si mettano all’opera per ricostruire.
Il nostro gusto si accorga di altri sapori, il nostro udito ascolti la voce muta di chi non sa come esprimersi, l’odore dell’umanità sia la strada da seguire per conoscere Te.
L’unica nostra forza sia vivere la vita, l’unica difesa costruire insieme il mondo che viene.
Monache Agostiniane di Pennabilli
La preghiera della Liturgia delle ore
Vespri del 5 dicembre 2025
Venerdì – I SETT. di AVVENTO – I SETT. del SALTERIO
Venerdì – I SETTIMANA DI AVVENTO – I SETTIMANA DEL SALTERIO
V. O Dio, vieni a salvarmi R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
DALL’IMMAGINE TESA (di Clemente Rebora)
Dall’immagine tesa vigilo l’istante, con imminenza di attesa e non aspetto nessuno.
Nell’ombra accesa spio il campanello che impercettibile spande un polline di suono e non aspetto nessuno.
Fra quattro mura stupefatte di spazio più che un deserto, non aspetto nessuno:
ma deve venire, verrà se resisto, a sbocciare non visto, verrà d’improvviso quando meno l’avverto.
Verrà quasi perdono, di quanto fa morire, verrà a farmi certo del suo e mio tesoro,
verrà come ristoro delle mie e sue pene, verrà, forse già viene il suo bisbiglio.
1 ant.
Risanami, Signore, ho peccato contro di te.
SALMO 40
Beato l’uomo che ha cura del debole, * nel giorno della sventura il Signore lo libera.
Veglierà su di lui il Signore, † lo farà vivere beato sulla terra, * non lo abbandonerà alle brame dei nemici.
Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore. * Gli darai sollievo nella sua malattia.
Io ho detto: «Pietà di me, Signore; * risanami, contro di te ho peccato». I nemici mi augurano il male: * «Quando morirà e perirà il suo nome?».
Chi viene a visitarmi dice il falso, † il suo cuore accumula malizia * e uscito fuori sparla.
Contro di me sussurrano insieme i miei nemici, * contro di me pensano il male: «Un morbo maligno su di lui si è abbattuto, * da dove si è steso non potrà rialzarsi».
Anche l’amico in cui confidavo, † anche lui, che mangiava il mio pane, * alza contro di me il suo calcagno.
Ma tu, Signore, abbi pietà e sollevami, * che io li possa ripagare. Da questo saprò che tu mi ami * se non trionfa su di me il mio nemico;
per la mia integrità tu mi sostieni, * mi fai stare alla tua presenza per sempre.
Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele, * da sempre e per sempre. Amen, amen.
1 ant.
Risanami, Signore, ho peccato contro di te.
2 ant.
Il Signore dell’universo è con noi, rifugio e salvezza è il nostro Dio.
SALMO 45
Dio è per noi rifugio e forza, * aiuto sempre vicino nelle angosce.
Perciò non temiamo se trema la terra, * se crollano i monti nel fondo del mare. Fremano, si gonfino le sue acque, * tremino i monti per i suoi flutti.
Un fiume e i suoi ruscelli rallegrano la città di Dio, * la santa dimora dell’Altissimo.
Dio sta in essa: non potrà vacillare; * la soccorrerà Dio, prima del mattino. Fremettero le genti, i regni si scossero; * egli tuonò, si sgretolò la terra .
Il Signore degli eserciti è con noi, * nostro rifugio è il Dio di Giacobbe.
Venite, vedete le opere del Signore, * egli ha fatto portenti sulla terra.
Farà cessare le guerre sino ai confini della terra, † romperà gli archi e spezzerà le lance, * brucerà con il fuoco gli scudi.
Fermatevi e sappiate che io sono Dio, * eccelso tra le genti, eccelso sulla terra.
Il Signore degli eserciti è con noi, * nostro rifugio è il Dio di Giacobbe.
2 ant.
Il Signore dell’universo è con noi, rifugio e salvezza è il nostro Dio.
3 ant.
Tutte le genti verranno ad adorarti, Signore.
CANTICO Cfr. Ap 15, 3-4
Grandi e mirabili sono le tue opere, † o Signore Dio onnipotente; * giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti!
Chi non temerà il tuo nome, † chi non ti glorificherà, o Signore? * Tu solo sei santo!
Tutte le genti verranno a te, Signore, † davanti a te si prostreranno, * perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati.
3 ant.
Tutte le genti verranno ad adorarti, Signore.
LETTURA BREVE – Isaia 11,6-9
Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso. Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno in tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare.
RESPONSORIO BREVE
R. Vieni a liberarci, Signore, * Dio dell’universo. Vieni a liberarci, Signore, Dio dell’universo.
V. Mostraci il tuo volto, e saremo salvi, Dio dell’universo. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Vieni a liberarci, Signore, Dio dell’universo.
Ant. al Magn.
Ho chiamato dall’Egitto mio Figlio: verrà a salvare il suo popolo.
CANTICO DELLA BEATA VERGINE Lc 1, 46-55
L’anima mia magnifica il Signore * e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva. * D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente * e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia * si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, * ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, * ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, * ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, * ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri, * ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.
Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre * nei secoli dei secoli. Amen.
Ant. al Magn.
Ho chiamato dall’Egitto mio Figlio: verrà a salvare il suo popolo.
INTERCESSIONI
Supplichiamo Cristo, pastore e custode delle nostre anime:
Vieni Gesù, Vieni Signore Gesù.
ORAZIONE
Mostra la tua potenza e vieni, Signore: nei pericoli che ci minacciano a causa dei nostri peccati la tua protezione ci liberi, il tuo soccorso ci salvi. Tu sei Dio e vivi e regni con Dio Padre, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.
R. Amen.
La preghiera della Liturgia delle ore
Vespri del 5 dicembre 2025
Venerdì – I SETT. di AVVENTO – I SETT. del SALTERIO
Interventi di: Alessandro Esposito – Chiesa valdese – Rimini Sr Abir Hanna e Sr Francesca Serreli – Monache Agostiniane di Pennabilli
Coordina: Don Marco Casadei – ISSR Marvelli – Rimini
Nel pomeriggio:laboratori tematici
In una realtà sempre più contraddistinta da standard di efficienza e di produttività, fa fatica a trovar spazio l’esercizio della cura come atteggiamento improntato alla responsabilità e alla consapevolezza di essere parte di una realtà più vasta e correlata.
Dimentichi del fatto che l’umano getta le sue radici in quell’humus di cui è parte integrante, crediamo di poter prescindere dall’equilibrio di quella natura che percepiamo quale ennesimo ambito dell’esercizio indiscriminato del nostro dominio.
Ripercorrendo le pagine bibliche che narrano di questo inizio di cui il presente sembra aver smarrito ogni memoria, proveremo a riflettere insieme su quali siano le modalità attraverso cui tornare a ciò che concerne il nostro posto e il nostro ruolo nella ricerca di un’armonia che, in luogo del ben-essere, persegue lo star bene, come costruzione quotidiana e comunitaria di un equilibrio che mette al centro l’imparare a prendersi cura.
Partecipazione al convegno e pranzo a offerta libera.
Violoncello: Greta Mussoni, Pianoforte: Alessandra Montali
Introduzione
Agostino non fu solo ricercatore instancabile, ma anche narratore appassionato di ciò che cercava. Dettava parole che diventavano libri.
Questa sera vorremmo fare un piccolo esperimento: provare ad aprire insieme alcune di queste pagine. Immetterci nel flusso della sua preghiera, ma anche del racconto del suo tempo quotidiano, per giungere al luogo del dissidio, in cui la rinascita che lo attende è temuta e attesa insieme. Pagine tratte dalle sue lettere e da alcune delle sue opere.
La musica di due amiche ci accompagnerà, intrecciando un delicato dialogo con le parole di Agostino.
Narrare è creare, suonare è spalancare uno spazio.
Il tragitto che faremo insieme ha un titolo: Condividete tutto. Filo rosso della Regola monastica da lui lasciata (la nostra!). Filo rosso della sua vita.
Questi sono i precetti che prescriviamo a voi stabiliti nel monastero.
Il motivo essenziale per cui vi siete insieme riuniti è che viviate unanimi nella casa e abbiate unità di mente e di cuore protesi verso Dio. Non dite di nulla: È mio, ma tutto sia comune fra voi. (Regola 1.1.2)
Dalle righe che andremo ad ascoltare speriamo possa emergere freschissima e sorprendente non una risposta, ma una sete.
BRANO 1 – J. S. BACH – Gavotte in Do min.
PARTE I
“Nel frattempo scrissi altri due volumi per soddisfare una mia ardente aspirazione, quella di cercare razionalmente la verità su ciò che più intensamente desideravo conoscere; e l’ho fatto rivolgendo domande e rispondendo a me stesso.
Di qui il titolo di Soliloqui da me assegnato a quest’opera”.
(Ritrattazioni)
Voglio chiederti perché desideri che le persone a te care vivano e convivano con te.
Affinché possiamo indagare in concorde collaborazione sulla nostra anima e su Dio. Così colui che per primo avrà risolto il problema, indurrà senza fatica al medesimo risultato anche gli altri. (Soliloqui I, 12. 20)
O Dio, dal quale allontanarsi è cadere, verso cui voltarsi è risorgere, nel quale rimanere è aver sicurezza; o Dio, dal quale uscire è morire, al quale avviarsi è tornare a vivere, nel quale abitare è vivere; o Dio, che abbandonare è andare in rovina, a cui tendere è amare; o Dio, col cui aiuto apprendiamo che sono anche di altri le cose che una volta reputavamo nostre e sono anche nostre le cose che una volta reputavamo di altri… (Soliloqui I, 1.3 )
Guarisci ed apri i miei occhi affinché possa vedere i tuoi cenni.
Allontana da me i movimenti irragionevoli affinché possa riconoscerti.
Dimmi da che parte devo guardare affinché ti veda…
Sento che devo ritornare a te; a me che picchio si apra la tua porta; insegnami come si può giungere fino te. Tu mostrami la via e forniscimi ciò che necessita al viaggio. (Soliloqui I, 1, 5)
Angusta è la casa della mia anima perché tu possa entrarvi: allargala dunque…
BRANO 2 – J. MARIE – La Cinquantaine
PARTE II
“Mi è occorso di scrivere il libro su La felicità non dopo la composizione dei libri Sugli Academici, ma in alternanza con essi. Nacque da una circostanza occasionale, la ricorrenza del mio giorno natalizio, e comprende una discussione durata tre giorni, come chiaramente si evince dal testo”. (Ritrattazioni)
Il tredici novembre ricorreva il mio compleanno. Dopo un pranzo tanto frugale che non impedì il lavoro della mente, feci adunare nella sala delle terme tutti coloro che non solo quel giorno ma ogni giorno convivevano con me (…) Partecipavano prima di tutto mia madre, ai cui meriti spetta, come credo, tutto quel che sto vivendo, Navigio mio fratello, Trigezio e Licenzio miei concittadini e discepoli. Volli che non mancassero neanche Lastidiano e Rustico, miei cugini, sebbene non avessero frequentato neppure il maestro di grammatica. Ritenni che il loro buon senso fosse sufficiente all’argomento che intendevo trattare. Con noi era anche mio figlio Adeodato, il più piccolo di tutti (…). Ottenuta la loro attenzione, cominciai… (De beata Vita I, 1.6)
L’indomani, sempre dopo pranzo ma un po’ più tardi del giorno antecedente, ci adunammo i medesimi e nel medesimo luogo. (De beata Vita I, 3.17)
Al terzo giorno della nostra disputa, di mattino, si dissipò la nebbia che ci costringeva ad adunarci nella sala delle terme e si ebbe un limpido pomeriggio. Ci fece piacere quindi scendere nel prato vicino. Ci sedemmo, ciascuno nel luogo che sembrò più comodo. Quindi fu continuata la disputa… (De beata Vita I, 4.23)
Ripresa musicale – La Cinquantaine
“Anche Nebridio aveva lasciato il paese natio, nei pressi di Cartagine, e poi Cartagine stessa, dove lo s’incontrava sovente; aveva lasciato la splendida tenuta del padre, lasciata la casa e la madre (…) per venire a Milano con l’unico intento di vivere insieme a me nella ricerca della verità e della sapienza. Investigatore appassionato della felicità umana, scrutatore acutissimo dei più difficili problemi, come me anelava e come me oscillava”
(Conf VI, 10.17)
Scriverti le solite cose non mi è gradito, scriverti cose nuove non mi è consentito.
Da quando ti ho lasciato, non ho avuto mai l’occasione, mai un momento di calma per meditare e discutere fra me sulle questioni che siamo soliti trattare… Le notti invernali sono molto lunghe, è vero, e non vengono da me trascorse interamente a dormire, ma quando ho del tempo libero mi si presentano piuttosto dei pensieri di cose necessarie che fanno perdere la tranquillità. Che debbo dunque fare? Essere muto o silenzioso con te? Né tu né io vogliamo l’una cosa o l’altra. Mettiti dunque all’opera e prendi quello che ho potuto tirar fuori da me nell’ultimo tratto della notte in cui è stata scritta questa lettera, per tutta la sua durata.
(Lettera 13. A Nebridio, Cassiciaco, inizio del 387)
Mentre mi teneva in grande pensiero la questione, postami da te già da un pezzo anche con un certo tono di amichevole rimprovero, sulle misure da prendere per poter vivere insieme… mi ha tranquillizzato di colpo un’osservazione brevissima della tua ultima lettera: cioè che non dobbiamo darci pensiero di questo, perché o noi verremo da te non appena ne avremo la possibilità, oppure quando potrai verrai tu da noi. Perciò, reso tranquillo su questo punto, mi son messo ad esaminare con attenzione tutte le tue lettere, per vedere a quante io debbo ancora rispondere. Ma in esse ho trovato tante questioni che, se anche si potessero risolvere facilmente, per il loro stesso cumulo sarebbero eccessive per l’ingegno e il tempo a disposizione di qualsiasi individuo. (Lettera 11. A Nebridio, Tagaste, 389-91)
Ho preferito rispondere alla tua lettera più recente non perché non tenga in nessun conto i tuoi quesiti precedenti o perché mi siano piaciuti meno, ma perché per rispondere io faccio sforzi più grandi di quelli che tu puoi immaginare. Infatti, sebbene tu mi abbia avvisato che devo mandarti una lettera più lunga della più lunga che ti ho mandato, io non ho però tanto tempo a disposizione quanto pensi tu e quanto sai che io ho sempre desiderato e desidero di avere. E non chiedermi perché sia così. Infatti mi sarebbe più facile esporre gli impedimenti che ho che non indicarne il perché. (Lettera 14. A Nebridio, Tagaste, 389-91)
BRANO 3 – F. SCHUBERT – Berceuse
PARTE III Confessare: dire “grazie” ad alta voce
“I tredici libri delle mie Confessioni lodano Dio giusto e buono per le azioni buone e cattive che ho compiuto, e volgono a Dio la mente e il cuore dell’uomo. Per quanto mi riguarda hanno esercitato questa azione su di me mentre li scrivevo e continuano ad esercitarla quando li leggo . Che cosa ne pensino gli altri è affar loro: so però che sono molto piaciuti e tuttora piacciono a molti fratelli” . (Ritrattazioni)
“A trattenermi erano le frivolezze delle frivolezze, le vanità dei vaneggianti, antiche amiche mie, che mi tiravano da sotto la veste di carne e sussurravano a bassa voce: “Tu ci congedi?”. Mi attardavo, poiché indugiavo a staccarmi e scuotermi da esse per balzare dove tu mi chiamavi. L’abitudine, tenace, mi diceva: “Pensi di poterne fare a meno?”. (Confessioni VIII, 11,26)
“Ammalato nello spirito di questa malattia, mi tormentavo fra le accuse che mi rivolgevo da solo, assai più aspre del solito, e i rigiri e le convulsioni entro la mia catena, che ancora non si spezzava del tutto. Mi dicevo fra me e me: “Su, ora, ora è il momento di agire”; a parole ero ormai incamminato verso la decisione e stavo già quasi per agire, e non agivo. Seguiva un altro tentativo uguale al precedente, ancora poco ed ero là, ancora poco e ormai toccavo, stringevo la meta. E non c’ero, non toccavo, non stringevo nulla. Esitavo a morire alla morte e a vivere alla vita. L’istante stesso dell’attesa trasformazione quanto più si avvicinava, tanto più atterriva…”. (Confessioni VIII, 11. 25)
Così parlavo e piangevo nell’amarezza sconfinata del mio cuore affranto. A un tratto dalla casa vicina mi giunge una voce, come di fanciullo o fanciulla, non so, che diceva cantando e ripetendo più volte: “Prendi e leggi, prendi e leggi”. Mutai d’aspetto all’istante e cominciai a riflettere con la massima cura se fosse una cantilena usata in qualche gioco di ragazzi, ma non ricordavo affatto di averla udita da nessuna parte. Arginata la piena delle lacrime, mi alzai. L’unica interpretazione possibile era per me che si trattasse di un comando divino ad aprire il libro e a leggere il primo verso che vi avrei trovato…
Così tornai concitato al luogo dove stava seduto Alipio e dove avevo lasciato il libro dell’Apostolo all’atto di alzarmi. Lo afferrai, lo aprii e lessi tacito il primo versetto su cui mi caddero gli occhi. Diceva: “Non nelle crapule e nelle ebbrezze, non negli amplessi e nelle impudicizie, non nelle contese e nelle invidie, ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo né assecondate la carne nelle sue concupiscenze“. Non volli leggere oltre, né mi occorreva. Appena terminata infatti la lettura di questa frase, una luce, quasi, di certezza penetrò nel mio cuore e tutte le tenebre del dubbio si dissiparono.
Chiuso il libro, tenendovi all’interno il dito o forse un altro segno, già rasserenato in volto, rivelai ad Alipio l’accaduto. (Confessioni VIII, 12, 29-30)
BRANO 4 – J. S. BACH – Preludio in Do min BWV 847
Ciò che sento in modo non dubbio, anzi certo, Signore, è che ti amo (…).
Ma cosa amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie delle cantilene d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto ciò amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, dove splende alla mia anima una luce non avvolta dallo spazio, dove risuona una voce non travolta dal tempo, dove olezza un profumo non disperso dal vento, dov’è colto un sapore non attenuato dalla voracità, dove si annoda una stretta non interrotta dalla sazietà. Questo amo, quando amo il mio Dio.
(Confessioni X)
BRANO 5 – W. A. MOZART – Adagio della sonata in FA maggiore, K 332
Sui sentieri della speranza ci accompagnano un uomo e una donna, che hanno saputo sperare, vivere il proprio tempo sperando per lui. Agostino, uomo grande, che ha trovato la chiave della sua speranza: la fraternità. La chiave concreta, quella che rende la speranza viva, concreta, sperimentabile, vivibile. E poi Madre Alessandra, (nei 20 anni dalla sua morte) figlia di Agostino, madre di tante di noi, che si è messa alla scuola della sua speranza e l’ha seguito.
Tempi diversi: dal IV secolo ai nostri giorni, luoghi diversi, vite diverse. Ma parte della stessa umanità. L’umanità quella con la U maiuscola, quella che cerca di vivere realmente ciò che è.
“Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa poggiano la testa sulla schiena altrui. Succede così che uno soltanto, quello che apre la fila, tiene alta la propria testa senza appoggiarla sugli altri; quando però egli si è stancato, si toglie dal davanti e si mette per ultimo, sicché anche lui può appoggiarsi sul compagno. In questo modo tutti insieme portano i loro pesi e giungono alla meta desiderata: non affondano perché la carità fa loro come da nave.”
Dal commento al salmo 129 di Sant’Agostino
Dagli scritti di Madre Alessandra
“Non ci si può assentare dalla storia, pena la morte della propria identità profonda e il fallimento della propria missione nella chiesa e nel mondo. (Meditazione per i seminaristi del Seminario Romano Maggiore, 1999) Dobbiamo ascoltare la storia. Leggerla con chiaro e responsabile intelletto d’amore facendoci spazio ad essa perché ci parli interiormente, vorrei dire, non come racconto storico, ma come vera lectio divina, perché ogni storia è attraversata da Dio e lascia tracce e piste da percorrere sapienzialmente.”
Lettera aperta guardando al futuro, 1997
“Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa…”
Dal commento al salmo 129 di Sant’Agostino
Il motivo che ci spinge a partire nella vita e a spostarci da dove siamo è proprio la fame: fame di incontro, di esperienze, di avventura, di conoscenza, fame di relazioni e di amore, fame di pane. Questa spinta, questo desiderio che ci fa muovere il primo passo verso il mare che ci sta di fronte è un’esperienza personale, ma allo stesso tempo universale, in quanto ci accomuna tutti. Nel momento in cui decidiamo di lasciare la sponda conosciuta sappiamo che ci aspetta un attraversamento. C’è una separazione da vivere. E c’è uno spazio e un tempo nuovo in cui siamo invitati a entrare, ma vi siamo anche gettati e spinti. In questo attraversamento può affacciarsi una domanda: che cosa spero? Spero che passi presto? Spero di cavarmela in qualche modo? Come voglio stare dentro questo mare?
“Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa poggiano la testa sulla schiena altrui. Succede così che uno soltanto, quello che apre la fila, tiene alta la propria testa senza appoggiarla sugli altri.”
Dal commento al salmo 129 di Sant’Agostino
Come ci sto fa la differenza. Nelle partenze e negli attraversamenti ci è data l’occasione di sperimentare l’importanza della nostra postura. Scoprirsi forti, bravi nuotatori, scoprire di potercela fare: sono esperienze che costruiscono la nostra identità, che rafforzano la fiducia in noi stessi. In qualche modo è necessario sapere che possiamo condurre la nostra vita a testa alta. Può esserci dato anche di scoprire che siamo importanti per altri. Sì, perché non solo riusciamo a cavarcela a testa alta: qualcuno può addirittura appoggiarsi sulla nostra schiena! Ma… l’obiettivo dell’attraversamento è solo questo o c’è spazio anche per altro? Chi porta il peso degli attraversamenti?
Ho come l’impressione che quando noi monaci e monache, ma può valere per ogni uomo e ogni donna, ospitiamo, ci poniamo, consciamente o inconsciamente, a priori, a distanza, come a difesa della nostra identità, prima di tutto e della nostra vita – regolarità di vita – quasi a dire: attenzione! Noi siamo diversi, tu hai la tua vita, noi la nostra e la dobbiamo difendere. Tutto questo ha ovviamente una sua coerenza, ma…il considerarlo a priori, il pormi in fondo al cuore in atteggiamento di difesa vigilante, mi dà sempre l’impressione che si crei, si ponga a fondamento-premessa della relazione con l’altro una situazione di partenza che sentiamo come legittima, anzi, doverosa: una estraneità: io non posso essere come te, tu non puoi essere me; ognuno al suo posto. Io mi metto temporaneamente a tua disposizione offrendoti – poiché sei venuto a cercarmi – il mio “prodotto” confezionato, etichettato, firmato: Parola, liturgia, preghiera, anche lavoro manuale, un tempo di dialogo: specialisti in tutto questo. Due cammini diversi, molto diversi, distintamente fisionomizzati, che di tanto in tanto si incrociano e si relazionano.
Dal Diario di Madre Alessandra, 20.01.1997
“Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa poggiano la testa sulla schiena altrui. Succede così che uno soltanto, quello che apre la fila, tiene alta la propria testa senza appoggiarla sugli altri; quando però egli si è stancato, si toglie dal davanti e si mette per ultimo.”
Dal commento al salmo 129 di Sant’Agostino
Arriva questo momento. Non desiderato, non previsto. Il limite della mia umanità si affaccia in modo prepotente ed è impossibile fare finta di niente. È un momento dolorosissimo nel quale sperimentiamo che tutto può andare in frantumi, compresa l’immagine della nostra identità. Non sono più in grado di aiutare gli altri, ma nemmeno me stesso. È più forte di me! Una frattura che segna un prima e un dopo nella vita di tutti, è il momento in cui si può giocare qualcosa di decisivo proprio in mezzo all’attraversamento. Sono chiamato a lasciare il primo posto e a sperimentare fino in fondo che ho bisogno degli altri.
“La donna contemplativa io la vedo, più che stabile sul Tabor, con Gesù agli inferi. Non figura incontaminata, ma essere profondamente umano, capace di vivere, di condividere in un dialogo di verità, con i suoi fratelli e le sue sorelle, l’esperienza delle miserie umane.”
Da una meditazione di Madre Alessandra sulla formazione
“Si racconta che i cervi, quando vogliono recarsi a pascolo in certe isole lontane dalla costa, per attraversare la lingua di mare che li separa poggiano la testa sulla schiena altrui. Succede così che uno soltanto, quello che apre la fila, tiene alta la propria testa senza appoggiarla sugli altri; quando però egli si è stancato, si toglie dal davanti e si mette per ultimo, sicché anche lui può appoggiarsi sul compagno. In questo modo tutti insieme portano i loro pesi e giungono alla meta desiderata: non affondano perché la carità fa loro come da nave.”
Dal commento al salmo 129 di Sant’Agostino
Accettare il limite, uscire dalla pretesa di una totale indipendenza è la prima liberazione, che mi permette di scoprire che il mio bisogno degli altri è il luogo della mia salvezza. Io posso lasciarmi portare. Nel momento in cui ciò che mi sta davanti è più forte di me, nel momento cruciale dell’attraversamento io posso imparare a fidarmi. Non si può essere sempre capofila! Che sorpresa scoprire che il mio limite dà spazio non solo alla mia umanità tutta intera, ma anche a quella di chi è disposto ad accoglierla, di fratelli e sorelle che scelgono di farsi carico della mia fatica, della mia mancanza di forze, del mio bisogno estremo di aiuto. Nel farmi portare riscopro la mia postura: a testa alta, poggiato sulla schiena dell’altro. Insieme è possibile raggiungere la meta. Da qui la speranza che non muore: la speranza della fraternità.
“L’amicizia produce preghiera e la preghiera produce amicizia, quindi gioia, creatività, confidente serenità(…). E questa realtà così bella ci fa chiesa, la bella chiesa di Gesù, deposito d’affettività, amatissima e amantissima, casa delle nozze di Dio con l’uomo. Agostino ce ne ha participato l’amore immenso (…). E’ tanto bella la comunione di vita. Ma se i nostri cuori non fossero continuamente irrorati dalla preghiera che educa i nostri sentimenti, domina i nostri risentimenti, ci apre a profondità nuove, ci fa gioire del pregare insieme, davanti a Dio nella liturgia e nel quotidiano convivere, come giungere all’esperienza della compenetrazione sincera delle anime che si chiama amicizia, appunto? E solo la preghiera compie tale miracolo, riempiendo di luce il nostro stare insieme e di voglia di vivere nel Signore”
Da una meditazione di Madre Alessandra – Il mondo muore per mancanza di preghiera – 1998
Grano e zizzania Non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura. Il campo è il mondo, è la Chiesa sparsa per il mondo. Chi è buon grano, continui ad esserlo fino al giorno del raccolto; coloro che sono zizzania, si cambino in buon grano. Ora, tra gli uomini e le vere spighe e la zizzania corre questa differenza: quanto alle cose che erano nel campo la spiga rimane spiga, la zizzania rimane zizzania; al contrario nel campo del Signore, cioè nella Chiesa, chi era frumento si cambia a volte in zizzania, e quelli che erano zizzania si cambiano a volte in frumento: poiché nessuno sa cosa avverrà domani. Ecco perché agli operai che s’erano irritati col padre di famiglia quando volevano andare ad estirpare la zizzania, ciò non fu permesso; poiché essi volevano sradicare la zizzania, non fu loro permesso di separarla. Il padre di famiglia, che conosceva tutti, e sapeva che si doveva rimandare la separazione, ordinò loro di tollerare la zizzania, non di separarla. Avendo essi detto: Vuoi che andiamo a strapparla via? No – rispose – per non correre il rischio di sradicare anche il frumento, mentre volete strappar via la zizzania.
Meditazione di Sr Francesca Serreli e di Sr Simona Ibba in occasione del ritiro di Accordi di futuro e note di speranza
Ci sono giorni in cui vorrei allargare le pareti di questa casa oppure svuotarla della metà dei suoi oggetti. Anche oggi è così. Mi guardo attorno e faccio ciò che sempre mi capita di fare quando avverto un’impellente esigenza di spazio e di ordine: cambio la disposizione delle cose. Parto dai libri. Mi libero del maglione di lana e mi preparo all’impresa. In pochi secondi tutto è già sconvolto dal mio arrivo! Sfilo i libri, li appoggio a terra e, fila per fila, li risistemo.
Sfilo, appoggio e risistemo. È già passata mezz’ora, sento i miei occhi riposarsi poco alla volta.
Tu ti aggiri per casa. Hai il divieto assoluto di partecipare alle mie furie domestiche. Divieto privo di valore, perché tu per scelta non vuoi partecipare.
Mi passi accanto e mi chiedi se stasera andiamo a cena fuori.
Mi scivola dalle mani un quaderno, mi giro e non ti rispondo.
Ti fermi, mi guardi rattristato e aspetti che dalla mia bocca esca almeno una parola.
Ti chiedo scusa, mi alzo da terra e rispondo che sì, perché no, potremmo proprio andare a cena fuori, magari anche con altri.
La finestra aperta interrompe le nostre parole. Un telegiornale, a volume altissimo, tuona le peggiori notizie del mondo e annuncia un nuovo attacco da parte di…
Avverto una corrente gelida salire fino alle tempie.
Bevo un sorso di caffè, sospiro e continuo a fare quello che devo. C’è molta polvere nelle mensole, ma non la tolgo. Lo farò domani. Le notizie continuano a tuonare, mi alzo e con gesto deciso chiudo la finestra.
Fai schifo mondo, sei ridotto male. Certo stasera a cena non lo dirò così, lo dirò meglio. Ciascuno racconterà dell’ultimo articolo letto, degli amici all’estero e delle loro notizie (certamente più valide delle nostre) su come vanno le cose.
Poi cambieremo argomento, approfittando del primo che si alza da tavola, per rispondere al cellulare.
Tutte le informazioni del mondo non bastano a farmi sentire a posto.
Vorrei iniziare questo mio dialogare con voi con due parole, due parole FINESTRA, SOGLIA: INTELLIGENZA e SPERANZA
Sono parole soglia perché proiettano lo sguardo da un DENTRO ad un FUORI e viceversa.
Immaginiamo un dentro, che può essere il dentro del nostro cuore, della nostra casa, del nostro monastero, della nostra città…
Se quel dentro è abitato dall’INTELLIGENZA – da un certo tipo di intelligenza – nel fuori di quella casa, nel fuori di quella città, di quel cuore si propaga il profumo della speranza, si irradiano colori di speranza, parole di speranza…
O profumi, colori, parole di DISPERAZIONE se invece quell’intelligenza, quel ragionamento, quel pensiero, quella logica è mortifera…
VICEVERSA
Se il dentro del nostro cuore, della nostra casa, della nostra città… è abitato dalla SPERANZA, se è accordato alla SPERANZA, da quel dentro escono e si immettono nel mondo, nella società, parole, gesti, ragionamenti, pensieri INTELLIGENTI.
Possiamo quindi spalancare questa finestra e lasciare che la speranza e l’intelligenza si accordino… Risuonino insieme in un accordo. Vibrino insieme. Viventi.
ECCO LA VIBRAZIONE
L’INTELLIGENZA DELLA SPERANZALA SPERANZA DELL’INTELLIGENZA
C’è un’intelligenza nella speranza.
C’è una speranza nell’intelligenza.
L’intelligenza ha una speranza.
La speranza ha un’intelligenza
COS’È LA SPERANZA?
La speranza, nel suo suono più intimo, è intessuta della stessa melodia della larghezza, vibra di apertura, anche del pensiero. Sia perché colui che possiede la speranza è largo e aperto, sia perché la speranza suscita, come riverbero, una particolare ampiezza di Dio.
che non tradisce la speranza.
La speranza è un termine sospeso… Personale, sociale… universale…
Non mi va di definirla… Ve la lancio qua, al centro…
COS’È L’INTELLIGENZA? E QUALE INTELLIGENZA?
Oggi è sabato. Apro la finestra. Mi sorride una vicina dal balcone dirimpetto, la guardo, avrà settant’anni: le sue rughe raccontano una storia che non conosco. Questa donna, che il più delle volte vedo solo da lontano, ha il potere di rassicurarmi. C’è qualcosa di luminoso nel suo viso
ed io vorrei dirle “grazie, grazie davvero, lei è molto bella!”. La frase non mi esce dalla bocca, le sorrido cordialmente, alzo la mano e rientro. Prima o poi le parlerò.
COS’È L’INTELLIGENZA? E QUALE INTELLIGENZA? Dicevamo…
Su questo termine dobbiamo accordarci.
La sfumatura che voglio proporre è legata alla sua etimologia, ad una certa genealogia…
L’INTELLIGENZA ha in sé il concetto di logos con le sue tante modulazioni sonore…
Ne scelgo due che si rincorrono, si sfiorano, si fondono…
LA PRIMA
INTELLIGENZA come legame, reciprocità,
mi appello all’autorevolezza delle lingue antiche –
il verbo grecoleghein – legare
il verbo latino Intelligere (intus legere): leggere-dentro, leggere-fra.
E leggere ha l’innato significato di raccogliere, legare, come abbiamo fatto in questi giorni,
come proviamo a fare ora… raccogliamo, leghiamo, raccogliamo in un legame…
La lettura e con lei la scrittura, è possibile quando si impara a legare le lettere dell’alfabeto e poi le parole, le frasi. I pensieri.
L’intelligenza è la capacità di leggere dentro, di leggere i legami dentro e tra le cose, il loro essere in relazione, nella storia, il loro essere nel mondo, il loro eco intrecciato, il loro arco melodico, con le generazioni di prima e del poi – che una politica non intelligente prova a mettere in ANTI-PATIA…
L’intelligenza è scorgere le trame di senso che intessono i legami umani, sociali, economici, tecnologici, politici. Significa immergersi nel vissuto, nel dentro di ciò che accade. Il pensiero segue il vissuto e si impasta degli intrecci umani, delle speranze umane e delle umane disperazioni.
LA SECONDA DECLINAZIONE…INTELLIGENZA COME PENSIERO, RATIO
Gli scenari critici che stiamo vivendo, una crisi economica, sociale, climatica, politica… Le guerre… Ci appellano. C’è una chiamata in attesa… per tutti… per noi…Uno scenario critico, appella ad un pensiero critico. Il pensiero critico è luogo di speranza.
C’è una speranza che abita il pensiero. Una speranza abitata dal pensiero. Dicevamo…
La speranza abitata dal pensiero si interroga sui processi di formazione dell’individuo, di costruzione delle relazioni, di promozione della socialità.
La speranza abitata dal pensiero è un invito, una lente non opaca per leggere la realtà.
Il pensiero abitato dalla speranza è terapeutico. La vitamina della speranza agisce sui sintomi di un malessere collettivo, di un indebolimento delle facoltà cognitive, di un indebolimento della trasmissione di una cultura, di un saper fare, di un saper vivere, di un indebolimento nella pratica dei linguaggio, nella condivisione degli affetti, delle emozioni, dei vissuti…
Sento che il nostro stare insieme di questi giorni, questo nostro pensare, condividere le emozioni, vivere insieme, veicolare reciprocamente linguaggio, culture e saperi è già un farmaco.
Nel piccolo delle nostre relazioni, della nostra comunità monastica che con voi amici per due giorni abita la Rupe c’è una porzione di questo mondo – di questo Regno – ed in Dio, nei legami, nella preghiera, nel pensiero appunto c’è tutto il mondo. L’abbiamo portato qua. Nell’intelligenza del legame.
Davanti alla comune lamentatio, il nostro pensare e vivere insieme questo ritiro, con una varietà di forme, linguaggi, colori, è una speranza incarnata, una speranza intelligente, una speranza presente nell’oltre di questo nostro oggi. Oltre l’ignoranza sistemica dell’omologazione del pensiero.
Non parlo di un pensiero intellettuale, ragionato, meditato. Certo, anche quello. Mi riferisco ad un pensiero del cuore, accordato alla vita, accordato agli altri.
Un pensiero superiore, NON-inumano, il pensiero dell’oltre già presente, di un oltre possibile, che non cerchi l’immortalità, ma sappia raccontare anche la morte perché la morte è vita, senza fine.
È il 5 marzo. Manca poco, Anna. Hai già passato il termine del parto.
Tu, mia sorella “piccola”… ormai grande.
Ricordi? Quando eravamo bambine io cercavo di “governarti”, quasi fossi un mio gioco, ma durava davvero poco. Ti arrabbiavi furiosamente, battevi i piedi e te ne andavi urlando parole che non capivo. Il tuoi movimenti infastiditi e i tuoi capelli svolazzanti sono ancora davanti a me. Da adolescenti ci siamo serenamente ignorate. Ora tutto è cambiato.
Sai, ogni volta che ci vediamo mi capita una cosa bellissima: smetto di essere nervosa. Anche il mio corpo riprende spazio. Forse perché tu mi guardi dritta negli occhi quando ti parlo. E non acceleri il tempo.
Purtroppo mangi male e sei troppo rigida con te stessa in mille frangenti. Ma ti perdono. Hai bisogno proprio che io ti perdoni.
Ora sei dall’altra parte del mondo e io non sarò con te quando affronterai quel passaggio così grande.
Buonanotte Anna. Qui in Italia, spegniamo la luce.
L’INTELLIGENZA DEL TEMPO – LA SPERANZA DEL TEMPO
Il tempo. Che tempo abitiamo? Come abitiamo il tempo? Che tempo ci abita?
C’è un tempo disperante, quello che si misura in denaro.
C’è un tempo, quello della nostra attenzione, su cui siamo valutati, controllati, venduti, acquistati. La nostra attenzione è calcolata in termini di tempo di cervello disponibile. L’obiettivo di una certa industria social, mediatica è quello di controllare i nostri tempi coscienti ed incoscienti per modularli, per omologarli… MI SPIEGO
Quanto tempo stai su una pagina web? Quanto tempo stai su Instagram? Su un canale? È il tempo della nostra attenzione, il tempo del nostro cervello disponibile. È l’industrializzazione della nostra intelligenza. È il tempo del breve termine che chiude la porta dell’oltre.
Il tempo della speranza è il tempo dell’attenzione non rubata, non acquistata, ma scelta, liberata.
Quando vuoi bene a qualcuno che cosa cerchi? Cerchi la sua attenzione. Cerchi un tempo con lui? Con lei… Come ti comporti? Gli doni delle attenzioni…Quando l’insegnante, il genitore, l’amico – io stessa ora – vuole comunicare qualcosa d’importante… Cerca di catturare l’attenzione.Per quale motivo voglio catturare l’attenzione e quindi il vostro tempo di cervello disponibile o per meglio dire l’intelligenza? Per accordarmi ad un dono o per dominare?
Come abitiamo il tempo?
Delle decine e decine di frasi in latino che papà mi buttava lì, come ami per prendere il pesce, molte mi tornano in mente nelle situazioni più disparate. Quella che più ricordo, e che ripeto a me stesso in mezzo alle furie e alle tempeste della vita e del lavoro, è
Age quod agis – fai bene quello che fai
Concentrati su quello. Non farti prendere dall’agitazione, dall’ansia, dai demoni del sono-sempre-indietro, dovrei fare questo e quello e anche quell’altro, e poi le cose non mi riescono, e mi sembra di affondare, no, age quod agis, ricomincia. Non farti travolgere. Ricomincia. Ti sembra, sembra a te di stare all’inferno, e forse è anche un po’ vero, ma dall’inferno si esce. Ricomincia. Ricomincia col fare proprio questo, questo compito che ti sta davanti, nella luce chiara del presente, proprio questo, questo che ti soffoca che ti sembra insormontabile. Non è insormontabile. Ricomincia. Age quod agis; fallo, e fallo bene, fare bene è pensare bene. Fallo con pazienza, poi da questo passerai a quello, e a quell’altro, e a quell’altro ancora, e via di questo passo. E pazienza se non riuscirai a farli tutti, quei passi. Ci penseranno i sogni, e la notte, e il tuo Dio misterioso, a finire il lavoro.
Marco Martinelli, drammaturgo e regista teatrale – NEL NOME DI DANTE, COME DIVENTARE GRANDE CON LA DIVINA COMMEDIA
Nel cuore della notte mi arriva un messaggio. Hai rotto le acque.
Ti sveglio di soprassalto e dico solo “Anna”. Tu raccogli la mia emozione nel tuo sguardo e mi dici “ci siamo”.
Ti abbraccio e mi alzo, cammino e avverto i battiti del cuore accelerare improvvisamente.
“Dio, aiutala”. Mi esce dalle labbra una frase che non pronunciavo da tempo.
Sei marzo. Vado a lavoro ma non prendo la macchina.
Io cammino per le strade, ben vestita truccata e profumata, mentre tu sei “in travaglio”, dentro un dolore che non so neanche immaginare.
Non ho notizie da questa notte. Guardo continuamente il cellulare.
Attraverso il ponte con il cuore carico di una gioia quasi già presente, eppure ancora sospesa.
Vibra il telefono.
“è nata Diletta”.
Alzo lo sguardo, una fierezza infinita mi illumina il volto.
Sei viva Anna e ora hai una figlia.
Per un attimo si alleggerisce tutta la memoria delle cose che non vanno, sento un silenzio mai avvertito prima. Si stappa qualcosa dentro. Quasi senza accorgermene… inizio acantare.
Percorso spirituale di ascolto delle note di speranza all’opera nella storia.
How great thou art
C. Boberg, 1885
TRADUZIONE
Oh Lord, my God When I, in awesome wonder Consider all the worlds Thy hands have made I see the stars, I hear the rolling thunder Thy power throughout the universe displayed
Then sings my soul, my Savior God to Thee How great Thou art, how great Thou art Then sings my soul, my Savior God to Thee How great Thou art, how great Thou art
And when I think that God, His Son not sparing Sent Him to die, I scarce can take it in That on the cross, my burden gladly bearing He bled and died to take away my sin
Then sings my soul, my Savior God to Thee How great Thou art, how great Thou art Then sings my soul, my Savior God to Thee How great Thou art, how great Thou art
When Christ shall come, with shout of acclamation And take me home, what joy shall fill my heart Then I shall bow, in humble adoration And then proclaim, my God, how great Thou art
Then sings my soul, my Savior God to Thee How great Thou art, how great Thou art Then sings my soul, my Savior God to Thee How great Thou art, how great Thou art How great Thou art, how great Thou art
O Signore, Dio mio; Quando io, in stato di immensa meraviglia Considero tutti i mondi che le Tue mani hanno creato; Vedo le stelle, sento il tuono roteante, Il tuo potere attraverso tutto l’universo rivelato ai sensi.
Allora canta l’anima mia, Dio, Salvatore Mio, a Te, Quanto è grande la Tua opera, Quanto è grande la Tua opera. Allora canta l’anima mia, Dio, Salvatore Mio, a Te, Quanto è grande la Tua opera, Quanto è grande la Tua opera.
E quando penso, che Dio, non risparmiando il suo Figlio; Lo mandò a morire, riesco difficilmente ad accettare; Che sulla Croce, sopportando con gioia il mio carico, Lui abbia sanguinato e sia morto per cancellare il mio peccato.
Allora canta l’anima mia per Te, Dio, Salvatore Mio, Quanto è grande la Tua opera, Quanto è grande la Tua opera. Allora canta l’anima mia per Te, Dio, Salvatore Mio, Quanto è grande la Tua opera, Quanto è grande la Tua opera.
Quando Cristo verrà, tra grida di acclamazione, E mi porterà a casa, quale gioia riempirà il mio cuore. Allora mi inchinerò, in umile adorazione, E poi proclamerò: “Mio Dio, quanto è grande la Tua opera!”
Allora canta l’anima mia per Te, Dio, Salvatore Mio, Quanto è grande la Tua opera, Quanto è grande la Tua opera. Allora canta l’anima mia per Te, Dio, Salvatore Mio, Quanto è grande la Tua opera, Quanto è grande la Tua opera.
Just a little awhile to stay here
E.M Barlett, 1921
TRADUZIONE
Soon this life will all be over, And our pilgrimage will end. Soon we’ll take our heav’nly journey, Be at home again with friends Heaven’s gates are standing open Waiting for our entrance there Some sweet day we’re going over All the beauties there to share.
Rit. Just a Little while to stay here Just a little while to wait Just a little while to labor In the path that’s always straight Just a little more of trouble In this low and sinful state Then we’ll enter Heaven’s portals, Sweeping thru the pearly gates.
Soon we’ll see the light of morning Then the new day will begin Soon we’ll hear the Father calling, “Come my children, enter in.” Then we’ll hear a choir of angels Singing out the vict’ry song, All our troubles will be ended And we’ll live with heaven’s throng
Rit. Just a Little while to stay here…
Soon we’ll meet again our loved ones And we’ll take them by the hand, Soon we’ll press them to our bosom Over in the promised land; Then we’ll be at home forever, Thru-out all eternity, What a blessed, blessed morning That eternal morn shall be.
Rit. Just a Little while to stay here…
Presto tutta questa vita sarà finita E il nostro pellegrinaggio finirà Presto faremo il nostro viaggio celeste Sì, e torna a essere a casa con gli amici Le porte del paradiso sono aperte Aspettando il nostro ingresso lì Un dolce giorno stiamo andando oltre E tutte le bellezze lì da condividere
Rit. Solo un po’ di tempo per restare qui Solo un po’ di tempo per aspettare Solo un po’ di tempo per lavorare Nel percorso che è sempre dritto Oh, solo un po’ più di dolore In questo stato basso e peccaminoso Quindi entreremo nei portali del paradiso Spazzare attraverso quei cancelli perlati
Presto vedremo la luce del mattino Allora inizierà il nuovo giorno, Presto sentiremo il Padre chiamare, “Venite figli miei, entrate”; Allora sentiremo un coro di angeli, Cantare il canto della vittoria, Tutti i nostri problemi saranno finiti E vivremo con la folla del cielo
Rit. Solo un po’ di tempo per restare qui….
Presto incontreremo di nuovo i nostri cari E li prenderemo per mano, Presto li stringeremo al nostro petto Nella terra promessa; Allora saremo a casa per sempre, Per tutta l’eternità, Che mattina benedetta, benedetta Sarà quella mattina eterna!
Rit. Solo un po’ di tempo per restare qui….
Only a look
F.S Stephers, 1894
TRADUZIONE
Only a Look Only a look at Jesus If your bowed down with care Jesus promised to defend you and He′ll all, our burdens share
Only a look, Only a look Turns me away from sin Just one look will bring salvation Eternal life to win
Only a look at King Jesus He’s so merciful, He′s so merciful and He’s true It doesn’t matter what your facing Through every storm Through every, every, every trial He said he won′t leave He said he will guide you safely through Yes he will
Only a look, Only a look Turns me away from sin Just one look will bring salvation Eternal life to win Just one look will bring salvation Eternal life to win
Only a look, Only a look Turns me away from sin one look will bring salvation Eternal life to win
Solo uno sguardo Solo uno sguardo a Gesù Se sei inginocchiato con cura Gesù ha promesso di difenderti e l’Eterno si occuperà di tutto, i nostri fardelli condivideranno
Solo uno sguardo, solo uno sguardo Mi allontana dal peccato Solo uno sguardo porterà la salvezza Vita eterna da vincere
Basta uno sguardo al Re Gesù È così misericordioso, è così misericordioso ed è vero Non importa cosa stai affrontando Attraverso ogni tempesta Attraverso ogni, ogni, ogni prova Ha detto che non se ne andrà Ha detto che ti guiderà in sicurezza Sì, lo farà
Solo uno sguardo, solo uno sguardo Mi allontana dal peccato Solo uno sguardo porterà la salvezza Vita eterna da vincere Solo uno sguardo porterà la salvezza Vita eterna da vincere
Solo uno sguardo, solo uno sguardo Mi allontana dal peccato Uno sguardo porterà la salvezza Vita eterna da vincere
What a friend we have in Jesus
J.M Scriven, C.C Converse 1855-1868
TRADUZIONE
What a friend we have in Jesus All our sins and griefs to bear What a privilege to carry Everything to God in prayer
O what peace we often forfeit O what needless pain we bear All because we do not carry Everything to God in prayer
Have we trials and temptations? Is there trouble anywhere? We should never be discouraged Take it to the Lord in prayer
Can we find a friend so faithful Who will all our sorrows share? Jesus knows our every weakness Take it to the Lord in prayer
Che amico abbiamo in Gesù, Tutti i nostri peccati e dolori da sopportare! Che privilegio portare Tutto a Dio in preghiera! O che pace perdiamo spesso, O che dolore inutile sopportiamo, Tutto perché non portiamo Tutto a Dio in preghiera!
Abbiamo prove e tentazioni? C’è qualche problema da qualche parte? Non dovremmo mai scoraggiarci, Portalo al Signore in preghiera. Possiamo trovare un amico così fedele Chi condivideranno tutti i nostri dolori? Gesù conosce ogni nostra debolezza Portalo al Signore in preghiera.
Siamo deboli e carichi di pesi, Addolorato con un carico di preoccupazioni? Prezioso Salvatore, ancora il nostro rifugio Portalo al Signore in preghiera; I tuoi amici ti disprezzano, ti abbandonano? Portalo al Signore in preghiera; Nelle sue braccia ti prenderà e ti proteggerà, Tu troverai un conforto lì.
Sing on
F.Crosby, J.R. Sweney, 1885
TRADUZIONE
Sing on, ye joyful pilgrims, Nor think the moments long; My faith is heav’nward rising With every tuneful song; Lo! on the mount of blessing, The glorious mount, I stand; And looking over Jordan, I see the promised land.
Sing on, O blissful music! With every note you raise, My heart is filled with rapture, My soul is lost in praise; Sing on, O blissful music! With every note you raise, My heart is filled with rapture, My soul is lost in praise.
Sing on, ye joyful pilgrims, While here on earth we stay; Let songs of home and Jesus Beguile each fleeting day; Sing on the grand old story Of His redeeming love, The everlasting chorus That fills the realms above.
Sing on, ye joyful pilgrims, The time will not be long, Till in our Father’s kingdom We swell a nobler song; Where angels there are waiting To greet us on the shore, We’ll meet beyond the river, Where surges roll no more.
Cantate, pellegrini gioiosi, Non pensate che i momenti siano lunghi; La mia fede si eleva verso il cielo Con ogni canzone melodiosa; Ecco! Sul monte della benedizione, Il monte glorioso, io sto; E guardando oltre il Giordano, Vedo la terra promessa.
Canta, o musica beata! Con ogni nota che innalzi, il mio cuore è pieno di rapimento, la mia anima è persa nella lode; Canta, o musica beata! Con ogni nota che innalzi, il mio cuore è pieno di rapimento, la mia anima è persa nella lode.
Cantate, pellegrini gioiosi, finché restiamo qui sulla terra; lasciate che i canti di casa e di Gesù incantino ogni giorno fugace; cantate la grande vecchia storia del Suo amore redentore, il coro eterno che riempie i reami di lassù.
Cantate, pellegrini gioiosi, Il tempo non sarà lungo, Finché nel regno di nostro Padre Innalzeremo un canto più nobile; Dove gli angeli sono in attesa Per salutarci sulla riva, Ci incontreremo oltre il fiume, Dove le onde non si infrangono più.
I need thee every hour
R. Lowry, A.S Lowry, 1872
TRADUZIONE
I need thee every hour most gracious Lord No tender voice like thine can peace afford I need Thee O I need Thee Every hour I need Thee O bless me now my Savior I come to Thee I need Thee every hour stay Thou nearby Temptations lose their power when Thou art nigh I need Thee O I need Thee Every hour I need Thee O bless me now my Savior I come to Thee I need Thee every hour in joy or pain Come quickly and abide or life is in vain I need Thee yes I need Thee Every hour I need Thee O bless me now my Savior I come to Thee Yes I need Thee O I need Thee Every hour I need Thee O bless me now my Savior I come to Thee, to Thee
Ho bisogno di te ogni ora, gentilissimo Signore Nessuna voce tenera come la tua può permettersi la pace Ho bisogno di te O ho bisogno di te Ogni ora ho bisogno di te O benedicimi ora il mio Salvatore Vengo da te Ho bisogno di te ogni ora che rimani vicino Le tentazioni perdono il loro potere quando sei vicino Ho bisogno di te O ho bisogno di te Ogni ora ho bisogno di te O benedicimi ora il mio Salvatore Vengo da te Ho bisogno di te ogni ora nella gioia o nel dolore Vieni presto e resta o la vita è vana Ho bisogno di te sì ho bisogno di te Ogni ora ho bisogno di te O benedicimi ora il mio Salvatore Vengo da te Sì, ho bisogno di te O ho bisogno di te Ogni ora ho bisogno di te O benedicimi ora il mio Salvatore Vengo da te, da te
Near the cross
F.Crosby, H. Doane, 1869
TRADUZIONE
Jesus, keep me near the cross There’s a precious fountain Free to all, a healing stream Flows from Calvary’s mountain In the cross, in the cross Be my glory ever ‘Till my raptured soul shall find Rest beyond the river Near the cross, a trembling soul Love and mercy found me There the bright and morning star Sheds its beams around me In the cross, in the cross Be my glory ever ‘Till my raptured soul shall find Rest beyond the river Near the cross I’ll watch and wait Hoping, trusting ever ‘Till I reach the golden strand Just beyond the river In the cross, in the cross Be my glory ever ‘Till my raptured soul shall find Rest beyond the river ‘Till my raptured soul shall find Rest beyond the river
Gesù, tienimi vicino alla croce C’è una preziosa fontana Gratuito per tutti, un flusso di guarigione Scorre dal monte del Calvario Nella croce, nella croce Sii la mia gloria sempre ‘Finché la mia anima rapita non troverà Riposa oltre il fiume Vicino alla croce, un’anima tremante L’amore e la misericordia mi hanno trovato Là la stella luminosa e mattutina Diffonde i suoi raggi intorno a me Nella croce, nella croce Sii la mia gloria sempre ‘Finché la mia anima rapita non troverà Riposa oltre il fiume Vicino alla croce guarderò e aspetterò Sperando, confidando mai Finché non raggiungo il filo d’oro Appena oltre il fiume Nella croce, nella croce Sii la mia gloria sempre ‘Finché la mia anima rapita non troverà Riposa oltre il fiume ‘Finché la mia anima rapita non troverà Riposa oltre il fiume
Does Jesus care
F.E. Graeff, 1901
TRADUZIONE
Does Jesus care when my heart is pained Too deeply for mirth or song, As the burdens press, and the cares distress And the way grows weary and long? Oh yes, He cares, I know He cares, His heart is touched with my grief; When the days are weary, the long nights dreary, I know my Savior cares. Does Jesus care when my way is dark With a nameless dread and fear? As the daylight fades into deep night shades, Does He care enough to be near? Does Jesus care when I’ve tried and failed To resist some temptation strong; When for my deep grief there is no relief, Though my tears flow all the night long? Does Jesus care when I’ve said ‘goodbye’ To the dearest on earth to me, And my sad heart aches till it nearly breaks, Is it aught to Him? Does He see?
A Gesù importa quando il mio cuore è addolorato Troppo profondamente per l’allegria o una canzone, Mentre i pesi premono e le preoccupazioni angosciano E la via si fa stanca e lunga? Oh sì, a lui interessa, so che gli importa, Il suo cuore è toccato dal mio dolore; Quando i giorni sono stanchi, le lunghe notti sono tristi, So che il mio Salvatore si preoccupa. A Gesù importa quando la mia via è buia Con un terrore e una paura senza nome? Mentre la luce del giorno svanisce in profonde ombre notturne, Gli interessa abbastanza da essere vicino? A Gesù importa quando ci ho provato e ho fallito Per resistere a qualche tentazione forte; Quando per il mio profondo dolore non c’è sollievo, Anche se le mie lacrime scorrono tutta la notte? A Gesù importa quando ho detto ‘arrivederci’ Al più caro della terra a me, E il mio cuore triste soffre finché quasi si spezza, È qualcosa per lui? Lui vede?
Abide with me
H.F. Lyte, W.H. Monk, 1847
TRADUZIONE
Abide with me; fast falls the eventide; The darkness deepens; Lord with me abide. When other helpers fail and comforts flee, Help of the helpless, O abide with me.
Swift to its close ebbs out life’s little day; Earth’s joys grow dim; its glories pass away; Change and decay in all around I see; O Thou who changest not, abide with me.
Not a brief glance I beg, a passing word, But as Thou dwell’st with Thy disciples, Lord, Familiar, condescending, patient, free. Come not to sojourn, but abide with me.
Come not in terrors, as the King of kings, But kind and good, with healing in Thy wings; Tears for all woes, a heart for every plea. Come, Friend of sinners, thus abide with me.
Thou on my head in early youth didst smile, And though rebellious and perverse meanwhile, Thou hast not left me, oft as I left Thee. On to the close, O Lord, abide with me.
I need Thy presence every passing hour. What but Thy grace can foil the tempter’s power? Who, like Thyself, my guide and stay can be? Through cloud and sunshine, Lord, abide with me.
I fear no foe, with Thee at hand to bless; Ills have no weight, and tears no bitterness. Where is death’s sting? Where, grave, thy victory? I triumph still, if Thou abide with me.
Hold Thou Thy cross before my closing eyes; Shine through the gloom and point me to the skies. Heaven’s morning breaks, and earth’s vain shadows flee; In life, in death, O Lord, abide with me.
Resta con me! Veloce scende la sera; L’oscurità si addensa; Signore, resta con me. Quando l’aiuto degli altri viene meno, e il conforto svanisce, Soccorritore dei deboli, o resta con me.
Rapido verso la sua fine, declina il breve giorno della vita; Le gioie della terra si affievoliscono; le sue glorie passano via; Cambia e declina tutto ciò che vedo intorno; O Tu che non cambi, resta con me.
Non chiedo uno sguardo sfuggente, o una parola che passa; Ma come Tu hai dimorato con i Tuoi discepoli, Signore – amico intimo, comprensivo, paziente, confidenziale – Vieni non a visitarmi, ma a rimanere con me.
Vieni non con il terrore, come il Re dei re, Ma buono e benigno, con la guarigione nelle Tue ali, Con lacrime per tutti i dolori, con un cuore per ogni supplica Vieni, amico dei peccatori, e perciò resta con me.
Nei miei pensieri Tu sorridevi durante la mia giovinezza E, anche se, nel frattempo ribelle e perverso, Tu non mi hai lasciato, così spesso come io ho lasciato Te Verso la fine, O Signore: resta con me.
Ho bisogno della Tua presenza ogni ora che passa. Cos’altro se non la Tua grazia può sventare la potenza del tentatore? Chi come Te può essere la mia guida e il mio sostegno? Con le nuvole e col sole, Signore, resta con me.
Non temo il nemico, con te che sei pronto a benedire; I mali non pesano, e le lacrime non sono amare. Dov’è il dardo della morte? Dove, o tomba, la tua vittoria? Io trionfo ancora, se Tu resta con me.
Tieni la Tua croce davanti ai miei occhi che si chiudono; Splendi nell’oscurità e indirizzami verso i cieli. Irrompe la mattina del cielo, e fuggono le vane ombre della terra; In vita, in morte, O Signore, resta con me.
In the upper garden
C.A. Miles, 1912
TRADUZIONE
Just beyond the river Jordan, Just across its chilling tide, There’s a land of life eternal, Thro’ its vales sweet waters glide. By the crystal river flowing, Grows the tree of life so fair; Many loved ones wait our coming, In the Upper Garden there.
Growing in the Upper Garden, Flow’rs the earth too rudely pressed, In that land shall reach perfection, By the heav’nly Gard’ner dressed. There the flowers bloom forever, Death can find no entrance there, There is life and light eternal, There is joy beyond compare.
There the buds, from earth transplanted, For our coming watch and wait, In that Upper Garden growing, Just within the lovely gate. Tho’ our hearts may break with sorrow, By the grief so hard to bear, We shall meet them some glad morning In that Upper Garden there.
Chorus: We shall meet them some bright morning, Resting by the waters fair; They are waiting for our coming, In the Upper Garden there.
Proprio oltre il fiume Giordano, Proprio al di là della sua gelida marea, C’è una terra di vita eterna, Attraverso le sue valli scivolano dolci acque. Scorrendo lungo il fiume cristallino, Cresce l’albero della vita così bello; Molti cari aspettano il nostro arrivo, Lì, nel Giardino Superiore.
Crescendo nel Giardino Superiore, Fiori che la terra ha troppo duramente pressato, In quella terra raggiungeranno la perfezione, Dal Giardiniere celeste vestito. Là i fiori sbocciano per sempre, La morte non può trovare ingresso lì, Là c’è vita e luce eterne, Là c’è gioia senza paragoni.
Là i germogli, trapiantati dalla terra, Per la nostra venuta di guardia e attesa, In quel Giardino Superiore che cresce, Proprio all’interno del bel cancello. Sebbene i nostri cuori possano spezzarsi di dolore, Per il dolore così duro da sopportare, Li incontreremo un lieto mattino In quel Giardino Superiore lì.
Coro: Li incontreremo un mattino luminoso, Riposando presso le belle acque; Stanno aspettando il nostro arrivo, Lì nel Giardino Superiore.
Lead me Saviour
Lead me Saviour
TRADUZIONE
Savior, lead me lest I stray, Gently lead me all the way; I am safe when by Thy side, I would in Thy love abide.
R. Lead me, lead me, Savior, lead me lest I stray; Gently down the stream of time, Lead me, Savior, all the way.
Thou the refuge of my soul When life’s stormy billows roll; I am safe when Thou art nigh, All my hopes on Thee rely.
Savior, lead me then at last, When the storm of life is past, To the land of endless day, Where all tears are wiped away.
Salvatore, guidami affinché non mi allontani, Guidami dolcemente per tutto il cammino; Sono al sicuro quando sono al tuo fianco, Vorrei dimorare nel tuo amore.
Rit. Guidami, guidami, Salvatore, guidami affinché non mi allontani; Scegli dolcemente il corso del tempo, Guidami, Salvatore, per tutto il cammino.
Tu sei il rifugio della mia anima Quando le onde tempestose della vita si agitano; Sono al sicuro quando Tu sei vicino, Tutte le mie speranze sono riposte in Te.
Rit. Guidami, guidami…
Salvatore, guidami infine, quando la tempesta della vita sarà passata, verso la terra del giorno senza fine, dove tutte le lacrime saranno asciugate.
Rit. Guidami, guidami…
Blessed assurance
F. Crosby, P Knapp, 1873
TRADUZIONE
Blessed assurance, Jesus is mine O what a foretaste of glory divine Heir of salvation, purchase of God Born of His spirit, washed in His blood
This is my story, this is my song Praising my Savior all the day long This is my story, this is my song Praising my Savior all the day long
Perfect submission, perfect delight Visions of rapture now burst on my sight Angels descending bring from above Echoes of mercy, whispers of love
This is my story, this is my song Praising my Savior all the day long This is my story, this is my song Praising my Savior all the day long Praising my Savior all the day long
Benedetta certezza, Gesù è mio! Oh, che anticipo di gloria divina! Erede della salvezza, acquistato da Dio Nato dal Suo Spirito, lavato nel Suo sangue Questa è la mia storia, questa è la mia canzone Lodando il mio Salvatore, tutto il giorno; Questa è la mia storia, questa è la mia canzone Lodando il mio Salvatore tutto il giorno Sottomissione perfetta, delizia perfetta Visioni di rapimento ora esplodono alla mia vista; Angeli che scendono, portano dall’alto Echi di misericordia, sussurri d’amore Sottomissione perfetta, tutto è a riposo Io nel mio Salvatore sono felice e benedetto; Guardare e aspettare, guardare in alto Pieno della sua bontà, perso nel suo amore
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: «Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda».
SABATO – VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – III SETTIMANA DEL SALTERIO
La Presentazione di Gesù al Tempio è uno degli affreschi di Beato Angelico che decorano il convento di San Marco a Firenze.
V. O Dio, vieni a salvarmi
R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
A questo punto, è bene sostare alquanto in silenzio per l’esame di coscienza.
INNO
Al termine del giorno, o sommo Creatore, vegliaci nel riposo con amore di Padre.
Dona salute al corpo e fervore allo spirito, la tua luce rischiari le ombre della notte.
Nel sonno delle membra resti fedele il cuore, e al ritorno dell’alba intoni la tua lode.
Sia onore al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo, al Dio trino ed unico nei secoli sia gloria. Amen.
1 ant.
Pietà di me, o Signore: ascolta la mia preghiera.
SALMO 4 – (2 Cor 4, 6).
Quando ti invoco, rispondimi, Dio, mia giustizia: † dalle angosce mi hai liberato; * pietà di me, ascolta la mia preghiera.
Fino a quando, o uomini, sarete duri di cuore? * Perché amate cose vane e cercate la menzogna?
Sappiate che il Signore fa prodigi per il suo fedele: * il Signore mi ascolta quando lo invoco.
Tremate e non peccate, * sul vostro giaciglio riflettete e placatevi.
Offrite sacrifici di giustizia * e confidate nel Signore.
Molti dicono: «Chi ci farà vedere il bene?». * Risplenda su di noi, Signore, la luce del tuo volto.
Hai messo più gioia nel mio cuore * di quando abbondano vino e frumento.
In pace mi corico e subito mi addormento: * tu solo, Signore, al sicuro mi fai riposare.
1 ant.
Pietà di me, o Signore: ascolta la mia preghiera.
2 ant.
Nella notte, benedite il Signore.
SALMO 133 – (Ap 19, 5).
Ecco, benedite il Signore, * voi tutti, servi del Signore;
voi che state nella casa del Signore * durante le notti.
Alzate le mani verso il tempio * e benedite il Signore.
Da Sion ti benedica il Signore, * che ha fatto cielo e terra.
2 ant.
Nella notte, benedite il Signore.
LETTURA BREVE – Dt 6, 4-7
Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai.
RESPONSORIO BREVE
R. Signore, * nelle tue mani affido il mio spirito. Signore, nelle tue mani affido il mio spirito.
V. Dio di verità, tu mi hai redento: nelle tue mani affido il mio spirito. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Signore, nelle tue mani affido il mio spirito.
Ant.
Nella veglia salvaci, Signore, nel sonno non ci abbandonare: il cuore vegli con Cristo e il corpo riposi nella pace.
CANTICO DI SIMEONE Lc 2, 29-32
Ora lascia, o Signore, che il tuo servo * vada in pace secondo la tua parola;
perché i miei occhi han visto la tua salvezza, * preparata da te davanti a tutti i popoli,
luce per illuminare le genti * e gloria del tuo popolo Israele.
Ant.
Nella veglia salvaci, Signore, nel sonno non ci abbandonare: il cuore vegli con Cristo e il corpo riposi nella pace.
ORAZIONE
Veglia su di noi in questa notte, o Signore: la tua mano ci ridesti al nuovo giorno perché possiamo celebrare con gioia la risurrezione del tuo Figlio, che vive e regna nei secoli dei secoli.
Il Signore ci conceda una notte serena e un riposo tranquillo.
R.
Amen.
Si conclude con un’antifona della Beata Vergine Maria.
Ave, o Maria, piena di grazia, il Signore è con te. Tu sei benedetta fra le donne e benedetto è il frutto del tuo seno, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Amen.
Oppure:
Ave, María, grátia plena, Dóminus tecum; benedícta tu in muliéribus, et benedíctus fructus ventris tui, Iesus.
Sancta María, Mater Dei, ora pro nobis peccatóribus nunc et in hora mortis nostræ. Amen.
VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – IV SETTIMANA DEL SALTERIO
V. O Dio, vieni a salvarmi R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
O giorno primo ed ultimo, giorno radioso e splendido del trionfo di Cristo!
Il Signore risorto promulga per i secoli l’editto della pace.
Pace fra cielo e terra, pace fra tutti i popoli, pace nei nostri cuori.
L’alleluia pasquale risuoni nella Chiesa pellegrina nel mondo;
e si unisca alla lode, armoniosa e perenne, dell’assemblea dei santi.A te la gloria, o Cristo, la potenza e l’onore, nei secoli dei secoli. Amen.
1 ant.
Rendete grazie al Signore: eterna è la sua misericordia, alleluia.
SALMO 117 – (At 4, 11).
Celebrate il Signore, perché è buono; * eterna è la sua misericordia.
Dica Israele che egli è buono: * eterna è la sua misericordia.
Lo dica la casa di Aronne: * eterna è la sua misericordia.
Lo dica chi teme Dio: * eterna è la sua misericordia.
Nell’angoscia ho gridato al Signore, * mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo.
Il Signore è con me, non ho timore; * che cosa può farmi l’uomo? Il Signore è con me, è mio aiuto, * sfiderò i miei nemici.
È meglio rifugiarsi nel Signore * che confidare nell’uomo. È meglio rifugiarsi nel Signore * che confidare nei potenti.
Tutti i popoli mi hanno circondato, * ma nel nome del Signore li ho sconfitti. Mi hanno circondato, mi hanno accerchiato, * ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
Mi hanno circondato come api, † come fuoco che divampa tra le spine, * ma nel nome del Signore li ho sconfitti.
Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, * ma il Signore è stato mio aiuto. Mia forza e mio canto è il Signore, * egli è stato la mia salvezza.
Grida di giubilo e di vittoria, * nelle tende dei giusti:
la destra del Signore ha fatto meraviglie, † la destra del Signore si è alzata, * la destra del Signore ha fatto meraviglie.
Non morirò, resterò in vita * e annunzierò le opere del Signore. Il Signore mi ha provato duramente, * ma non mi ha consegnato alla morte.
Apritemi le porte della giustizia: * entrerò a rendere grazie al Signore. È questa la porta del Signore, * per essa entrano i giusti.
Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, * perché sei stato la mia salvezza.
La pietra scartata dai costruttori * è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore: * una meraviglia ai nostri occhi.
Questo è il giorno fatto dal Signore: * rallegriamoci ed esultiamo in esso.
Dona, Signore, la tua salvezza, * dona, Signore, la tua vittoria! Benedetto colui che viene nel nome del Signore. * Vi benediciamo dalla casa del Signore;
Dio, il Signore, è nostra luce. † Ordinate il corteo con rami frondosi * fino ai lati dell’altare.
Sei tu il mio Dio e ti rendo grazie, * sei il mio Dio e ti esalto.
Celebrate il Signore, perché è buono: * eterna è la sua misericordia.
1 ant.
Rendete grazie al Signore: eterna è la sua misericordia, alleluia.
2 ant.
Alleluia, opere del Signore, benedite il Signore, alleluia.
CANTICO Dn 3, 52-57 – (Rm 1, 25).
Benedetto sei tu, Signore, Dio dei padri nostri, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto il tuo nome glorioso e santo, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu nel tuo tempio santo glorioso, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu sul trono del tuo regno, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu che penetri con lo sguardo gli abissi † e siedi sui cherubini, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedetto sei tu nel firmamento del cielo, * degno di lode e di gloria nei secoli.
Benedite, opere tutte del Signore, il Signore, * lodatelo ed esaltatelo nei secoli.
2 ant.
Alleluia, opere del Signore, benedite il Signore, alleluia.
3 ant.
Ogni vivente dia lode al Signore, alleluia.
SALMO 150 – (cfr. Ef 3, 21).
Lodate il Signore nel suo santuario, * lodatelo nel firmamento della sua potenza. Lodatelo per i suoi prodigi, * lodatelo per la sua immensa grandezza.
Lodatelo con squilli di tromba, * lodatelo con arpa e cetra; lodatelo con timpani e danze, * lodatelo sulle corde e sui flauti.
Lodatelo con cembali sonori, † lodatelo con cembali squillanti; * ogni vivente dia lode al Signore.
3 ant.
Ogni vivente dia lode al Signore, alleluia.
LETTURA BREVE
2 Tm 2, 8. 11-13
Ricòrdati che Gesù Cristo, della stirpe di Davide, è risuscitato dai morti. Certa è questa parola: Se moriamo con lui, vivremo anche con lui; se con lui perseveriamo, con lui anche regneremo; se lo rinneghiamo, anch’egli ci rinnegherà; se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso.
RESPONSORIO BREVE
R. Ti rendiamo grazie, Signore, * invochiamo il tuo nome. Ti rendiamo grazie, Signore, invochiamo il tuo nome.
V. Raccontiamo i tuoi prodigi, invochiamo il tuo nome. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Ti rendiamo grazie, Signore, invochiamo il tuo nome.
Ant. al Ben.
Un albero buono non dà frutti cattivi, né un albero cattivo, frutti buoni.
CANTICO DI ZACCARIA – Lc 1, 68-79
Benedetto il Signore Dio d’Israele, * perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi una salvezza potente * nella casa di Davide, suo servo,
come aveva promesso * per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
salvezza dai nostri nemici, * e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri * e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, * di concederci, liberàti dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia * al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo * perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza * nella remissione dei suoi peccati,
grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, * per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge,
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre * e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi * sulla via della pace.
Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo.Come era nel principio, e ora e sempre * nei secoli dei secoli. Amen.
Ant. al Ben.
Un albero buono non dà frutti cattivi, né un albero cattivo, frutti buoni.
INVOCAZIONI
Apriamo con fiducia il nostro cuore al Dio della potenza e della misericordia, che ci ama e conosce le nostre necessità. A lui rivolgiamo la nostra lode e la nostra preghiera:
Noi ti glorifichiamo, Signore, e confidiamo in te.
Benedetto sii tu, Re dell’universo, che ci hai tratto dalle tenebre dell’errore e del peccato alla splendida luce del tuo regno, — e ci hai chiamati a servirti nella santa Chiesa. Tu che ci hai aperto le braccia della tua misericordia, — non permettere che deviamo mai dal sentiero della vita. Concedici di trascorrere in letizia questo giorno, — in cui celebriamo la risurrezione del tuo Figlio. Dona ai tuoi fedeli lo spirito di orazione e di lode, — perché tutta la nostra vita sia un rendimento di grazie a te.
Padre nostro.
ORAZIONE
Concedi, Signore, che il corso degli eventi nel mondo si svolga secondo la tua volontà nella giustizia e nella pace, e la tua Chiesa si dedichi con serena fiducia al tuo servizio. Per il nostro Signore.
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
Glorioso e potente Signore, che alterni i ritmi del tempo, irradi di luce il mattino e accendi di fuochi il meriggio,
tu placa le tristi contese, estingui la fiamma dell’ira, infondi vigore alle membra, ai cuori concedi la pace.
Sia gloria al Padre ed al Figlio, sia onore al Santo Spirito, all’unico e trino Signore sia lode nei secoli eterni. Amen.
1 ant.
Chi mangia questo pane vivrà in eterno, alleluia.
SALMO 22 – (Ap 7, 17).
Il Signore è il mio pastore: * non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, * ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, * per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura, † non temerei alcun male, * perché tu sei con me, Signore.
Il tuo bastone e il tuo vincastro * mi danno sicurezza.
Davanti a me tu prepari una mensa * sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. * Il mio calice trabocca.
Felicità e grazia mi saranno compagne * tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore * per lunghissimi anni.
1 ant.
Chi mangia questo pane vivrà in eterno, alleluia.
2 ant.
Verrà il Signore, glorioso tra i santi, ammirabile per tutti i suoi fedeli, alleluia.
SALMO 75 – (Mt 24, 30).
I (2-7)
Dio è conosciuto in Giuda, * in Israele è grande il suo nome. È in Gerusalemme la sua dimora, * la sua abitazione, in Sion.
Qui spezzò le saette dell’arco, * lo scudo, la spada, la guerra.
Splendido tu sei, o Potente, * sui monti della preda;
furono spogliati i valorosi, † furono colti dal sonno, * nessun prode ritrovava la sua mano.
Dio di Giacobbe, alla tua minaccia * si arrestarono carri e cavalli.
2 ant.
Verrà il Signore, glorioso tra i santi, ammirabile per tutti i suoi fedeli, alleluia.
3 ant.
Andiamo al tempio di Dio, portandogli doni, alleluia.
II (8-13)
Tu sei terribile; chi ti resiste * quando si scatena la tua ira? Dal cielo fai udire la sentenza: * sbigottita la terra tace
quando Dio si alza per giudicare, * per salvare tutti gli umili della terra.
L’uomo colpito dal tuo furore ti dà gloria, * gli scampati dall’ira ti fanno festa.
Fate voti al Signore vostro Dio e adempiteli, * quanti lo circondano portino doni al Terribile, a lui che toglie il respiro ai potenti; * è terribile per i re della terra.
3 ant.
Andiamo al tempio di Dio, portandogli doni, alleluia.
LETTURA BREVE Dt 10, 12
Che cosa ti chiede il Signore tuo Dio, se non che tu tema il Signore tuo Dio, che tu cammini per tutte le sue vie, che tu l’ami e serva il Signore tuo Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima?
V. Signore, chi abiterà nella tua tenda?
R. Chi vive con giustizia e dice il vero.
ORAZIONE
Concedi, Signore, che il corso degli eventi nel mondo si svolga secondo la tua volontà nella giustizia e nella pace, e la tua Chiesa si dedichi con serena fiducia al tuo servizio. Per Cristo nostro Signore.
V. O Dio, vieni a salvarmi R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
Dio, che all’alba dei tempi creasti la luce nuova, accogli il nostro canto, mentre scende la sera.
Veglia sopra i tuoi figli pellegrini nel mondo; la morte non ci colga prigionieri del male.
La tua luce risplenda nell’intimo dei cuori, e sia pegno e primizia della gloria dei cieli.
Te la voce proclami, o Dio trino e unico, te canti il nostro cuore, te adori il nostro spirito. Amen.
1 ant. La pace sia con te, Gerusalemme!
SALMO 121 – (Eb 12, 22).
Quale gioia, quando mi dissero: * «Andremo alla casa del Signore». E ora i nostri piedi si fermano * alle tue porte, Gerusalemme!
Gerusalemme è costruita* come città salda e compatta.
Là salgono insieme le tribù, le tribù del Signore, † secondo la legge di Israele, * per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i seggi del giudizio, * i seggi della casa di Davide.
Domandate pace per Gerusalemme: * sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, * sicurezza nei tuoi baluardi.
Per i miei fratelli e i miei amici * io dirò: «Su di te sia pace!». Per la casa del Signore nostro Dio, * chiederò per te il bene.
1 ant. La pace sia con te, Gerusalemme!
2 ant. Più che la sentinella il mattino, l’anima mia attende il Signore.
SALMO 129 – (Mt 1, 21).
Dal profondo a te grido, o Signore; * Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti * alla voce della mia preghiera.
Se consideri le colpe, Signore, * Signore, chi potrà sussistere? Ma presso di te è il perdono, * perciò avremo il tuo timore.
Io spero nel Signore, * l’anima mia spera nella sua parola. L’anima mia attende il Signore * più che le sentinelle l’aurora.
Israele attenda il Signore, * perché presso il Signore è la misericordia, grande è presso di lui la redenzione; * egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.
2 ant.
Più che la sentinella il mattino, l’anima mia attende il Signore.
3 ant.
Cielo e terra si pieghino al nome di Cristo Signore, alleluia.
CANTICO Fil 2, 6-11
Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, * non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio;
ma spogliò se stesso, † assumendo la condizione di servo * e divenendo simile agli uomini;
apparso in forma umana, umiliò se stesso † facendosi obbediente fino alla morte * e alla morte di croce.
Per questo Dio l’ha esaltato * e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome;
perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi † nei cieli, sulla terra * e sotto terra;
e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, * a gloria di Dio Padre.
3 ant.
Cielo e terra si pieghino al nome di Cristo Signore, alleluia.
LETTURA BREVE
2 Pt 1, 19-20
Abbiamo conferma migliore della parola dei profeti, alla quale fate bene a volgere l’attenzione, come a lampada che brilla in un luogo oscuro, finché non spunti il giorno e la stella del mattino si levi nei vostri cuori. Sappiate anzitutto questo: nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione, poiché non da volontà umana fu recata mai una profezia, ma mossi da Spirito Santo parlarono quegli uomini da parte di Dio.
RESPONSORIO BREVE
R. Dal sorgere del sole fino al tramonto * lodate il nome del Signore. Dal sorgere del sole fino al tramonto lodate il nome del Signore.
V. L’immensa sua gloria supera i cieli: lodate il nome del Signore. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Dal sorgere del sole fino al tramonto lodate il nome del Signore.
Ant. al Magn.
Il discepolo non è più del maestro: chi diventa come lui, sarà perfetto.
CANTICO DELLA BEATA VERGINE Lc 1, 46-55
L’anima mia magnifica il Signore * e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva. * D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente * e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia * si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, * ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, * ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, * ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, * ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri, * ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.
Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre * nei secoli dei secoli. Amen.
Ant. al Magn.
Il discepolo non è più del maestro: chi diventa come lui, sarà perfetto.
INTERCESSIONI
Il Cristo è la gioia di quanti sperano in lui. Per godere di questo dono invochiamolo con fede:
Guarda il tuo popolo e ascolta la nostra preghiera.
Testimone fedele, primogenito dei morti, che hai lavato nel tuo sangue le nostre anime, — donaci di celebrare sempre con gratitudine le meraviglie del tuo amore. Illumina e sostieni i missionari del vangelo, — perché siano fedeli e coraggiosi ministri del tuo regno. Re della pace, dona il tuo Spirito ai legislatori e ai governanti, — perché promuovano il bene dei poveri e dei diseredati. Soccorri quelli che sono discriminati a causa della nazionalità, del colore, della condizione sociale, della lingua o della religione, — fa’ che ottengano il riconoscimento dei loro diritti. Accogli nella tua pace i fedeli che si sono addormentati credendo e sperando in te, — rendili partecipi della tua beatitudine insieme a Maria e a tutti i santi.
Padre nostro.
ORAZIONE
Concedi, Signore, che il corso degli eventi nel mondo si svolga secondo la tua volontà nella giustizia e nella pace, e la tua Chiesa si dedichi con serena fiducia al tuo servizio. Per il nostro Signore.
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.
SABATO – VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – III SETTIMANA DEL SALTERIO
V. O Dio, vieni a salvarmi R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
Glorioso e potente Signore, che alterni i ritmi del tempo, irradi di luce il mattino e accendi di fuochi il meriggio,
tu placa le tristi contese, estingui la fiamma dell’ira, infondi vigore alle membra, ai cuori concedi la pace.
Sia gloria al Padre ed al Figlio, sia onore al Santo Spirito, all’unico e trino Signore sia lode nei secoli eterni. Amen.
1 ant. Accogli il tuo servo, o Dio, secondo il tuo amore.
SALMO 118, 121-128 XVI (Ain)
Ho agito secondo diritto e giustizia; * non abbandonarmi ai miei oppressori. Assicura il bene al tuo servo; * non mi opprimano i superbi.
I miei occhi si consumano nell’attesa della tua salvezza * e della tua parola di giustizia. Agisci con il tuo servo secondo il tuo amore * e insegnami i tuoi comandamenti.
Io sono tuo servo, fammi comprendere * e conoscerò i tuoi insegnamenti. È tempo che tu agisca, Signore; * hanno violato la tua legge.
Perciò amo i tuoi comandamenti * più dell’oro, più dell’oro fino. Per questo tengo cari i tuoi precetti * e odio ogni via di menzogna.
1 ant. Accogli il tuo servo, o Dio, secondo il tuo amore.
2 ant. Guardate al Signore, sarete illuminati.
SALMO 33 – (1 Pt 2, 3) – I (2-11)
Benedirò il Signore in ogni tempo, * sulla mia bocca sempre la sua lode. Io mi glorio nel Signore, * ascoltino gli umili e si rallegrino.
Celebrate con me il Signore, * esaltiamo insieme il suo nome. Ho cercato il Signore e mi ha risposto * e da ogni timore mi ha liberato.
Guardate a lui e sarete raggianti, * non saranno confusi i vostri volti.
Questo povero grida e il Signore lo ascolta, * lo libera da tutte le sue angosce. L’angelo del Signore si accampa * attorno a quelli che lo temono e li salva.
Gustate e vedete quanto è buono il Signore; * beato l’uomo che in lui si rifugia. Temete il Signore, suoi santi, * nulla manca a coloro che lo temono.
I ricchi impoveriscono e hanno fame, * ma chi cerca il Signore non manca di nulla.
2 ant. Guardate al Signore, sarete illuminati.
3 ant. Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito.
II (12-23)
Venite, figli, ascoltatemi; * v’insegnerò il timore del Signore. C’è qualcuno che desidera la vita * e brama lunghi giorni per gustare il bene?
Preserva la lingua dal male, * le labbra da parole bugiarde. Sta’ lontano dal male e fa’ il bene, * cerca la pace e perseguila.
Gli occhi del Signore sui giusti, * i suoi orecchi al loro grido di aiuto. Il volto del Signore contro i malfattori, * per cancellarne dalla terra il ricordo.
Gridano e il Signore li ascolta, * li salva da tutte le loro angosce. Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito, * egli salva gli spiriti affranti.
Molte sono le sventure del giusto, * ma lo libera da tutte il Signore. Preserva tutte le sue ossa, * neppure uno sarà spezzato.
La malizia uccide l’empio * e chi odia il giusto sarà punito. Il Signore riscatta la vita dei suoi servi, * chi in lui si rifugia non sarà condannato.
3 ant. Il Signore è vicino a chi ha il cuore ferito.
LETTURA BREVE
Gal 5, 26; 6, 2
Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri. Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo.
V. È bello che i fratelli vivano insieme: R. il Signore li ricolma di benedizioni.
ORAZIONE
O Signore, fiamma di carità, donaci l’ardore del tuo Spirito perché amiamo te sopra ogni cosa e i nostri fratelli nel vincolo del tuo amore. Per Cristo nostro Signore.
SABATO – VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – III SETTIMANA DEL SALTERIO
V. O Dio, vieni a salvarmi R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
L’aurora inonda il cielo di una festa di luce, e riveste la terra di meraviglia nuova.
Fugge l’ansia dai cuori, s’accende la speranza: emerge sopra il caos un’iride di pace.
Così nel giorno ultimo l’umanità in attesa alzi il capo e contempli l’avvento del Signore.
Sia gloria al Padre altissimo e a Cristo l’unigenito, sia lode al Santo Spirito nei secoli dei secoli. Amen.
1 ant.
Vicino sei tu, Signore, e vere tutte le tue vie.
SALMO 118, 145-152 XIX (Cof) – (1 Gv 5, 3).
T’invoco con tutto il cuore, Signore, rispondimi; * custodirò i tuoi precetti. Io ti chiamo, salvami, * e seguirò i tuoi insegnamenti.
Precedo l’aurora e grido aiuto, * spero sulla tua parola. I miei occhi prevengono le veglie della notte * per meditare sulle tue promesse.
Ascolta la mia voce, secondo la tua grazia; * Signore, fammi vivere secondo il tuo giudizio. A tradimento mi assediano i miei persecutori, * sono lontani dalla tua legge.
Ma tu, Signore, sei vicino, * tutti i tuoi precetti sono veri. Da tempo conosco le tue testimonianze * che hai stabilite per sempre.
1 ant.
Vicino sei tu, Signore, e vere tutte le tue vie.
2 ant.
Mi assista, Signore, la tua sapienza: sia con me nella fatica.
CANTICO Sap 9, 1-6. 9-11 – (Lc 21, 15).
Dio dei padri e Signore di misericordia, * che tutto hai creato con la tua parola, che con la tua sapienza hai formato l’uomo, * perché domini sulle creature che tu hai fatto,
e governi il mondo con santità e giustizia * e pronunzi giudizi con animo retto, dammi la sapienza, che siede accanto a te in trono * e non mi escludere dal numero dei tuoi figli,
perché io sono tuo servo e figlio della tua ancella, † uomo debole e di vita breve, * incapace di comprendere la giustizia e le leggi.
Anche il più perfetto tra gli uomini, † privo della tua sapienza, * sarebbe stimato un nulla.
Con te è la sapienza che conosce le tue opere, * che era presente quando creavi il mondo; essa conosce che cosa è gradito ai tuoi occhi * e ciò che è conforme ai tuoi decreti.
Mandala dai cieli santi, * dal tuo trono glorioso, perché mi assista e mi affianchi nella mia fatica * e io sappia che cosa ti è gradito.
Essa tutto conosce e tutto comprende: † mi guiderà con prudenza nelle mie azioni * e mi proteggerà con la sua gloria.
2 ant.
Mi assista, Signore, la tua sapienza: sia con me nella fatica.
3 ant.
SALMO 116 Invito a lodare Dio per il suo amore – (cfr. Rm 15, 8. 9).
Lodate il Signore, popoli tutti, * voi tutte, nazioni, dategli gloria;
perché forte è il suo amore per noi * e la fedeltà del Signore dura in eterno.
3 ant.
La fedeltà del Signore rimane per sempre.
LETTURA BREVE
Fil 2, 14-15
Fate tutto senza mormorazioni e senza critiche, perché siate irreprensibili e semplici, figli di Dio immacolati in mezzo a una generazione perversa e degenere, nella quale dovete splendere come astri nel mondo.
RESPONSORIO BREVE
R. Io grido al Signore: * Sei tu il mio rifugio. Io grido al Signore: Sei tu il mio rifugio.
V. Mio bene nella terra dei vivi, sei tu il mio rifugio. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Io grido al Signore: Sei tu il mio rifugio.
Ant. al Ben.
Illumina, Signore, chi sta nelle tenebre e nell’ombra di morte.
CANTICO DI ZACCARIA
Lc 1, 68-79
Benedetto il Signore Dio d’Israele, * perché ha visitato e redento il suo popolo,
e ha suscitato per noi una salvezza potente * nella casa di Davide, suo servo,
come aveva promesso * per bocca dei suoi santi profeti d’un tempo:
salvezza dai nostri nemici, * e dalle mani di quanti ci odiano.
Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri * e si è ricordato della sua santa alleanza,
del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre, * di concederci, liberàti dalle mani dei nemici,
di servirlo senza timore, in santità e giustizia * al suo cospetto, per tutti i nostri giorni.
E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo * perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade,
per dare al suo popolo la conoscenza della salvezza * nella remissione dei suoi peccati,
grazie alla bontà misericordiosa del nostro Dio, * per cui verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge,
per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre * e nell’ombra della morte
e dirigere i nostri passi * sulla via della pace.
Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo.Come era nel principio, e ora e sempre * nei secoli dei secoli. Amen.
Ant. al Ben.
Illumina, Signore, chi sta nelle tenebre e nell’ombra di morte.
INVOCAZIONI
Dio Padre ha voluto innalzare Maria, Madre di Cristo, al di sopra di tutte le creature angeliche e terrestri. Fiduciosi nella sua intercessione, preghiamo:
Guarda la Madre del tuo Figlio e ascoltaci.
Ti rendiamo grazie, Padre immensamente buono, che ci hai dato Maria come madre e modello di vita cristiana, — per sua intercessione guidaci sulla via della santità. Tu che hai reso Maria attenta alla tua parola e l’hai fatta tua fedele ancella, — per sua intercessione rendici discepoli e servitori del Figlio tuo. Tu che hai dato a Maria il privilegio di essere madre per opera dello Spirito Santo, — per sua intercessione concedi a noi i frutti del tuo Spirito. Tu che hai reso intrepida la Vergine Maria presso la croce del tuo Figlio e l’hai rallegrata con l’immensa gioia della risurrezione, — per sua intercessione consola le nostre pene e ravviva la nostra speranza.
Padre nostro.
ORAZIONE
O Dio nostro, principio e sorgente della salvezza, fa’ che tutta la nostra vita sia una testimonianza del tuo amore, perché possiamo un giorno cantare la tua lode nell’assemblea festosa dei santi. Per il nostro Signore.
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna.
R. Amen.
Preghiera per la Pace
Dio, che dai fiducia, aprici al paziente lavoro della pace. I nostri occhi imparino a guardare: guariscano dalla soggezione e dal controllo, si aprano all’ammirazione. Le nostre mani depongano le armi: sappiano ricevere da altre mani, si mettano all’opera per ricostruire. Il nostro gusto si accorga di altri sapori, il nostro udito ascolti la voce muta di chi non sa come esprimersi, l’odore dell’umanità sia la strada da seguire per conoscere Te. L’unica nostra forza sia vivere la vita, l’unica difesa costruire insieme il mondo che viene.
VII SETTIMANA DEL TEMPO ORDINARIO – III SETTIMANA DEL SALTERIO
V. O Dio, vieni a salvarmi R. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen. Alleluia.
INNO
O Gesù redentore, immagine del Padre, luce d’eterna luce, accogli il nostro canto.
Per radunare i popoli nel patto dell’amore, distendi le tue braccia sul legno della croce.
Dal tuo fianco squarciato effondi sull’altare i misteri pasquali della nostra salvezza.
A te sia lode, o Cristo, speranza delle genti, al Padre e al Santo Spirito nei secoli dei secoli. Amen.
1 ant. Grande è il Signore, nostro Dio, sopra tutti gli dèi.
SALMO 134, 1-12 (I) – (cfr. 1 Pt 2, 9).
Lodate il nome del Signore, * lodatelo, servi del Signore, voi che state nella casa del Signore, * negli atri della casa del nostro Dio.
Lodate il Signore: il Signore è buono; * cantate inni al suo nome, perché è amabile. Il Signore si è scelto Giacobbe, * Israele come suo possesso.
Io so che grande è il Signore, * il nostro Dio sopra tutti gli dèi.
Tutto ciò che vuole il Signore lo compie, † in cielo e sulla terra, * nei mari e in tutti gli abissi.
Fa salire le nubi dall’estremità della terra, † produce le folgori per la pioggia, * dalle sue riserve libera i venti.
Egli percosse i primogeniti d’Egitto, * dagli uomini fino al bestiame. Mandò segni e prodigi in mezzo a te, Egitto, * contro il faraone e tutti i suoi ministri.
Colpì numerose nazioni * e uccise re potenti: Seon, re degli Amorrèi, Og, re di Basan, * e tutti i regni di Cànaan.
Diede la loro terra in eredità a Israele, * in eredità a Israele suo popolo.
1 ant. Grande è il Signore, nostro Dio, sopra tutti gli dèi.
2 ant. Casa d’Israele, benedici il Signore, canta inni al suo nome.
SALMO 134, 13-21 (II) – (cfr. Gv 1, 1. 14).
Signore, il tuo nome è per sempre; * Signore, il tuo ricordo per ogni generazione. Il Signore guida il suo popolo, * si muove a pietà dei suoi servi.
Gli idoli dei popoli sono argento e oro, * opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano; * hanno occhi e non vedono;
hanno orecchi e non odono; * non c’è respiro nella loro bocca. Sia come loro chi li fabbrica * e chiunque in essi confida.
Benedici il Signore, casa d’Israele; * benedici il Signore, casa di Aronne; benedici il Signore, casa di Levi; * voi che temete il Signore, benedite il Signore.
Da Sion sia benedetto il Signore * che abita in Gerusalemme.
2 ant. Casa d’Israele, benedici il Signore, canta inni al suo nome.
3 ant. Tutte le genti verranno ad adorarti, Signore.
CANTICO Cfr. Ap 15, 3-4
Grandi e mirabili sono le tue opere, † o Signore Dio onnipotente; * giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti!
Chi non temerà il tuo nome, † chi non ti glorificherà, o Signore? * Tu solo sei santo!
Tutte le genti verranno a te, Signore, † davanti a te si prostreranno, * perché i tuoi giusti giudizi si sono manifestati.
3 ant. Tutte le genti verranno ad adorarti, Signore.
LETTURA BREVE
Gc 1, 2-4 Considerate perfetta letizia, miei fratelli, quando subite ogni sorta di prove, sapendo che la prova della vostra fede produce la pazienza. E la pazienza completi l’opera sua in voi, perché siate perfetti e integri, senza mancare di nulla.
RESPONSORIO BREVE
R. Cristo ci ama * e ci ha liberati con il suo sangue. Cristo ci ama e ci ha liberati con il suo sangue. V. Ha fatto di noi un regno e sacerdoti per il nostro Dio, * e ci ha liberati con il suo sangue. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Cristo ci ama ci ha liberati con il suo sangue.
Ant. al Magn. Il Signore ha soccorso i suoi figli, ricordando il suo amore.
CANTICO DELLA BEATA VERGINE Lc 1, 46-55
L’anima mia magnifica il Signore * e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva. * D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente * e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia * si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio, * ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni, * ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati, * ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo, * ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri, * ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre.
Gloria al Padre e al Figlio * e allo Spirito Santo.
Come era nel principio, e ora e sempre * nei secoli dei secoli. Amen.
Ant. al Magn. Il Signore ha soccorso i suoi figli, ricordando il suo amore.
INTERCESSIONI
Nel misterioso disegno della sapienza divina, il Signore Gesù fu consegnato alla morte per i nostri peccati ed è risorto per la nostra santificazione. Adoriamo il nostro salvatore e con umile fiducia e invochiamolo:
Abbi pietà del tuo popolo, Signore.
Esaudisci, Signore, le nostre suppliche e cancella le nostre colpe, — donaci il perdono e la pace. Tu, che per bocca dell’Apostolo hai detto: Dove ha abbondato il delitto, ha sovrabbondato la grazia, — lava i nostri innumerevoli peccati nel torrente della tua bontà. Abbiamo molto peccato, Signore, ma confessiamo la tua misericordia senza limiti, — convertici e la nostra vita sarà trasformata. Preserva il tuo popolo dall’infedeltà all’alleanza, — perché goda sempre i favori della tua amicizia. Hai aperto il paradiso al ladrone pentito, — accogli nella tua casa i nostri fratelli defunti.
Padre nostro.
ORAZIONE
Dio, Padre onnipotente, che ci hai donato il tuo unico Figlio come prezzo della nostra salvezza, fa’ che, vivendo in comunione con le sue sofferenze, partecipiamo un giorno alla gloria della sua risurrezione. Egli è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli.
Il Signore ci benedica, ci preservi da ogni male e ci conduca alla vita eterna. R. Amen.
26 gennaio 2025 – Santuario della Madonna delle Grazie, Pennabilli
Meditazione di Sr Francesca Serreli
Guardare qualcuno
Quanto è necessario per la nostra vita avere qualcuno da guardare.
Qualcuno che ci stia davanti e ci mostri e ci racconti che è possibile cambiare, crescere, attraversare quella situazione. Anche il Vangelo noi lo guardiamo attraverso altri. Lo riceviamo attraverso una voce, un luogo, una comunità, per imparare a entrare in contatto con esso anche più silenziosamente, nel “segreto della nostra stanza”. I due movimenti non si escludono, sono bisognosi l’uno dell’altro.
Come sarebbe bello conoscere cosa è successo in relazione al VANGELO nella nostra vita. Cosa da lì è, poco alla volta, cambiato. I più giovani ci aprirebbero gli occhi con le loro storie. Ciascuno di noi avrebbe molto da dire. Il Vangelo chiede vita e viene al mondo ogni volta che qualcuno fa sul serio con essa. Sapete… mi sembra che qui manchino le parole. A me personalmente mancano, voglio che esse manchino, perché non c’è niente da spiegare. Si tratta di storie, di persone, di relazioni, nelle quali la vita brilla. Perché questo accada non per forza bisogna essere cristiani. Se c’è un messaggio lieto nei racconti di Matteo, Marco, Luca e Giovanni, è in relazione alla fiducia. Non troviamo solo questo lo sappiamo: ci sono anche paura, sospetto, delusioni. L’umano. Ci siamo noi. Ma ogni istante di apertura e ricerca fiduciosa è raccolta dallo stupore stesso di Gesù. “Avvenga come desideri”. Avvenga in relazione al tuo desiderio e alla fiducia con cui l’hai trattato. Si spostano montagne, si libera voce, si sciolgono le paralisi dei corpi…. quando nel Vangelo la nostra fiducia e quella di Dio s’incontrano.
I discepoli di Emmaus – Scultura di Sr Elena Manganelli – dettaglio
Da capo: qualcuno da guardare
Ho iniziato dicendo dell’importanza di avere qualcuno davanti a noi da guardare.
So di parlare a persone che hanno scelto e scelgono di accompagnare per vocazione (e mestiere alcuni, immagino!). Quante esperienze ciascuno di voi porta dentro: nomi, storie, situazioni. Un bagaglio di capacità e comprensioni acquisite in corso d’opera, con tanti errori e scelte più o meno azzeccate. Un cammino di maturazione incessante. Ma non si tratta solo di ruoli o di professione, lo sappiamo bene. È proprio la vita che avanza in una danza di accompagnamenti reciproci.
Vogliamo iniziare un momento di preghiera, di “messa in discussione” nello Spirito.
Staremo davanti alla vita di un uomo: Agostino. Siamo monache agostiniane e siamo le prime a godere della sua esperienza. Siamo le prime ma non dobbiamo e non possiamo essere le uniche!
Plurale
La trasmissione della fede è opera plurale. Le Scritture sono opera comunitaria. Bellissimo a dirsi, molto affascinante, ma farci i conti… implica lasciarsi educare, crescere in familiarità dentro a parole che mantengono comunque una distanza da noi. Se non altro perché sono state scritte così tanto tempo fa. Generi letterari e interpretazioni diverse, lingue e stili! Chiedete ad Abir cosa implica per lei studiare Sacra Scrittura: un vero corpo a corpo. La Parola si affaccia nelle nostre esistenze, ma non lo fa mai allo stesso modo. Anche qui: non una sola porta d’entrata. Vige il plurale.
Cosa è successo ad Agostino in relazione alla Parola? Agostino, africano del Nord, vivrà un’esperienza di spogliazione davanti alle Scritture. Sceglierà di legarsi ad esse dopo lunga ricerca. Nelle Confessioni, il suo scritto più celebre, è narrato il suo lungo itinerario esistenziale (non solo). Narrato per dire grazie. Innanzitutto ringraziare. Avvenimenti, decisioni, incontri, letture, scuole di pensiero, spostamenti, addirittura l’incontro e l’adesione ad una “setta”, per ritrovarsi…dove? Davanti alla sua sete e alla sua fame. Riprenderò questa suggestione più in là.
A Milano Agostino si arrenderà a quella forza amorosa che a quel punto avrà un nome preciso, si lascerà abbracciare dall’esperienza di una chiesa in preghiera. Le Scritture, in giovinezza valutate come “materia” rozza e poco raffinata (Agostino era un retore di formazione e di professione!), ora lo toccano, le sente, le desidera persino. Davanti ad esse egli è ora vulnerabile. È molto forte il fatto che, una volta divenuto prete, spinga il suo vescovo, Valerio, a concedergli un “tempo di preparazione”. Prepararsi al futuro che incalza (rivoluzione totale di vita), attraverso il contatto con leScritture. Un contatto vitale.
Leggiamolo.
Se il Signore mi ha fatto sacerdote debbo accuratamente ricercare tutti ì rimedi contenuti nelle sue Scritture, e pregando e leggendo fare in modo di ottenere per l’anima mia uno stato di salute adeguato a incombenze così pericolose: cosa che non ho fatto prima anche perché non ne ho avuto il tempo. Infatti fui ordinato proprio quando pensavo di impiegare il tempo per conoscere le divine Scritture e volevo regolarmi in modo da avere la libertà di attendere a questo lavoro. (…) Mi ami davvero padre Valerio? Ami davvero la Chiesa stessa di cui hai voluto ch’io fossi ministro in tale stato? Eppure io sono certo che ami tanto me quanto Lei, ma mi giudichi idoneo, mentre io so di non esserlo (…) Forse tu obietti: “Vorrei sapere che cosa manca alla tua istruzione”. Ma sono tante queste cose, che io potrei enumerare quelle che posseggo più facilmente di quelle che desidero possedere. Infatti oserei affermare che so e ritengo con fede piena quello che importa per la nostra salvezza; ma come potrei dispensarlo per la salvezza degli altri? (…) E come può realizzarsi questo se non, come dice il Signore, chiedendo, cercando, bussando; cioè mediante la preghiera, la lettura e le lacrime? A questo scopo ho voluto chiedere, per mezzo di alcuni fratelli, dalla tua sincerissima e venerabile Carità ed ora torno a chiederlo con queste preghiere un breve periodo di tempo, ad esempio fino alla Pasqua, per studiare la Scrittura. Che potrò infatti rispondere al Signore, mio giudice? “Non potevo più chiedere questo essendo impedito dalle mansioni ecclesiastiche”? Egli però potrebbe dirmi: (…) Perché adduci come pretesto la mancanza di tempo per imparare a coltivare il mio campo? Dimmi, ti prego, che cosa potrei rispondere? Vuoi forse che io dica: “Il vecchio Valerio, essendo convinto ch’io fossi istruito in tutto, quanto più mi ha amato tanto meno mi ha permesso di imparare queste cose”? Perciò io supplico questa stessa tua carità ed affetto perché tu abbia misericordia di me e mi conceda, per lo scopo per cui l’ho richiesto, questo periodo di tempo; e mi soccorra inoltre con le tue preghiere in modo che il mio desiderio non sia vano e la mia assenza non sia infruttuosa per la Chiesa di Cristo e per l’utilità dei miei fratelli.”
agostino – Lettera al Vescovo Valerio (Ep.21, 3.4.5)
Cosa ci facciamo qui?
Agostino vivrà una vita segnata dalle Scritture, dalla gente e dalla condivisione. Saranno le sponde in cui si giocherà la sua esistenza.
Ora vorrei farvi seriamente una domanda: cosa ci facciamo qui? Penso che questa domanda sia davvero importante. La vita può andare avanti nei suoi soliti binari oppure aprirsi ulteriormente.
Non so cosa pensiate della vostra esperienza di chiesa, se siate felici o scontenti, se sentiate possibilità e promesse o una specie di tran tran di cose da fare. E mentre dico “esperienza di chiesa”, emerge in me immediatamente la vita. Perché senza la vita anche la chiesa perde il suo senso.
Cosa ci facciamo qui, nella chiesa, davanti alla vita? A cosa ci sentiamo “chiamati” ?
Ci rassicura essere uomini e donne di chiesa? Può capitare che sia così, dobbiamo dircelo. Ma dobbiamo anche saper guardare cosa generi in noi questa rassicurazione. Ci dà gioia? Io credo, soprattutto, che “ci tenga a bada”, ma corriamo un grosso rischio…
La pluralità stessa del mondo in cui viviamo – e che siamo all’interno delle nostre stesse case e delle nostre stesse chiese – oltre a provocarci, può generare una qualche forma di convocazione?
Lasciamoci accompagnare ancora da Agostino.
“Ecco, com’è bello e gioioso che i fratelli vivano nell’unità!”. Queste parole del salterio, questa dolce armonia, questa melodia soave, tanto a cantarsi quanto a considerarsi con la mente, hanno effettivamente generato i monasteri. Da questa armonia sono stati destati quei fratelli che maturarono il desiderio di vivere nell’unità. Questo verso fu per loro come una tromba: squillò per il mondo ed ecco riunirsi gente prima sparpagliata. Il grido divino, il grido dello Spirito Santo, il grido della profezia, è stato udito nel mondo intero.
agostino – Commento al Salmo 132,2
Riprendiamo la domanda lasciata aperta poco fa.
A cosa siamo convocati?
Qui Agostino parla di una tromba che con il suo squillo raduna gente, altrimenti sparpagliata.
Il rischio è davvero quello di vivere sparpagliati, pur essendo vicini e prossimi. Ognuno con qualcosa di personale a cui badare. Sparsi di qua e di là, con timide risonanze davanti ai fatti del mondo, oppure atterriti fino a perdere speranza. Vi sto parlando di questo dal cuore della mia vita. Ci tengo a dirlo.
La convocazione di cui parla Agostino non è solo per chi decide di entrare in monastero. “Vivere nell’unità”, sentirsi chiamati a questo, è il luogo più sensato dell’esistenza. Gli scenari di guerra, i dissapori, gli antagonismi soffocano questa chiamata adducendo ragioni sconcertanti e inudibili. Ma proprio la nostalgia di una vita non martoriata dalle conseguenze di interessi miopi e privati, è per noi un faro. Al fondo di tanti orrori sporge luminosissima e impegnativa, la chiamata a vivere insieme. Uniti.
E noi, come chiesa, convocati non per favorire a tutti i costi la nostra presenza, ma a favore di questa unità, di questi legami di senso e di affetto che ci uniscono gli uni agli altri (e alla terra!).
La Creazione – Vetrata realizzata dalle Monache Agostiniane di Pennabilli – dettaglio
Convocazioni e convivenze
La convocazione a essere uniti è davvero desiderabile? Su questo Agostino scommette tutto. Il Nuovo Testamento apre una finestra sulle prime comunità cristiane, sul loro modo di vivere. Agostino ascolta, si lascia ispirare e pervadere dal tipo di convivenza descritta negli Atti degli Apostoli.Su questa scia poggiano i desideri e le coordinate della vita comune da lui vissuta e giunta fino a noi.
Vivere insieme (che si tratti di una famiglia, di una classe, di un gruppo di amici o di un quartiere), in qualsiasi epoca e luogo della terra, implica affrontare due nodi cruciali dell’esistenza: quelli della diversità e dell’avere. Ci ritroviamo insieme e ci accorgiamo di avere bisogni diversi, non partiamo dagli stessi presupposti, né materiali, né di altro genere.
Come rispondere al fatto che tutti vogliamo avere una forma di personalissimo riconoscimento e una ricchezza garantita?
Agostino entra nel vivo di queste domande. Siamo tutti abitati da due amori, che generano due forme di convivenza. Ascoltiamo le sue parole.
I DUE AMORI
Il genere umano si è diviso in tanti e numerosi popoli distinti per religione, costume, lingua, armamento, abbigliamento. Tuttavia esistono soltanto due tipi di convivenza umana che noi, secondo la sacra Scrittura, possiamo chiamare giustamente “le due Città”. (…) Due amori dunque diedero origine a due città.
agostino – La Città di Dio XIV, 1. 28
Di questi due amori uno è santo, l’altro impuro; l’uno sociale, l’altro privato; sollecito nel servire al bene comune in vista della città celeste il primo, pronto a subordinare anche il bene comune al proprio potere in vista di una dominazione arrogante l’altro; l’uno è sottomesso a Dio, l’altro è nemico di Dio; tranquillo il primo, turbolento l’altro; uno pacifico, l’altro litigioso; uno amichevole, l’altro invidioso; l’uno che vuole per il prossimo ciò che vuole per sé, l’altro che vuole sottomettere il prossimo a se stesso; l’uno che governa il prossimo per l’utilità del prossimo, l’altro per il proprio interesse.
agostino – De Genesi Ad Lit. XI,15. 20.
Presi per mano
Lasciamo ancora ad Agostino le parole, davvero illuminanti.
Dove attendiamo la risposta a nostri bisogni di riconoscimento e ricchezza? Agostino dialoga, nuovamente, con le storie di vita comune raccolte nel libro degli Atti e con l’esperienza delle sue comunità. Dice: “Prestatemi attenzione!”. Non è solo un modo retorico per catturare il nostro ascolto. Sa che c’è qualcosa di davvero importante in quello che sta dicendo. Con fiducia e fermezza ci porta a guardare la realtà dagli occhi della sua esperienza, perché le nostre resistenze mollino la loro presa-pretesa.
PRIVATO E COMUNE
Il salmista afferma: “Non darò riposo ai miei occhi, finché non trovi una dimora per il Signore”. Ma come si diviene dimora del Signore? (…) Il Signore abita nei cuori e unico è il cuore di quanti, pur essendo molti, sono uniti dalla carità. (…) Lo dice la Scrittura: ”Avevano un cuore solo e un’anima sola protesi verso Dio”. Sono molti, anche tra noi, coloro che mancano di diventare luogo sacro per il Signore, cercano avidamente e sono attaccati ai loro beni privati, godono del potere che hanno e desiderano gli interessi personali. Chi al contrario intende preparare una dimora al Signore deve godere non di ciò che è privato ma di ciò che è comune. È quanto fecero quei tali con i loro beni privati: li misero in comune. E mettendo in comune ciò che avevano di proprio, forse lo persero? Se avessero ritenuto i propri beni per se stessi e ciascuno avesse posseduto quel che era suo, sarebbe stato padrone soltanto del suo bene privato. Mettendo invece in comune ciò che era proprio, anche le cose che prima erano proprietà altrui divennero sue. Prestatemi attenzione! È a causa di quel che è posseduto in proprio che ci sono tra gli uomini liti, inimicizie, scandali, peccati, malvagità, omicidi. Per quali motivi tutto questo? A motivo delle proprietà possedute in privato. Succede mai infatti che litighiamo per quanto possediamo tutti in comune? È pacifico che si respiri insieme questa stessa aria e si veda tutti lo stesso sole. Beati dunque coloro che preparano una dimora al Signore cessando di godere per quanto avevano di personale, di esclusivo.
agostino – Commento al Salmo 131, 4. 5
Capovolgimenti
Guardate che quello descritto qui è un vero e proprio capovolgimento percettivo e di desiderio!
Ciò che è comune non è perduto. Abbandoniamoci alle parole che dicono “è buono confidare nel Signore”. Ne abbiamo assolutamente bisogno. Consapevoli di tutte le spinte contrarie a questa qualità d’amore, di convivenza, di bene, non sempre facile… neppure da desiderare.
Approfondiamo ancora la ricerca di Agostino. Inoltriamoci nella metafora del corpo, molto nota, ma da lui declinata con estrema finezza e conoscenza dell’umano.
Osservate, fratelli, le nostre membra e come ciascun membro abbia la sua funzione. L’occhio vede ma non ode; l’orecchio ode ma non vede; la mano lavora ma non ode né vede: il piede cammina ma non ode né vede né lavora come la mano. Il corpo quindi forma una unità e, se è sano e le membra non sono in discordia fra loro, l’orecchio vede attraverso l’occhio e l’occhio ode attraverso l’orecchio; né alcuno può rinfacciare all’orecchio la carenza della facoltà visiva dicendogli: Tu non conti nulla, tu sei di rango inferiore! Puoi forse, come l’occhio, vedere e distinguere i colori? Sulla base della pace che regna nel corpo, ti risponderebbe l’orecchio: Io sono dov’è l’occhio; sono nello stesso corpo, e se in me stesso non ho la vista vedo ad opera di colui al quale sono unito. Allo stesso modo, come l’orecchio dice: L’occhio vede per me, così l’occhio dice: L’orecchio ascolta per me; e gli occhi e le orecchie dicono: Le mani lavorano per noi, e le mani dicono: Gli occhi e le orecchie vedono e odono per noi; e gli occhi e le orecchie e le mani dicono: I piedi camminano per noi. Quando le diverse membra esplicano la loro attività nell’ambito d’uno stesso corpo, se si tratta d’un corpo sano e le membra sono in armonia, godono tutte e ciascun membro gode dell’altro. Se qualche membro prova dolore, le altre membra non si disinteressano ma partecipano al dolore comune. Eccovi, ad esempio, i piedi. Essi nel corpo sono, per così dire, distanti dagli occhi: questi infatti si trovano in alto, mentre i piedi sono nella estremità più bassa. Ma se per caso un piede pesta uno spino, forse gli occhi si disinteressano [dell’accaduto]? O non piuttosto, come sempre osserviamo, tutto il corpo si contrae, e ci si siede e ci si curva per trovare lo spino conficcatosi nella pianta del piede? Tutte le membra fanno del loro meglio perché venga estratto lo spino conficcatosi nell’infima e più insignificante parte del corpo. Ne segue, fratelli, che se un membro del corpo di Cristo non ha il potere di risuscitare i morti, non deve aspirare a tanto; deve solo cercare di non dissentire dal [resto del] corpo, come dissentirebbe quell’orecchio che pretendesse di vedere.
agostino – Commento al Salmo 130, 6
Le cose non nascono da me
La convocazione dell’umanità è questa, lo crediamo fermamente.
Siamo fuori dalla logica funzionale per cui mettiamo a disposizione i nostri doni e ciascuno ricopre il proprio ruolo. È vero, questo concretamente avviene, ma c’è qualcosa di molto più profondo in gioco. La nostra paura di perdere la vita può alzare lo sguardo su una promessa grande, del tutto evangelica (la vive anche Gesù!). La possibilità di scoprire che non tutto nasce e si risolve dentro di me… No! Le cose più belle e inimmaginabili nasceranno perché siamo insieme. Questo è il nostro destino. Se tu mi regali il tuo sguardo, io potrò guardare. Se tu scegli di vivere con coraggio, sarai la mia forza. Ogni volta che ci relazioniamo seriamente gli uni agli altri, il mondo si ricrea.
Così è la commozione: la tua voce, il tuo volto entrano in me e la mia pelle sente, si ricrea. Ti lascio vivere in me.
Il Samaritano – Dipinto realizzato da Sr Elena Manganelli – dettaglio
La lotta
Dobbiamo sempre avere davanti agli occhi un panorama grande e vasto. “Punta in alto” ci dicevano da ragazzini. In alto, non per essere primi, ma per aspirare a cose grandi.
Questo senza smettere di guardarci in faccia ed entrare in contatto con la realtà plurale che portiamo dentro. Siamo uguali a tutti! Per vedere cose grandi dobbiamo ingaggiare una lotta. Il “buon combattimento della fede” nei nostri stessi corpi. Quante volte vorremmo escludere le differenze, le visioni diverse. Farne a meno, sapendo anche bene quali sono i nostri perché.
Agostino così parla alle sue comunità.
Un’obiezione potrebbe venirmi da chi è posto a capo, o meglio, che è al servizio dei fratelli in uno di questi luoghi chiamati monasteri. Che mi dirà? “Io sarò vigilante: non lascerò entrare alcun male”. Ma come farai a escludere ogni male? “Non accetterò persone cattive; non accetterò alcun fratello che chiede di entrare, se lo so cattivo. Starò bene con pochi e buoni!”. Ma come farai a conoscere colui che intendi escludere? Per conoscere che è cattivo devi sottoporlo alla prova, e questo dentro casa. Come farai a non accettare un postulante che dovrai sottoporre alla prova, se questa prova non può farsi se non dopo l’ammissione? Ti rifiuterai di accettare tutti i cattivi? Così infatti tu dici, e assicuri che li sai individuare. Ma ti si presenteranno forse tutti col cuore in mano? Certi postulanti non si conoscono neppure loro stessi; quanto meno li conoscerai tu! Molti infatti si proponevano di vivere in pieno quella vita santa in cui si tiene tutto in comune e nessuno chiama suo proprio alcunché, la vita di coloro che hanno un’anima sola e un solo cuore protesi verso Dio. Furono mandati nella fornace e non ressero. Come potrai dunque conoscere tu uno che non si conosce neppure lui? Escludere i fratelli cattivi dalle comunità dei buoni? Tu che ragioni così, pròvati, se ci riesci, a cacciare dal tuo cuore tutti i cattivi pensieri; fa’ che non vi entri neppure il richiamo del male! “Ma io non vi consento” ribatti. Comunque, se ne senti il richiamo, vuol dire che già vi è entrato. Noi tutti vogliamo avere il cuore ben difeso in modo che nessuna cattiva suggestione possa entrarvi; come poi di fatto vi entri, chi lo sa?
agostino – Commento al Salmo 99, 11. – la comunità perfetta/ dei perfetti
La lotta di Giacobbe – Scultura realizzata da Sr Elena Manganelli – dettaglio
Aprirsi
Il Vangelo, esperienza plurale di raccontare la via di Gesù nelle nostre vie, ci conduce nelle pieghe più nascoste del nostro cuore e del nostro vivere insieme. Apre apre apre perché ci sia una parola concreta di salvezza per tutti: possibilità di cambiare, di scegliere quale convocazione ascoltare. Mai vuole che ci separiamo gli uni dagli altri. Mai vuole renderci giudici.
Nessuno, davvero nessuno di noi è strappato dalle pagine del Vangelo.
Non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura. Il campo è il mondo, è la Chiesa sparsa per il mondo. Chi è buon grano, continui ad esserlo fino al giorno del raccolto; coloro che sono zizzania, si cambino in buon grano. Ora, tra gli uomini e le vere spighe e la zizzania corre questa differenza: quanto alle cose che erano nel campo la spiga rimane spiga, la zizzania rimane zizzania; al contrario nel campo del Signore, cioè nella Chiesa, chi era frumento si cambia a volte in zizzania, e quelli che erano zizzania si cambiano a volte in frumento: poiché nessuno sa cosa avverrà domani. Ecco perché agli operai che s’erano irritati col padre di famiglia quando volevano andare ad estirpare la zizzania, ciò non fu permesso; poiché essi volevano sradicare la zizzania, non fu loro permesso di separarla. Il padre di famiglia, che conosceva tutti, e sapeva che si doveva rimandare la separazione, ordinò loro di tollerare la zizzania, non di separarla. Avendo essi detto: Vuoi che andiamo a strapparla via? No – rispose – per non correre il rischio di sradicare anche il frumento, mentre volete strappar via la zizzania.
PREMESSA: il percorso che propongo desidera essere la proposta di una possibile lettura di Agostino come fratello nella fede, che mette a disposizione la sua vita come la vita di un testimone, che non ci vuole immediatamente dire o comunicare pillole di morale o di spiritualità da attuare, ma si mette in gioco con la propria ricerca per raccontarci le profondità di Dio e dell’umanità che lui ha sperimentato. E, se mentre la ascoltiamo, per caso ci dovessimo sentire interpellati o raggiunti da una qualche parte, allora e solo allora, nella libertà del nostro desiderio, potremo cominciare o ricominciare a cercare anche le profondità di noi stessi, in Dio.
Una vita in eredità
Parto dall’intuizione che mi aveva accompagnata nell’intervento dell’anno scorso: tutta la vita di Agostino, è l’eredità che lui ci lascia. Non un contenuto particolare, isolato, ma una vita intera. Dunque uno stile.
1. Scelta di campo: l’eredità di uno stile di vita, giocata e maturata nell’ amore quotidiano della relazione con Dio
Vorrei proporvi di percorrere insieme il libro X delle Confessioni, per stare nel presente della vita convertita di Agostino, una vita cioè vissuta nella scelta della relazione con il Dio che ha incontrato, perché proprio qui mi sembra di poter comprendere un po’ meglio qualcosa dell’eredità della vita e dello stile di Agostino: l’eredità èla vita del suo cuore, quindi la vita del sentire del suo cuore.
Noi leggiamo la vita di Agostino principalmente attraverso le sue Confessioni, quest’opera in XIII libri, scritta circa 10 anni dopo la sua conversione, nel 397/398.
Cosa accade in questa lettura il più delle volte? Che dal libro I al IX ci sentiamo portare dentro l’avventura della sua vita appassionata e disordinata, dall’infanzia all’adultità, attraverso le regioni della lontananza, alla ricerca di sé e di quel Dio che non gli dava pace. Tutto sfocia nell’apice, esistenziale e narrativo, dei libri VII e VIII: Agostino è via via portato nel luogo di una lacerazione dolorosissima della sua volontà in cui si sente strattonato da forze dentro di sè che lo sovrastano e gli impediscono di scegliere fino in fondo, fino alla risoluzione: la conversione (come avevamo visto l’anno scorso).
E poi? Il libro IX racconta del battesimo…. E poi dal libro X Agostino mette in campo il presente della sua vita, ma lo stile della narrazione della sua biografia cambia radicalmente.
Questo cambio mi è sembrata una pista molto interessante, perché nell’immaginario comune (o almeno nel mio era così) nel leggere le confessioni e nel raccontare la vita di Agostino, per quanto riguardo l’intensità, ci si ferma al libro VIII, cioè al momento della conversione. Come se il dopo fosse noiosissimo. In fondo è vero: i fatti più accattivanti ed eclatanti, le scelte grandi della vita – come dire: o da una parte o dall’altra – sono già accadute. Dopo cosa resta? Il piattume di una vita ormai riordinata da Dio e tutta dedicata a Lui. È talmente noioso che non si sa bene nemmeno cosa raccontare, se non predicare al popolo o difendere la fede da qualche eresia che via via nasce nella Chiesa, e questa poi è roba da specialisti, tipo i preti e le suore, qualche teologo…
Ma è davvero così?
2. Biocardia.
Dopo la conversione, nell’inizio di una relazione vivente e vitale con Dio, Agostino nel libro X delle sue Confessioni non racconta più di lui in relazione a fatti e vicende – possiamo dire – biografiche in senso stretto, come negli altri libri (e tuttavia lo sappiamo che dopo il battesimo torna in Africa, viene ordinato presbitero e poi vescovo, dunque la narrazione della sua vita la ricaviamo dai numerosi scritti – pastorali, apologetici, teologici- che Agostino scrive nel vivere le vicende e la storia della Chiesa a cui si è legato). Ma Agostino per raccontare la sua vita presente di quando scrive le confessioni non ha altro modo se non raccontare la vita del suo cuore, ed è quello che accade nel libro X.
Per questo ho dato questo titolo un po’ criptico, perché Agostino nel libro X scrive secondo me una BIOCARDIA, cioè una biografia del suo cuore, qualcosa di tutt’altro che noioso o piatto, come si potrebbe immaginare la vita di un ormai convertito che ha aggiustato tutti i problemi di disordine…
Al contrario il racconto del libro X ci chiede di lasciarci immergere nelle profondità del cuore di Agostino, un cuore – dice Agostino, che ha bisogno di confessarsi davanti a Dio nelle sue debolezze, davanti a se stesso, ma anche davanti ai fratelli nella fede. Confessarsi per Agostino, condividere chi è, significa servire questi fratelli e pregare il Signore che completi ciò che è incompiuto in lui. E noi, che oggi lo ascoltiamo, se vogliamo capirlo davvero dobbiamo collocarci dove lui ci pone, come suoi fratelli nella fede, disposti ad ascoltarlo e a lasciarci provocare. Altrimenti non lo capiremo nemmeno!
Chiediamocelo questo: noi, quando pensiamo ad Agostino, quando mai lo pensiamo un uomo pieno di debolezze come padre della chiesa? Tuttavia è così che lui si racconta. È un modo di dire?
4.4 Con quale frutto dunque, Signore mio, confesso anche agli uomini innanzi a te, attraverso queste pagine, il mio stato presente, non più il passato? Il frutto di quelle confessioni l’ho capito e ricordato; ma il mio stato presente, del tempo stesso in cui scrivo queste confessioni, sono molti a desiderare di conoscerlo, coloro che mi conoscono come coloro che non mi conoscono. 4.5 Ma quale frutto sperano di ricavarne? Vogliono forse congratularsi con me, dopo aver udito quanto mi avvicina a te il tuo dono, e pregare per me, dopo aver udito quanto mi rallenti il mio peso? Se è così, a loro mi mostrerò. E tu, Signore, che non abbandoni mai ciò che cominci, porta a compimento ciò che vi è in me di incompiuto. 4.6 Questo è il frutto delle mie confessioni, non di quello che fui, ma di quello che sono. Perciò farò la mia confessione non alla tua sola presenza, ma altresì nelle orecchie dei figli degli uomini che credono in te, partecipi della mia gioia e consorti della mia mortalità, miei concittadini e compagni di vita, alcuni più innanzi, altri più indietro, altri di pari passo con me per via. Sono questi i tuoi servi e i miei fratelli, che volesti fossero tuoi figli e miei padroni, che mi ordinasti di servire, se voglio vivere con te di te.
Testo 1 Libro X – Conf. agostino
Il cuore di Agostino ha incontrato Dio. Da questo incontro Agostino sente non di aver trovato in modo esaustivo, (come ci potremmo immaginare) ma di aver trovato Colui in cui e grazie a cui il suo cuore può iniziare a cercare, in un modo nuovo di conoscere, di pensare e di vivere l’amore. Un modo nuovo di sentire, percepire, conoscere quello stesso Dio, la realtà e se stesso. Sembra sia quasi l’amore da cui Agostino si sente amato da Dio, ad invitarlo a cercarlo. Ma come, non l’ha trovato finalmente? Ormai è amato. Basta. Sì, eppure sembra anche non averlo del tutto trovato!
6.8. Signore, so che ti amo. Folgorato al cuore da te mediante la tua parola, ti ho amato. Ma cosa amo, quando amo te? Non una bellezza corporea, né una grazia temporale: non lo splendore della luce, così caro a questi miei occhi, non le dolci melodie dei canti d’ogni tono, non la fragranza dei fiori, degli unguenti e degli aromi, non la manna e il miele, non le membra accette agli amplessi della carne. Nulla di tutto questo io amo, quando amo il mio Dio. Eppure amo una sorta di luce e voce e odore e cibo e amplesso nell’amare il mio Dio: la luce, la voce, l’odore, il cibo, l’amplesso dell’uomo interiore che è in me, là ove splende alla mia anima una luce non costretta dallo spazio, ove risuona una voce non travolta dal tempo, ove olezza un profumo non disperso dal vento, ove si gusta un sapore che la voracità non vince e un amplesso che la sazietà non scioglie. È questo che amo, quando amo il mio Dio.
Testo 2 libro X – Conf. Agostino
E questo cos’è?
Le domande, con Dio, non diminuiscono, ma in qualche modo aumentano.
Agostino ci parla del suo cuore alla ricerca di Dio, facendo un passaggio affatto scontato: a partire dall’interiorità e dal cuore, inizia a raccontare qualcosa di come funziona il suo sentire, quindi il suo modo di amare. La relazione con Dio si mostra come una relazione che amplifica e acuisce la sua sensibilità. Una relazione capace di accendere e rendere più acuta la sua sensibilità.
Cuore/interiorità/amare sono intrecciati alla sua sensibilità, al suo modo di percepire e sentire.
L’anno scorso dall’intervento di don Rinaldo avevamo fatto questa scoperta: la vita del cuore è “sulla pelle”, dove noi sentiamo e percepiamo.
E questo cos’è? Interrogai sul mio Dio la mole dell’universo, e mi rispose: “Non sono io, ma è lui che mi fece”. Interrogai la terra, e mi rispose: “Non sono io”; la medesima confessione fecero tutte le cose che si trovano in essa. L’uomo interiore apprese queste cose; io, le ho apprese, io, lo spirito, per mezzo dei sensi del mio corpo. Che amo dunque, allorché amo il mio Dio?
Testo 3 libro X – Conf. Agostino
Agostino cerca Dio nel suo cuore partendo dalla sua sensibilità. Lui percepisce il mondo, e lì percepisce qualcosa di Dio. Dio è lì e non è lì contemporaneamente. Ma i suoi sensi lo guidano… Dio è nel mondo ma non è immediatamente sovrapponibile al mondo.
C’è uno scarto. E Agostino lo percepisce.
E la ricerca e la conoscenza di Dio che si avviano in Agostino, che già ama Dio, si intrecciano indissolubilmente con la ricerca e la conoscenza di se stesso. Dunque la sensibilità, che gli fa percepire il mondo e con cui lo interroga, lo riconduce ancor di più anche a se stesso, nel mistero che sente di essere: corpo e anima, uniti insieme in questa ricerca.
Avere percezione di Dio quindi per Agostino è crescere nella percezione di sé: lo spazio del corpo e dell’anima si aprono e aprono sempre più in lui lo spazio della sua interiorità, uno spazio da imparare ad abitare.
Agostino dice che c’è un movimento da compiere per abitare l’interiorità:
8,12. Chi è questo Dio, che sta sopra il vertice della mia anima? Proprio con l’aiuto della mia anima salirò fino a lui, trascenderò la mia forza che mi avvince al corpo e ne riempie l’organismo di vita.
testo 4a libro X
Agostino, nella percezione del mondo, intuisce Dio come lì e non solo lì, come legato anche a lui stesso, al suo corpo e alla sua anima, e di più… percepisce che Dio sta sopra di lui. E per giungervi deve trascendere se stesso.
Trascendere: per noi significa immediatamente salire, verso le vette. Andare al di là..
Ma letteralmente sarebbe tra-scendere. Scendere tra. Bellissimo: per salire, dobbiamo scendere tra i sensi, che ci fanno percepire il mondo, per imbatterci in una specie di scarto, di spazio vuoto, che è lo spazio della presenza di Dio nel mondo che ci riconduce sempre più nelle profondità di noi stessi.
In questo movimento di salita e di discesa, Agostino giunge al luogo della memoria….
8.12. Trascenderò dunque anche questa forza della mia natura per salire gradatamente al mio Creatore. Giungo allora ai campi e ai vasti quartieri della memoria, dove riposano i tesori delle innumerevoli immagini di ogni sorta di cose, introdotte dalle percezioni; dove sono pure depositati tutti i prodotti del nostro pensiero, e tutto ciò che vi fu messo al riparo e in disparte e che l’oblio non ha ancora inghiottito e sepolto.
Testo 4b libro X – conf. agostino
L’analisi acutissima che Agostino fa della sua memoria è interessantissima, ma sarebbe infinito il nostro percorso, quindi evidenzio solo una cosa di ciò che accade qui, in questo spazio vastissimo, come lo chiama Agostino… Accade che mentre cerca Dio, Agostino scopre innanzitutto qualcosa di se stesso che non sapeva: che, come Dio, è un mistero per se stesso. Agostino non si conosce del tutto, non si possiede del tutto. La sua ricerca di Dio gli permette di percepire e sentire lo stupore di essere molto di più di quel che credeva!
8.15. Grande è questa potenza della memoria, troppo grande, Dio mio, un santuario vasto, infinito. Chi giunse mai al suo fondo? E tuttavia è una facoltà del mio spirito, fa parte della mia natura. Eppure io non riesco a comprendermi per intero. Ciò mi riempie di gran meraviglia, lo stupore mi invade. Cosa amo quando amo il mio Dio?
Testo 5 libro X – CONF. agostino
Questa domanda ha condotto Agostino fino alla sua memoria. L’ampiezza di questo luogo lo riempie di stupore… e man mano che indaga il funzionamento della memoria, alla ricerca di Dio, si ritrova sempre più immerso in se stesso, fino ad arrivare a non comprendersi più e a percepire una spinta ulteriore: quella di trascendere anche la memoria. Di salire e scendere ancora più profondamente oltre la memoria…
16.25 Io, Signore, su ciò m’affatico, su me stesso m’affatico: Sono diventato per me una terra di pena e di molto sudore. Non stiamo scrutando le regioni celesti, né misurando le distanze degli astri o cercando la ragione dell’equilibrio terrestre. Chi ricorda sono io, io lo spirito. Non è così strano che sia lontano da me tutto ciò che non sono io; ma cosa può essermi più vicino di me stesso? Ed ecco che invece non posso comprendere la natura della mia memoria mentre senza di quella non potrei nominare neppure me stesso. 17,26. La facoltà della memoria è grandiosa. Ispira quasi un senso di terrore, Dio mio, la sua infinita e profonda complessità. E ciò è lo spirito, e ciò sono io stesso. Cosa sono dunque, Dio mio? Qual è la mia natura? Una vita varia, multiforme, di un’immensità poderosa. Ecco, nei campi e negli antri, nelle caverne incalcolabili della memoria, incalcolabilmente popolate da specie incalcolabili di cose… per tutti questi luoghi io trascorro svolazzando qua e là, penetrandovi quanto più posso, senza trovare limiti da nessuna parte, tanto grande è la facoltà della memoria, e tanto grande la facoltà di vivere in un uomo, che pure vive per morire. Che devo fare dunque, o tu, vera vita mia, Dio mio? Che mi dici? Ecco, io, elevandomi per mezzo del mio spirito sino a te fisso sopra di me, trascenderò anche questa mia facoltà, cui si dà il nome di memoria, nell’anelito di coglierti da dove si può coglierti, e di aderire a te da dove si può aderire a te. Trascenderò anche la memoria, ma per trovarti dove, o vero bene, o sicura dolcezza, per trovarti dove?
Testo 6 libro X – conf. agostino
A questo punto Agostino cambia la sua domanda…. Bellissimo. È partito da una domanda: Cosa amo quando amo te?
Ora la domanda diviene: come. Come ti cerco dunque Signore…
20,29. Come ti cerco dunque, Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della vita. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te. Come cerco dunque la felicità?
Testo 7 libro X – conf. agostino
La domanda ora è su come cercare Dio. E la ricerca di Dio, intrecciata nelle profondità di sé, è ricerca della felicità della vita.
E poi Agostino dice: Ti cercherò, perché l’anima mia…
Non dice: sia felice. Cioè: cerco la felicità, dunque ti cerco perché l’anima mia sia felice. No. Ti cercherò e cercherò la felicità perché l’anima mia viva. Dunque, perché l’anima mia viva, come cerco la felicità, che è anche tradotta dal latino, beata vita? Come cerco una vita beata, cioè una vita viva? Questo è la felicità che intende Agostino.
Domanda che forse oggi potremmo tradurci: come cerco una vita piena? Come ti cerco Signore affinché la mia vita sia una vita viva?
Questa è la domanda che ci guida da ora in poi.
La felicità che vogliamo mettere a tema, la vita beata, non è la ricerca intimistica di una felicità godereccia, della pace dei sensi. La ricerca borghese di una felicità satolla, che sa più di vetrina, che di vita.
La felicità in Agostino è una felicità che ha a che fare con la ricerca di vita piena, una vita che vive e prende forma nelle vicende storiche del suo tempo, che è sempre in ricerca, perché sia una vita viva.
Dunque: la nostra sensibilità sente e percepisce Dio. E più lo sente e lo percepisce, più lo cerca, e più lo cerca più percepisce se stessa, nella sua personale ricerca di felicità, cioè di vita piena, di vita viva.
La nostra sensibilità è il luogo di incontro con la realtà, Dio, con noi stessi, perché la nostra vita diventi piena, perché la nostra vita diventi viva.
21.31 Dove dunque e quando ho sperimentato la mia felicità, per poterla ricordare e amare e desiderare? Né soltanto io, o pochi uomini con me vogliono essere felici, bensì tutti la vogliono. Se non ne avessimo una cognizione precisa, la volontà di averla non sarebbe tanto decisa. Chiedi a due persone se vogliono fare il soldato, e può accadere che l’una risponda di sì, l’altra di no; ma chiedi loro se vogliono essere felici, ed ambedue ti risponderanno all’istante, senza ombra di dubbio, che sì; anzi, lo scopo per cui l’una vuole fare il soldato, l’altra no, è soltanto la felicità. Poiché l’una trae godimento da una condizione, l’altra dall’altra. Così tutti concordano nel desiderare la felicità, come concorderebbero nel rispondere a chi chiedesse loro se desiderano godere. Il godimento è appunto ciò che chiamiamo felicità della vita: l’uno lo ricerca bensì da una parte, l’altro dall’altra, ma tutti tendono a un’unica meta, di godere.
Testo 8 libro X – conf. agostino
Felicità, vita piena, vita viva, qui si aggiunge una parola: godimento. Che sottolinea ciò che abbiam tentato di sottolineare finora rispetto alla centralità della sensibilità. Dio, la felicità, la vita piena, sono qualcosa che si fanno godere, cioè sentire, percepire.
Ma sentiamo cosa accade ora….
22.32 Lontano, Signore, lontano dal cuore del tuo servo che si confessa a te, lontano il pensiero che qualsiasi godimento possa rendermi felice. C’è un godimento che non è concesso agli empi, ma a coloro che ti servono per amore, e il loro godimento sei tu stesso. E questa è la felicità, godere per te, di te, a causa di te; fuori di questa non ve n’è altra. Chi crede ve ne sia un’altra, persegue un altro godimento, non il vero.
Testo 9 libro X – conf. Agostino
Agostino introduce un’altra volta un eppure, uno scarto. Ci sta dicendo: Non tutto ciò che sentiamo come felicità, come godimento, come pienezza e vita, lo sono davvero.
Perché?
C’è un godimento che Agostino esprime così… c’è un godimento riservato a coloro che, letteralmente in latino, colunt gratis, cioè coltivano, lavorano, si prendono cura (verbo colo) gratis, gratuitamente. Noi traduciamo. Per amore. Giusto. C’è un amore di godimento che è il prendersi cura e lavorare gratuitamente, gratis. E questa esperienza Agostino ci dice essere per lui la verità, la gioia vera da sentire, che ha a che fare con Dio e con la pienezza della vita.
Un’esperienza non automatica, per cui ha bisogno di pregare: fa o Signore che non qualsiasi godimento mi renda felice….
E perché è così difficile entrare in questa qualità di esperienza? In questa qualità di amore e di vita?
Forse non tutti vogliono essere felici, si chiede Agostino?
23,33. Dunque non è certo che tutti vogliono essere felici: quanti non cercano il godimento di chi, come te, è l’unica felicità della vita, in realtà non vogliono la felicità. O forse tutti la vogliono, ma, poiché le brame della carne sono opposte allo spirito, e quelle dello spirito alla carne, sì che non fanno ciò che vogliono, cadono là dove possono, e ne sono paghi, perché ciò che non possono, non lo vogliono quanto occorrerebbe per volerlo?
Testo 10 libro X – conf. agostino
È così difficile, dice Agostino, perché accettare che Dio è qualcuno che tu puoi sentire, che noi possiamo percepire, che possiamo avere a che fare con Lui, significa riconoscere che stare in relazione con Dio è questione di amore, quindi la fede è questione di amore.
E la fede cos’è? Quest’amore cos’è? Qualcosa di irrazionale, pensiamo di solito… all’amore non si comanda…
Cioè con l’intelligenza arriviamo fino a un certo punto, e poi ci dobbiamo fidare, oltre ciò che possiamo capire e sentire.
No. Stare in relazione con Dio, quindi accettare che sia questione di una fede legata all’amore, significa entrare in un’altra logica, non irrazionale, ma un’intelligenza di un’altra qualità, che è quella dell’amore. È l’intelligenza dell’amore, della sensibilità. E questa intelligenza sensibile e percettiva, non funziona con i pensieri della nostra testa, ma con le forze della nostra vita, che influenzano i nostri pensieri.
Infatti Agostino dice: non è che il problema è che gli uomini non vogliono la felicità, è che ci sono brame della carne, in opposizione a brame dello spirito. E quindi non si riesce a fare ciò che si vuole. Non si può. È questione di potere.
Amare, cercare Dio e la vita piena, una vita vera e viva, è questione di potere, nel nostro sentire.
Potere cosa? Due aspetti, a questo riguardo, “problematici” sottolinea Agostino:
1 – Che la qualità di questo godimento, la qualità di questa vita vera è un ricordo più tenue (in latino dice proprio Tenuiter in 23,33), cioè la sua è una forza delicata, che tuttavia ha la capacità non solo di farci amare, ma di farci amare godendo. Ma appunto è più tenue rispetto alle cose da cui gli uomini si sono già fatti occupare (cioè ci sono cose che hanno la forza di occuparci, con molta più facilità).
23,33. Amano la verità, e amando la felicità, che non è se non il godimento della verità, amano certamente ancora la verità. Perché dunque non ne traggono godimento? Perché non sono felici? Perché sono più intensamente occupati in altre cose, che li rendono più infelici di quanto non li renda felici questa, di cui hanno un così tenue ricordo.
Testo 11 libro X – conf. agostino
2 – Poter accettare che quando incontriamo Dio e ci innamora, nell’innamorarci ci mette in cammino nella verità di noi stessi. E sentire, percepire la verità di noi, è faticoso a volte. Non perché siamo cattivi o abbiamo sbagliato qualcosa. Ma perché ci chiede di lasciarci cambiare, proprio in nome di ciò che amiamo. Ciò che amiamo, per amarlo, ci dà la possibilità di diventare veri, di lasciarci scoprire e stanare nei nostri luoghi ombrosi, di venire alla luce, per poter non solo amare, ma godere.
E in latino, lo diciamo ora, godere e gioia, sono la stessa cosa. Gaudere e gaudium… dunque godere e gioire. Dobbiamo tenerli intrecciati.
23,34. Ma perché la verità genera odio, e l’uomo che predica il vero in tuo nome diventa per loro un nemico, mentre amano pure la felicità, che non è se non il godimento della verità? In realtà l’amore della verità è tale, che quanti amano un oggetto diverso pretendono che l’oggetto del loro amore sia la verità; e poiché detestano di essere ingannati, detestano di essere convinti che s’ingannano. Perciò odiano la verità: per amore di ciò che credono verità. L’amano quando splende, l’odiano quando riprende. Non vogliono essere ingannati e vogliono ingannare, quindi l’amano allorché si rivela, e l’odiano allorché li rivela.
Testo 12 libro X – conf. agostino
Arrivato a questo punto della sua ricerca la domanda di Agostino si trasforma ancora: da cosa amo, a come ti cerco, a: dove abiti…
25,36. Ma dove dimori nella mia memoria, Signore, dove vi dimori? Quale stanza ti sei fabbricato, quale santuario ti sei edificato? Hai concesso alla mia memoria l’onore di dimorarvi, ma in quale parte vi dimori? Cercandoti col ricordo, non ti trovavo fra le immagini di cose corporee. Passai alle zone ove ho depositato i sentimenti del mio spirito, ma neppure lì ti trovai. Entrai nella sede che il mio spirito stesso possiede nella mia memoria, ma neppure là tu eri. Non sei neppure lo spirito stesso, essendo il Signore e Dio dello spirito. E ti sei degnato di abitare nella mia memoria dal giorno in cui ti conobbi! Vi abiti certamente, poiché io ti ricordo dal giorno in cui ti conobbi, e ti trovo nella memoria ogni volta che mi ricordo di te. Dove dunque ti trovai, per conoscerti, se non in te, sopra di me?
Testo 13 libro X – conf. agostino
Qui c’è un altro scarto: Agostino ha cercato Dio nella percezione del mondo, e Dio era lì e non solo lì, poi l’ha cercato in sé, e Dio era lì e non del tutto lì… Dunque non lo trova non “in sé” – “in me”, dove era stato ricondotto e dove stava cercando, ma “in te”. Dalla ricerca in sé, la sensibilità lo conduce in uno spazio ulteriore: è in lui, in Agostino, ma è in te, in Dio. Perché è una relazione.
27.38. Tardi ti amai, bellezza così antica e così nuova, tardi ti amai. Sì, perché tu eri dentro di me e io fuori. Lì ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me, e non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, inesistenti se non esistessero in te. Mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e respirai e anelo verso di te, gustai e ho fame e sete; mi toccasti, e arsi di desiderio della tua pace.
Testo 14 libro X – conf. agostino
La vita del suo cuore si è scritta in questa ricerca, nella vita della sua sensibilità. Una vita che è contemporaneamente in sé e in te, cioè nell’altro. Forse perché davvero la relazione con Dio è qualcosa che ci riconduce a noi stessi, nel senso di un ritorno al passato, cioè di assunzione di chi siamo stati finora (bellezza antica) ma anche è un ritorno al futuro, a chi possiamo divenire (bellezza nuova).
Dunque noi diveniamo noi stessi, nell’altro, che entra in noi, nel cuore, e di cui ne abbiamo esperienza percettiva.
3. Agostino, una vita nel cuore della storia.
Tutta questa ricerca è a rischio di intimismo? Cioè parlare di vita del cuore, significa rinchiudersi nell’intimità di se stessi e della propria relazione con Dio?
Associando la vita del cuore alla vita della sensibilità, Agostino lega la vita del cuore alla concretezza relazionale della storia.
Cosa significa una vita nel cuore della storia, cioè nella concretezza relazionale della storia?
Mi sembra che Agostino ci racconti questa concretezza attraverso la seconda parte del libro X, in cui esordisce mettendo a tema due parole che finora non ha utilizzato per connotare la vita: temptatio e molestia (che noi ereditiamo da una storia che le connota già moralmente: tentazione e fastidio).
Che sottolineano proprio la dimensione concreta della storia, cioè la dimensione complessa del nostro sentire e percepire. Dio non ci aspetta da un’altra parte, quando ci siamo sistemati. Ma è Dio che ci invita ad entrare in questa complessità, proprio per lasciarsi scoprire e per rivelarci a noi stessi.
28.39. Quando mi sarò unito a te con tutto me stesso, non esisterà per me dolore e pena. Sarà vera vita la mia vita, tutta piena di te. Tu sollevi chi riempi; io ora, non essendo pieno di te, sono un peso per me; le mie gioie, di cui dovrei piangere, contrastano le afflizioni, di cui dovrei gioire, e non so da quale parte stia la vittoria; le mie afflizioni maligne contrastano le mie gioie oneste, e non so da quale parte stia la vittoria. Ahimè, Signore, abbi pietà di me! Non è, forse, la vita umana sulla terra una prova? Chi vorrebbe fastidi e difficoltà?
Testo 15 libro X – conf. agostino
Per il commento di questa parte mi appoggerò a un maestro, che ha letto e commentato il libro X delle Confessioni di Agostino, tenendone un corso di filosofia nel 1921 all’Università di Friburgo, un giovane Martin Heidegger.
Lui coglie nella lettura di Agostino una chiave straordinaria messa in campo: proprio questa della concretezza, cioè della vita come temptatio, come prova, e della presenza nella vita di molestie, di fastidi.
È paradossale: più Agostino è in relazione a Dio, più sente di essere per se stesso un peso, percependo la vita come una prova, piena di molestie, di fastidi. Cioè percepisce la vita come non automatica, non tutta già fatta!
Attenzione all’interpretazione che ne diamo noi: certo, la vita è un peso perché non siamo perfetti, quindi solo in paradiso non ci saranno prove, non ci saranno fastidi. Non saremo un peso. Attenzione… è davvero così? Vorrei gettare un dubbio su questa lettura che abita il nostro immaginario, per introdurre, grazie ad Heidegger, un’altra possibile lettura!
Per Agostino la vita è una prova, c’è una lotta nel suo sentire in relazione a Dio, che non si può evitare. Questa lotta c’è perché lui sente più cose contemporaneamente. Non ne sente una sola. Questo è straordinario. Lui sente contemporaneamente gioie e afflizioni, per questo invoca la misericordia di Dio, perché sente più cose, con significati diversi, che entrano in conflitto.
Ma ci avete mai pensato, a come è complesso il nostro sentire?
E Dio lo porta fin qui dentro….
Qual è il rischio di questo sentire più cose, con significati molteplici che entrano in conflitto? È che, Agostino dice, ci disperdiamo. Qualcosa in noi si disperde nel molteplice, in una molteplicità di possibilità di interpretazioni. In base a che cosa io sento gioia e tristezza, e queste entrano in conflitto, e io divento un peso per me stesso?
In questa dispersione nella sensibilità, Agostino percepisce come un ordine che Dio gli dà. La continentia.
Noi associamo alla parola già una cornice interpretativa, legata principalmente alla sfera sessuale.
In latino contineo significa: Tenere insieme, unire, congiungere, tenere fermo, trattenere. Ecco: la continenza sarebbe la capacità nella nostra sensibilità, di tenere insieme, unire, congiungere, ciò che tenderebbe al contrario a disperdersi.
E questa forza che sa tenere insieme per Agostino ha a che fare con Dio, è qualcosa che sa di Dio.
29.40 Ogni mia speranza è posta nell’immensa grandezza della tua misericordia. Dà ciò che comandi e comanda ciò che vuoi. Ci comandi la continenza. e qualcuno disse: “Conscio che nessuno può essere continente se Dio non lo concede, era già un segno di sapienza anche questo, di sapere da chi ci viene questo dono“. La continenza in verità ci raccoglie e riconduce a quell’unità che abbiamo lasciato disperdendoci nel molteplice.
Testo 16 libro X – conf. agostino
Ecco, con questa forza, ordinata da Dio, Agostino si addentra nella concretezza della sua sensibilità, perché coglie che proprio qui c’è uno snodo per cui ne va della vita.
Ci ricordiamo la domanda sul come vivere una vita piena, una vita viva? Non abbiamo risposto.
Agostino ci sta raccontando che la vita non è già fatta del tutto e che per vivere una vita piena e viva, è necessario vivere la vita come temptatio, come una lotta, in cui ci sono molestie.
Ma in che senso?
La lotta che Agostino racconta è interessante perché è una lotta senza nemici, giocata nell’orizzonte di una relazione bella e scelta, che è la relazione con Dio. Non è una lotta giocata contro qualcuno, fosse pure il suo passato disordinato. Dunque che lotta è? È un corpo a corpo con se stesso, giocata nella sua sensibilità.
Agostino ora inizia ad analizzare alcuni aspetti concreti della sua sensibilità, riferendosi allo schema delle tentazioni proposto da Giovanni in una delle sue lettere: concupiscenza della carne, concupiscenza degli occhi, ambizione del mondo. Sono tre dimensioni che toccano la relazione con se stessi, con il mondo, con gli altri.
Io scelgo un solo aspetto di tutta questa analisi, per tentare di comprendere:
Cosa significa che la vita è temptatio, come lavora il fastidio/la molestia, quindi la concupiscenza, in relazione alla realizzazione di una vita piena.
Scelgo un aspetto che Agostino approfondisce in relazione alla concupiscenza della carne che, insieme all’ambizione del mondo, cioè al bisogno che lui dice di avere di essere lodato, sono a mio parere descritti come luoghi incandescenti della sua sensibilità. Lì, lui è particolarmente sensibile. Dunque Agostino implicitamente ci sta dicendo: noi scopriamo il rischio, la molestia della concupiscenza, nei luoghi dove siamo più sensibili, e magari dove siamo anche un po’ feriti.
Agostino scopre la concupiscenza che abita la sua carne nel suo bisogno di sentire piacere. Piacere legato alla carne, che per lui ha significato, nella vita passata, una ricerca di continue relazioni amorose. Nel suo presente, c’è qualcosa di questa ricerca che non lo abbandona del tutto.
30,41 Comandasti l’astensione dal concubinato, ma anche a proposito del matrimonio indicasti una condizione migliore di quella lecita; e poiché me ne desti la grazia, fu la mia condizione ancora prima che diventassi dispensatore del tuo sacramento. Sopravvivono però nella mia memoria, di cui ho parlato a lungo, le immagini di questi diletti, che vi ha impresso la consuetudine. Vi scorrazzano fievoli mentre sono desto; però durante il sonno non solo suscitano piaceri, ma addirittura consenso e qualcosa di molto simile all’atto stesso.
Testo 17 libro X – conf. agostino
Man mano che procede con la sua analisi Agostino associa alla sfera del piacere sensuale della carne, l’analisi del senso del gusto, che lavora in noi legato al bisogno che abbiamo del cibo, per sfamarci e sopravvivere.
È un accostamento interessantissimo.
Perché Agostino ci sta dicendo: il cibo, come ogni relazione, è questione di vita o di morte, non solo per sfamarci sul piano materiale, del mero pezzo di cibo da mangiare. Ma è questione di vita o di morte perché è questione di piacere.
31.43.44. 46.47 Tu mi hai insegnato ad accostarmi agli alimenti per prenderli come medicamenti. Senonché, nel passare dalla molestia del bisogno all’appagamento della sazietà, proprio al passaggio mi attende, insidioso, il laccio della concupiscenza. Il passaggio stesso è un piacere e non ve n’è altro per passare ove ci costringe a passare il bisogno. Sebbene io mangi e beva per la mia salute, vi si aggiunge come ombra una soddisfazione pericolosa, che il più delle volte cerca di precedere, in modo da farmi compiere per essa ciò che dico e voglio fare per salute. La misura non è la stessa nei due casi: quanto basta per la salute è poco per il piacere, e spesso non si distingue se è la cura indispensabile del corpo, o la soddisfazione ingannevole della gola. Così sotto il velo della salute si occultano i traffici del piacere. Io non temo l’impurità delle vivande, temo l’impurità del desiderio. Assediato da queste tentazioni, lotto ogni giorno contro la concupiscenza del cibo e della bevanda. Qui non è possibile che decida di troncare tutto una volta per sempre e non tornarvi più in avvenire, come potei fare per i piaceri venerei. Devo invece tenere sulla mia gola un morso, allentandolo o stringendolo con misura. Dammi forza, affinché io possa.
Testo 18 libro X – conf. agostino
Siamo nel luogo del bisogno di cibo, ineludibile. Agostino non può decidere di non mangiare per non provare la concupiscenza. Come fare? È obbligato a passarci.
Questi luoghi della nostra sensibilità e dei nostri bisogni sono i luoghi cruciali della nostra vita, perché non sono luoghi sbagliati o disordinati, ma sono luoghi costituitivi di come e chi siamo. E proprio lì possiamo giocarci qualcosa di fondamentale in relazione a noi stessi e a Dio.
Agostino nel bisogno sente intrecciarsi il piacere, che definisce concupiscenza, da concupisco, desiderare ardentemente.
Qui Agostino ci sta dicendo che lui pensava che fosse il bisogno la cosa peggiore, perché è obbligato a soddisfarlo, è obbligato a mangiare, altrimenti muore. Invece scopre che c’è un luogo ulteriore e più pericoloso, da attraversare, legato al sentire, che si affaccia quando abbiamo soddisfatto il bisogno. È questo desiderio ardente, che emerge nel piacere della soddisfazione, e che percepiamo irresistibile. Travolgente. Qualcosa che in fondo ci fa un po’ paura, perché è più forte di noi.
Un’ascesi sarebbe quella di tentare di evitarlo. Come dire: tentiamo di togliere il bisogno. Ok. Ma così ci perdiamo il di più della vita, che è legato alla possibilità di sentire piacere. Questo è disumano. Allora tentiamo di addentrarci, ma già sappiamo che sprofonderemo nei lacci della voluptas, cioè del piacere, che risveglia in noi il desiderare ardentemente e senza freni. Come fare?
Tuttavia, precisamente questa via del piacere sembra quella più promettente in termini di vita anche per Agostino.
1 – Perché sentire la sproporzione tra ciò che può e non può, nel luogo di una sua non libertà, lo lega più profondamente a se stesso e a Dio.
2 – Perché la molestia della concupiscenza accesa nel piacere, ti fa accedere a una profondità ulteriore della vita, quella della possibilità della tua libertà, imparando ad educare il tuo sentire e il tuo piacere, il tuo godimento. Come? Attraverso la continentia, cioè imparando a tenere insieme, a congiungere la molteplicità delle percezioni, affinché non si disperdano nella molteplicità, ma la molteplicità sia unificata. E Così la tua vita diventi viva, piena, autentica.
4. Dalla lacerazione alla molestia: un cammino di liberazione verso l’attuazione della vita del sé/di una vita piena
Raccogliamo il luogo incandescente in cui ci eravamo immersi l’anno scorso: dicevamo il cap VII e VIII delle Confessioni, questo apice esistenziale e narrativo, in cui Agostino è progressivamente portato: dentro la lacerazione e la spaccatura della sua volontà, della sua persona.
E dicevamo che questo non è un luogo in cui di per sé si voglia andare, in cui ci si arriva da soli. È necessario – paradosso – essere attratti lì. Essere lì, è già il sigillo della presenza di Dio e dell’agire di Dio, così forte nel suo affetto da avere la forza di aprire in noi proprio quella lacerazione.
Ma com’è che Dio ci vuole portare lì? Gode nel farci star male?
Nella lettura di questa esperienza l’anno scorso dicevamo che Agostino non è che risolve la lacerazione, e tanto meno Dio, ma l’essere arrivato in quel luogo di tensione, al limite estremo delle possibilità di sopportazione di se stesso in quella divisione, Agostino è in qualche modo “costretto” a risolversi. Agostino non risolve, ma si risolve in quella lacerazione, cioè decide, sceglie a quale voce dar credito. Noi diciamo: si converte. Già, cambia vita. L’incontro con Dio nell’interiorità obbliga Agostino ad una risoluzione totale di se stesso, e per questo tutta la sua vita storica, concreta, cambia forma.
La lacerazione e la tensione di quel momento cruciale della vita di Agostino si sono risolte, nella sua decisione. Tuttavia nel libro X Agostino sembra dirci che qualcosa di quella lacerazione resta, dentro la sua vita risolta, come luogo del sentire, come luogo dell’affettività.
Nei cap VII e VIII Agostino narra la prima volta in cui fa esperienza, nella sua vita, di una lacerazione e di una divisione tali, presenti in lui. Per la prima volta le vive, le percepisce, le sente. E mentre le sente, tenta di posizionarsi. Tuttavia, la sorpresa più grande è accorgersi che quell’esperienza diviene il metodo della sua vita con Dio. Una vita che impara ad amare di lacerazione in lacerazione, cioè di divisione in divisione, di liberazione in liberazione, nel suo sentire.
La lacerazione che Agostino ha vissuto in quell’esperienza unica della sua vita, nell’esperienza della sua conversione, si trasforma e diviene, nel sentire e nel percepire quotidiano del suo stare in relazione a sé, al mondo, a Dio, il sentire e il percepire una molestia, che sembra proprio essere il sigillo del suo stare o meno in relazione con Dio. Un Dio che lo chiama a divenire sempre più se stesso, che gli insegna a percepire sempre meglio come la sua vita possa diventare vita piena, vita beata.
E, sembra, senza poter fare a meno della molestia!
La molestia, questo fastidio che compare nei luoghi del nostro sentire piacere, nei luoghi relazionali che hanno a che fare con l’amore, è una forza impattante, che tende a degradare la nostra vita. Facendo deragliare il piacere in una forma di concupiscenza, per stare all’esempio narratoci da Agostino. Ma la molestia è qualcosa di ineludibile. Fa parte di come è fatta la vita. La vita con Dio è fatta così, passa di qui.
La molestia, dice Heidegger, è costitutiva dell’attuazione stessa della vita, cioè della possibilità della vita di divenire piena e viva. E più la vita si attua, cioè diviene autentica, più la molestia infastidisce la nostra libertà perché si posizioni autenticamente, e ci faccia amare autenticamente…. Vi ricordate all’inizio? Ci faccia amare gratis… colunt gratis… quelli che attuano la vita così, cioè quelli che amano e si prendono cura gratis, sono quelli che amano e godono dell’amore che amano.
E questo godere è questione di potere o non potere, ma cosa?
Poter Attuare davvero e pienamente se stessi, poter conquistare la propria vita, imparando a prendersene cura.
Pensate, Dio è uno che sta in relazione con noi perché impariamo a prenderci cura della nostra vita, Heidegger dice, della vita nel suo essere più proprio, perché diventi viva e piena, nelle relazioni che sono affidate alla sua sensibilità, quella con se stessi, con gli altri, con il mondo. Questo ci è affidato. Non meno di questo. Alla ricerca di un Dio che, a quanto sembra, è più spostato sul versante della molestia che, se vissuta come trampolino di lancio, ci accompagna a scoprire la dolcezza sconosciuta della verità di un Dio che comprende anche il suo contrario, cioè la molestia.
Sentiamo ancora Agostino alla fine del libro X che abbiamo percorso:
40.65. O Verità, dove non mi accompagnasti nel cammino, insegnandomi le cose da evitare e quelle da cercare, mentre ti esponevo per quanto potevo le mie modeste vedute e ti chiedevo consiglio? Percorsi con i sensi fin dove potei il mondo fuori di me, esaminai la vita mia, del mio corpo, e gli stessi miei sensi. Di lì entrai nei recessi della mia memoria, vastità molteplici colme di infinite ricchezze; e trovai che nessuna di queste cose eri tu. Ma nemmeno la mia persona, impegnata in questo lavorio, o meglio, la stessa mia forza con cui lavoravo, non erano te. Tu sei la luce permanente, che consultavo sull’esistenza, la natura, il valore di tutte le cose. Ma fra tutte le cose che passo in rassegna consultando te, non trovo un luogo sicuro per la mia anima, se non in te. Soltanto lì si raccolgono tutte le mie dissipazioni, e nulla di mio si stacca da te. Talvolta m’introduci in un sentimento interiore del tutto sconosciuto, nel quale raggiungo un’indefinibile dolcezza che, se toccasse il culmine, non so cosa sarebbe. Invece ricado sotto i pesi tormentosi della terra. Le solite occupazioni mi riassorbono, mi trattengono, e molto piango, ma molto mi trattengono, tanto è considerevole il fardello dell’abitudine. Qui so stare e non voglio, lì voglio ma non so, lì e qui comunque infelice!
testo 19 libro X – conf. agostino
Vedete che lo schema è sempre quello, come dicevamo, di una divisione nel sentire, che Agostino continua a sentire?
Prima la sentiva perché doveva scegliere tra una vita senza Dio e una vita con Dio, per semplificare e capirci.
Ora ha scelto Dio, e tuttavia questa divisione nel suo sentire resta: tra il suo sentire interiore di Dio, e il suo sentire esteriore, che lui chiama le occupazioni e le abitudini che abitano la sua persona. Questa divisione, ci dice, lo rende infelice, come se non avesse mai del tutto pace.
Tutto questo lo porta ad esprimere un bisogno: il bisogno di una riconciliazione profonda del suo sentire.
Vi ripeto: siamo dentro la relazione di Agostino con Dio.
42. 67. Chi potevo trovare per riconciliarmi con te? Molti, nel tentativo di ritornare a te, non riuscendovi da soli, mi si dice, caddero nella bramosia delle apparizioni stravaganti, diventando a ragione dei visionari. Cercavano il mediatore che li purificasse, ma non era lui: era il diavolo, che si trasfigura in angelo di luce. Una forte attrattiva per la loro carne orgogliosa fu la circostanza che non possedeva un corpo di carne.
testo 20 libro X – conf. agostino
Agostino invoca un mediatore, uno che stia nel mezzo cioè, in grado di aver a che fare con la divisione del suo sentire, perché insegni anche a lui a stare lì nel mezzo. Perché là e solo là, nel mezzo del sentire della carne, la divisione può essere riconciliata. Addirittura associa al diavolo, cioè al divisore per eccellenza, la ricerca di un mediatore senza corpo di carne! È straordinario Agostino.
Con questa domanda ci avviamo alla conclusione: noi siamo consapevoli della divisione che abita il nostro sentire, e che la molestia ci segnala? Questa divisione può divenire spazio di invocazione di una riconciliazione con noi stessi, e con il sentire Dio.
E in cosa consisterebbe questa riconciliazione, attraverso cui il nostro sentire sarebbe trasformato? Agostino sembra dirci: sentire, vivere, non solo per se stessi, ma sentire per l’altro, cioè sentire grazie a/attraverso/ aperto all’altro.
Ecco il finale del libro X:
48,70. Atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine. Tu me lo impedisti, rinsaldandomi con queste parole: Cristo morì per tutti affinché i viventi non vivano più per se stessi, ma per Chi morì per loro.
testo 21 libro X – conf. Agostino
Così il sentire, la pelle del cuore, può vivere la divisione come un’apertura per la cura.
Agostino infatti non si sottrasse mai all’impegno e al servizio concreto della Chiesa a lui affidata, lui che da quell’impegno si sentiva come portar via dalla dolcezza interiore del sentimento di Dio.
Era in quell’impegno, di cui prendersi cura, che doveva incarnarsi la stessa dolcezza, perché le dimensioni della sua vita non restassero divise.
Possiamo chiederci: cosa ci chiede cura, magari come molestia? Lì, forse, c’è qualcosa di noi e di Dio che abbiamo bisogno di scoprire, in cui Dio ci chiede di lasciargli spazio nel nostro sentire, e prendercene cura, per diventare più vivi, perché vivi gratuitamente, attraverso gli altri, attraverso l’Altro. E da questo cuore pulsante di vita, scrivere e riscrivere il cuore della storia dei nostri giorni.
Bibliografia
Sant’Agostino. Confessioni. Volume IV. Libro X-XI. A cura di M. Cristiani, M. Simonetti, A. Solignac. Traduzione di G. Chiarini. Fondazione Lorenza Valla, III edizione giugno 1996
M. Heidegger. Fenomenologia della vita religiosa. Biblioteca Filosofica 23. Adelphi Ed. Milano, 2003
Testi tratti dalla relazione di Don Rinaldo Ottone in occasione del Seminario del percorso FARE PACE
La giustizia nella cultura occidentale è spesso raffigurata con l’immagine della bilancia: c’è giustizia quando i due piatti della bilancia sono in equilibrio. In questo modo si realizza la pace.
Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre.
Is 32,17
Cos’è la Pace? Cos’è la giustizia?
Vogliamo approcciare il tema della giustizia da una prospettiva insolita, ma vitale: dal punto di vista degli affetti, della “giustizia degli affetti”.
Quando parliamo di affetti pensiamo a qualcosa di sdolcinato… ma se al posto di affetti, dicessimo passioni? Gli affetti, le passioni, sanno pensare?
Della serie: Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce. Ma non solo…
La sfida è pacificare pensare e sentire, i due piatti della bilancia, perché la giustizia sia frutto di una ragione affezionata. La giustizia sia frutto di affetti, di passioni che imparano a pensare.
Tutti noi qui ci dichiariamo per la pace, ma quando il gioco si fa duro, qual è la logica che prevale? Quale logica pesa di più?
Queste domande hanno radici tanto antiche, da affondare nell’Antica Grecia.
Tucidide, storico e militare ateniese, ha raccontato in 8 libri quella che era considerata da tutta la civiltà greca “La Guerra”, cioè la Guerra del Peloponneso, combattuta nel V sec per trent’anni, tra le potenze militari del tempo, Sparta e Atene. Grazie a questo racconto storico, comprendiamo che la logica del nostro odierno “pensare occidentale” in tema di guerra, giustizia e pace, trae da lì la sua origine.
Nell’orizzonte ampio di questa guerra, la prima che coinvolse l’intero bacino del Mediterraneo, ci furono due episodi, che lo storico Tucidide riporta, che ci aiutano ad illuminare proprio il tema della giustizia: cosa pesa sulla bilancia, per fare la guerra o la pace?
Sparta (blu nella cartina): aveva 2 re che si controllavano a vicenda e una oligarchia di 28 saggi. Loro combattevano: questo era il loro unico lavoro. Selezionavano i migliori, e combattevano. Tutto il resto, lo facevano gli schiavi. Il territorio spartano era compatto, nella penisola del Peloponneso.
Atene (rosso nella cartina): patria della democrazia, in cui si votava per alzata di mano. Ma: votavano solo i maschi e i cittadini di Atene. No gli schiavi. Esportavano la democrazia con la forza.
Atene si sviluppa sempre più come una potenza marittima: da una costa all’altra del mare Egeo, tutte le città fanno parte dell’impero di Atene.
Solo la piccola isola di Melo vuol restare neutra, così com’è sempre stata fin dalle sue origini di coloni spartani. L’isola è amica di tutti e nemica di nessuno: si rifiuta di aderire alla lega delio-attica, che sta espandendo il suo dominio, e di pagare le tasse per il mantenimento dell’esercito ateniese nella guerra contro Sparta.
Questa neutralità rappresenta un insulto all’egemonia degli Ateniesi che dopo una spedizione “diplomatica” per imporre la resa ai Meli con la forza della persuasione delle parole, invadono l’isola con la forza delle armi, trucidando tutti gli uomini e deportando donne e bambini.
Dal dialogo dei Meli e degli Ateniesi, libro V di Tucidide
Meli: “E che noi restando in pace fossimo amici invece che nemici, ma alleati di nessuna delle due parti, non l’accettereste?“
Ateniesi: “No, perché la vostra ostilità non ci danneggia tanto quanto la vostra amicizia, manifesto esempio per i sudditi della nostra debolezza, mentre l’odio lo è della nostra potenza.“
Meli: “…voi, distogliendoci dal fare appello alla giustizia, ci volete indurre a servire alla vostra utilità, bisogna pure che noi, qui, a nostra volta, cerchiamo di persuadervi, dimostrando qual è il nostro interesse e se per caso non venga esso a coincidere anche con il vostro.(…) Ordunque, se voi affrontate così gravi rischi per non perdere il vostro predominio e quelli che ormai sono vostri schiavi tanti ne affrontano per liberarsi di voi, non sarebbe una grande viltà e vergogna per noi, che siamo ancora liberi, se non tentassimo ogni via per evitare la schiavitù?”.
Ateniesi: “No; almeno se voi deliberate con prudenza: poiché questa non è una gara di valore tra voi e noi, a condizione di parità, per evitare il disonore; ma si tratta, piuttosto, della vostra salvezza, perché non abbiate ad affrontare avversari che sono di voi molto più potenti”.
Meli:“Per noi cedere subito significa dire addio a ogni speranza: se, invece, ci affidiamo all’azione, possiamo ancora sperare che la nostra resistenza abbia successo”.
Ateniesi:“La speranza, che tanto conforta nel pericolo, a chi le affida solo il superfluo porterà magari danno, ma non completa rovina. Ma quelli che a un tratto di dado affidano tutto ciò che hanno (poiché la speranza è, per natura, prodiga) ne riconoscono la vanità solo quando il disastro è avvenuto.Perciò, voi che non siete forti e avete una sola carta da giocare, non vogliate cadere in questo errore. Non fate anche voi come i più che, mentre potrebbero ancora salvarsi con mezzi umani, abbandonati sotto il peso del male i motivi naturali e concreti di sperare, fondano la loro fiducia su ragioni oscure: predizioni, vaticini, e altre cose del genere, che incoraggiano a sperare, ma poi traggono alla rovina”.
Meli:“Abbiamo ferma fiducia che, per quanto riguarda la fortuna che procede dagli dèi, non dovremmo avere la peggio, perché, fedeli alla legge divina, insorgiamo in armi contro l’ingiusto sopruso.”
Ateniesi: “Se è per la benevolenza degli dèi, neppure noi abbiamo paura di essere da essi trascurati; poiché nulla noi pretendiamo, nulla facciamo che non s’accordi con quello che gli dèi pensano degli uomini e che gli uomini stessi pretendono per sé. Gli dèi, infatti, secondo il concetto che ne abbiamo, e gli uomini, come chiaramente si vede, tendono sempre, per necessità di natura, a dominare ovunque prevalgano per forze. Questa legge non l’abbiamo istituita noi , non siamo nemmeno stati i primi ad applicarla; così, come l’abbiamo ricevuta e come la lasceremo ai tempi futuri e per sempre, ce ne serviamo, convinti che anche voi, come gli altri, se aveste la nostra potenza, fareste altrettanto. Da parte degli dèi, dunque, com’è naturale, non temiamo di essere in posizione di inferiorità rispetto a voi.”
Ateniesi:“Mentre dicevate di voler deliberare per la vostra salvezza, nulla in così lungo colloquio avete ancora detto, che possa giustificare in un popolo la fiducia e la certezza che esso verrà salvato dalla rovina: la vostra massima sicurezza è affidata a speranze che si volgono al futuro; le forze di cui al momento disponete non sono sufficienti a garantirvi la vittoria su quelle che, già ora, vi sono contrapposte. Darete, quindi, prova di grande stoltezza di mente, se anche dopo che ci avrete congedati, non prenderete qualche altra decisione che sia più saggia di queste. Poiché non dovrete lasciarvi fuorviare dal punto d’onore che tanto spesso porta gli uomini alla rovina tra pericoli inevitabili e senza gloria. (…) Da questo errore voi vi guarderete, se intendete prendere una buona decisione; e converrete che non ha nulla di infamante il riconoscere la superiorità della città più potente di Grecia, che ha propositi di moderazione; diventarne alleati e tributari, conservando la sovranità nel vostro paese. Dato che vi si offre la scelta tra la guerra e la vostra sicurezza, non ostinatevi nel partito peggiore: il massimo successo arriderà sempre a quelli che si impongono a chi ha forze uguali, mentre con i più forti si comportano onorevolmente e quelli più deboli trattano con moderazione e giustizia. Riflettete, dunque, anche quando noi ci ritireremo; ripetetevi spesso che è per la patria vostra che deliberate; che la patria è una sola, e la sua sorte da una sola deliberazione sarà decisa, di salvezza o di rovina.”
Meli:“Noi, o Ateniesi, non la pensiamo diversamente da prima; né mai ci indurremo a privare della sua libertà, in pochi momenti, una città che ha già 700 anni di vita, ma, fidando nella buona sorte che fino ad oggi, con l’aiuto degli dei, l’ ha salvata e nell’appoggio degli uomini, specie di Sparta, faremo di tutto per conservarla. Vi proponiamo la nostra amicizia e neutralità, a patto che vi ritiriate dal nostro paese, dopo aver concluso degli accordi che diano garanzia di tutelare gli interessi di entrambe le parti”.
Ateniesi:“A quanto pare, dunque, da queste decisioni, voi siete i soli a considerare i beni futuri come più evidenti di quelli che avete davanti agli occhi; mentre con il desiderio voi vedete già tradotto in realtà ciò che ancora è incerto e oscuro. Orbene, poiché vi siete affidati agli Spartani, alla fortuna e alla speranza, e in essi avete riposto la fiducia più completa, altrettanto completa sarà pure la vostra rovina”.
Questo racconto rimase nel cuore degli Ateniesi per la crudezza che l’esercito ateniese mostrò contro i Meli. Tucidide per questo vi ha dedicato così tanto spazio: gli Ateniesi persero la guerra del Peloponneso, sconfitti da Sparta (404 a.C) alleatasi con i Persiani; di fronte alla sconfitta tutti si ricordavano di quello che era stato compiuto contro i Meli un decennio prima (416 a.C)
Ciò che ha prevalso e ha pesato sulla bilancia della giustizia è il principio della forza, prima come poi.
Ci fu un antecedente, narrato nel III libro della Guerra del Peloponneso da Tucidide.
Siamo nel 428 a.C., quarto anno di guerra: La città di Mitilene dell’Isola di Lesbo non vuole più pagare i tributi, aumentati, all’esercito della lega delio-attica. Instaura un regime oligarchico e si ribella.
L’esercito ateniese sopprime la rivolta: conquisterà Mitilene prelevando gli oligarchi dall’isola e portandoli ad Atene. Atene deve decidere: che fare con questi oligarchi? Si convoca la polis per il giudizio: per alzata di mano si decide di uccidere tutti i maschi, e deportare donne e bambini (Ciò che si deciderà anche dopo con i Meli).
Da Atene parte subito una nave perché ci sia esecuzione immediata del verdetto a Mitilene.
Cosa accadde?
Il giorno dopo alcuni dicono che hanno esagerato. Tucidide annota che la gente per strada lo diceva apertamente. Convocano di nuovo la polis, e ricominciano a discutere. Il dibattito si prolunga, discutono, votano, e vincono i moderati. Decidono di uccidere solo gli oligarchi.
Che fare? Mandiamo subito una nave per bloccare il verdetto di uccisione che stava arrivando all’isola.
E’ follia! Come raggiungere la nave partita con un giorno di anticipo?
Tucidide annota che la gente si recava spontaneamente al porto incoraggiando di remare più forte che si potesse, chi dava soldi…
Due navi si rincorrono nel mare, con due verdetti…
Tucidide annota che quella notte i rematori non dormirono. Invece di solito ad un certo unto ci si riposa: quella notte remarono e basta. Le navi erano navi triremi, con rematori a tre livelli. C’erano moltissimi rematori… quanta gente e quanti viveri bisognava avere!
La prima nave era già arrivata, scesero e comunicarono il verdetto. Mentre si preparavano ad uccidere tutti i maschi, vedono all’orizzonte una nave in arrivo. Tutti si fermano ad attendere il suo arrivo…
Perché?
Aspettano la nave: quella nave vorrà dire salvezza per molti. 1000 oligarchi saranno uccisi, 10000 non lo saranno – gli altri maschi. 20000 non sono deportati – donne e bambini.
Conclusioni
La prima nave rappresenta le ragioni della guerra giusta, quella della forza, più impulsiva, la prima cosa che ti vien su. Più razionale, perché garantita con la forza.
La seconda nave rappresenta le ragioni della giustizia degli affetti, più lenta, meno impulsiva. E’ immagine della fragilità della democrazia…
Gli affetti lavorano sempre il giorno dopo, più lenti, più emotivi. Sono più deboli? Più femminili? Meno razionali?
La giustizia dipende dalla forza lucida della ragione, o dalle ragioni deboli e instabili degli affetti, o da tutte e due?
E dato che entrambe le parti, sia credenti che non credenti, tendono ad accaparrarsi i favori della divinità, chiediamoci: ma il Dio vivo e vero, se esiste, da che parte sta?
Testi tratti dalla relazione di Alberto Conci in occasione del Seminario del percorso FARE PACE
In tanti modi e da diverse prospettive si può approfondire ed analizzare il tema della guerra.
Noi scegliamo di affrontarlo dal punto di vista dei bambini.
Lei è Elya, una bambina ucraina di 6 anni morta di paura per i bombardamenti il 12 gennaio 2023. I suoi occhi ci accompagneranno.
La domanda è: C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? È ormai risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta, eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.
Albert Einstein, 1932, lettera a Sigmund Freud
La Chiave
Nel 2023 riconosciamo che non è cambiata la sostanza del problema. Una cosa è cambiata però: la capacità distruttiva, che oggi è senza precedenti. Un tema di riflessione si impone, dentro l’orizzonte della guerra: quello della violenza.
In uno studio recente sulla Germania Nazista, un dato interessante -anche se marginale – era sul posto che ha la distruzione.
Perché abbiamo bisogno di distruggere? Che senso ha?
Era uno studio marginale sulla distruzione del ghetto di Varsavia e la successiva distruzione della città di Varsavia, che viene rasa al suolo per chilometri e chilometri.
Come se fossimo a Milano in piazza Duomo, e salissimo sul cumulo di macerie alto 5 metri, e ci rendessimo conto, a perdita d’occhio, che la cosa più alta che vediamo sono cumuli di macerie alti 5 metri. Fu un’azione senza senso: non solo si distrusse, ma si consumarono litri di benzina per incendiare ciò che si era distrutto.
Perchè?
Già Nel 1970, cinque anni prima di morire, Hannah Arendt pubblicava un piccolo saggio, Sulla violenza.
HANNAH ARENDT
Ella coglieva un elemento di novità, cioè la accresciuta capacità distruttiva sul piano tecnologico.
Lo sviluppo tecnico degli strumenti della violenza ha ora raggiunto un punto in cui nessun obiettivo politico potrebbe ragionevolmente corrispondere al loro potenziale distruttivo o giustificarne l’impiego effettivo in un conflitto armato. Perciò la guerra – da tempo immemorabile spietato arbitro finale delle dispute internazionali – ha perso gran parte del suo fascino. L’apocalittica partita a scacchi fra le superpotenze, cioè fra coloro che si muovono sul piano più elevato della nostra civiltà, si gioca secondo la regola per cui se uno dei due ‘vince’ è la fine per entrambi; è un gioco che non assomiglia a nessuno dei giochi di guerra che lo hanno preceduto. Il suo scopo ‘razionale’ è la deterrenza, non la vittoria, e la corsa agli armamenti, che non è più una preparazione alla guerra, può essere giustificata soltanto in base alla tesi che un potenziale di deterrente sempre maggiore è la garanzia di pace. Alla domanda se e come saremo mai in grado di districarci dall’ovvia insania di questa posizione, non c’è risposta
HANNA ARENDT – SULLA VIOLENZA
Risuona la domanda di Romano Guardini, che nel 1951 di fronte al potere tecnologico e alla sua distruttività si interrogava non tanto sul governo di questo potere, ma per lui la grande domanda era:
“Come restare uomini governando questo potere”?
ROMANO GUARDINI
Cosa succede dopo questa analisi?
1989
Nel novembre dell’89 cade il muro di Berlino e viene approvata nelle Nazioni Unite la Dichiarazione sulla convenzione dei diritti dell’Infanzia e dell’adolescenza (il documento più ratificato di tutto il pianeta).
Tuttavia…
Quello che è accaduto dopo il 1989 possiamo definirlo così: la pervasività planetaria della violenza armata. Il periodo precedente all’89 è stato un periodo nel quale la violenza armata, che eppure era presente in tutto il mondo, era localizzata, per la pressione che esercitavano i due grandi blocchi della Guerra Fredda. La violenza localizzata era accesissima, ma non c’era una pervasività globale con la percezione che tutto potesse esplodere da un momento all’altro.
Il filosofo tedesco Hans Magnus Enzensberger scriverà nel 1993 nel suo libro Prospettive sulla guerra civile.
Quel che colpisce in tutti i casi è, da un lato, il carattere autistico degli aggressori e dall’altro la loro incapacità di distinguere fra distruzione e autodistruzione. Nelle guerre civili odierne è svanita ogni legittimazione. La violenza si è liberata completamente da motivazioni ideologiche.
HANS MAGNUS ENZENSBERGER
Sotto la forte impressione della guerra nella ex Jugoslavia di fronte alla quale l’Europa appariva impotente, egli sosteneva che il passaggio fondamentale che si stava vivendo era quello di una progressiva estensione della violenza che avrebbe avvelenato anche l’Europa e l’Occidente. Secondo lui le guerre che esplodono dopo la caduta del muro tendono ad essere nichiliste: guerre che escono dal conflitto ideologico e che non danno risposta, in cui le macerie che restano sono il risultato tragico della distruzione dell’altro, ma anche della propria autodistruzione.
Samuel Huntington (S. P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, Garzanti, Milano 2000) politologo statunitense, nel 1996 conierà l’espressione “scontro di civiltà“, ad indicare una prospettiva dalla quale egli non vede vie d’uscita a breve scadenza, ma piuttosto un progressivo inesorabile scivolamento verso uno scontro globale sempre più accentuato.
Oggi questa lettura dello “scontro di civiltà” non potrebbe essere letta a rovescio, cioè che stiamo in fondo costruendo una civiltà dello scontro?
E la chiesa?
Possiamo riconoscere nella riflessione della chiesa un pacifismo di fondo, che dovrebbe imporre a chi si dice cristiano di mettere in atto “l’essere costruttore di pace?
Le tappe: dalla guerra alla pace…
Nel 1917 Papa benedetto XV fece un appello per la fine della guerra, dichiarandola inutile strage, e fece questo appello nel momento in cui la strage era in atto.
Pio XI, con le sue due encicliche a denuncia dei totalitarismi: Con ardente preoccupazione – Mit brennender Sorge – 14 marzo 1937 – Fu scritta in tedesco, perché fosse compresa dai tedeschi, come denuncia dell’idolatria nazista. Il papa scrive pescando testi cristologici di una piccola chiesa luterana che decide di resistere, e che sarà distrutta, mandandoli in prima linea. Questa piccola chiesa vedeva tra i suoi fedeli personaggi quali Barth e Bonhoeffer. Divini redemptoris – 19 marzo 1937 – scritta denunciando il comunismo russo.
Pacem in terris – Paolo VI nel 1963, dopo la crisi di Cuba. Enciclica che non si rivolge più solo ai cristiani, ma a tutti gli uomini
1968 – Paolo VI – Inaugurazione delle Giornate della Pace – 1 gennaio
Dalla terza guerra mondiale combattuta a pezzi alla terza guerra mondiale: il grido di Papa Francesco.
Nell’ottobre del 2014 al sinodo dei movimenti popolari Papa Francesco afferma:
Stiamo vivendo la terza guerra mondiale, ma a pezzi. Ci sono sistemi economici che per sopravvivere devono fare la guerra. Allora si fabbricano e si vendono armi e così i bilanci delle economie che sacrificano l’uomo ai piedi dell’idolo del denaro ovviamente vengono sanati. E non si pensa ai bambini affamati nei campi profughi, non si pensa ai dislocamenti forzati, non si pensa alle case distrutte, non si pensa neppure a tante vite spezzate. Quanta sofferenza, quanta distruzione, quanto dolore!
PAPA FRANCESCO
Meno di un mese dopo, alla domanda del giornalista giapponese Hiroshi Ishida, nel viaggio di ritorno dalla Turchia, il 20 novembre 2014, Papa Francesco aggiungeva:
L’energia atomica. È vero: l’esempio di Hiroshima e di Nagasaki… L’umanità non ha imparato, non ha imparato. È incapace di apprendere l’elementare, in questo argomento. Dio ci ha dato il creato perché noi di questa ‘in-cultura’ primordiale facessimo ‘cultura’. La possiamo portare avanti. E l’uomo l’ha fatto, ed è arrivato anche all’energia nucleare, che può servire per tante cose, ma la utilizza anche per distruggere il creato, l’umanità. E questa diventa una seconda forma di ‘in-cultura’: quell’in-cultura primordiale che l’uomo doveva trasformare in cultura diventa un’altra in-cultura, la seconda. E questa è un’in-cultura – non voglio dire la fine del mondo – ma è un’in-cultura terminale. Poi si dovrà ricominciare da capo, ed è terribile come le vostre due città hanno dovuto ricominciare daccapo
PAPA FRANCESCO – Conferenza stampa dopo il viaggio in Turchia, 20 novembre 2014
Nel discorso al corpo diplomatico del 9 gennaio 2023 la panoramica è a raggio totale sulle guerre in corso:
Oggi è in corso la terza guerra mondiale di un mondo globalizzato…
PAPA FRANCESCO
La consapevolezza nella chiesa è cambiata: non siamo di fronte a uno dei tanti passaggi, ma c’è stato un passaggio qualitativo.
Le parole di Bonhoeffer
Il giusto soffre per causa del mondo. L’ingiusto no. Il giusto soffre per certe cose, che per altri sono ovvie e necessarie. Il giusto soffre per l’ingiustizia, per l’assurdità e la stortura di quanto accade nel mondo. Soffre per la distruzione dell’ordine divino del matrimonio e della famiglia. Ne soffre non solo perché questo significa per lui una privazione, ma perché gli riconosce qualcosa che non è divino. Il mondo dice: le cose vanno così, così sarà e deve essere sempre. Il giusto dice: non dovrebbe essere così, è contro dio. In questo si riconoscerà il giusto: per il suo soffrire per il mondo.
Monache Agostiniane di Pennabilli – Dal 2 al 4 settembre 2022
Sorella pace è il nostro sogno e il nostro impegno di donne e uomini che credono nella fraternità e giorno dopo giorno, pur nella fatica, cercano di realizzarla, nella convinzione che sia la nostra identità più profonda.
In questi tempi, inquietati da venti di guerra, crediamo che la pace abbia bisogno di nuovi sostenitori, persone che con i mezzi a loro disposizione, si danno da fare per costruire relazioni, famiglie, comunità, istituzioni che vivano in pace e siano disposti a fare la loro parte per promuoverla. Da qui nasce la Summer School Sorella Pace che si svolgerà nel Monastero Agostiniano di Pennabilli dal 2 al 4 settembre 2022.
Il programma della Summer School
Venerdì 2 settembre: In ascolto della realtà
Leggere i cambiamenti in atto
MATTINO: I GIOVANI E LA PACE
9:30 – Accoglienza.
10:00 – Pace e guerra: cosa pensano i giovani? Dibattito condotto da Paola Bignardi, Pedagogista.
POMERIGGIO: TUTTO è CAMBIATO
15:00 – Leggere i cambiamenti politici, economici e sociali. In dialogo con Don Matteo Prodi, Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna.
SERA: UN FILM PER LA PACE
21:00 – Cineforum
Sabato 3 settembre: In ascolto della Parola
Percorsi biblico-simbolici a partire dall’enciclica Fratelli tutti
MATTINO: IL SOGNO E LA TUNICA
9:00 – Percorso guidato da Don Davide Arcangeli e Don Marco Casadei. ISSR A. Marvelli – Diocesi di Rimini e San Marino Montefeltro.
POMERIGGIO: LA CASA SULLA SOGLIA
15:00 – Dalla Rupe al Roccione. Con Don Davide Arcangeli e Don Marco Casadei.
SERA: ALLA FONTE
21:00 – Serata di contemplazione e preghiera – Piazza V. Emanuele II.
Domenica 4 settembre: Parole di Pace
Il vocabolario della fraternità
MATTINO: PAROLE DI PACE
9:00 – Scriviamo insieme le nostre parole di pace. Realizzazione di un prodotto culturale collettivo. Attività guidata da Paola Bignardi.
12:00 – Celebrazione Eucaristica presieduta da S.E. Mons. Andrea Turazzi.
Il nostro Grazie a tutti coloro che hanno partecipato
Sappiamo fin troppo bene quanto sia facile abituarsi ai mali del nostro tempo. Siamo sollecitati continuamente da immagini e notizie, ma questo “conoscere” e questo vedere non bastano a educare la nostra sensibilità. Corriamo costantemente il rischio dell’indifferenza. Oggi scegliamo di cantare la pace, per dire che c’è la possibilità di non voltarci altrove.
Cantare: movimento gratuito e umano che la guerra non vuole udire, perché in esso si risveglia la nostra più profonda apertura alla vita e con essa la speranza.
Cantare… la pace: per rispondere alle guerre non con lo sfogo della violenza e della rabbia, ma con ciò che abbiamo di più umano: la voce. Strumento di misteriosa forza. Strumento disarmato e disarmante.
Iniziamo con un canto che è un saluto di pace. Un saluto che vogliamo innanzitutto ricevere, accogliere. Per poi offrirlo a chi è accanto a noi.
— Le Monache Agostiniane diPennabilli
Abbiamo iniziato così, con le parole riportate sopra, Domenica 15 maggio, il nostro Pomeriggio per il Libano. Un pomeriggio nell’amicizia. Fra i popoli. Fra noi. Fra la nostra comunità e i tanti amici che camminano con noi sentieri di pace che insieme vogliamo esplorare.
Tutto è nato dall’idea della nostra amica Alessandra. Ognuno poi ha dato il suo contributo. Nell’allestimento, nell’offrire cibo e materiale, nella preparazione dei pasti, nel canto. Singoli, associazioni, imprese locali. L’adesione di tantissimi ci ha commosso. Ci rende ancora più consapevoli e responsabili. Ancora più aperte alla speranza. Grazie a tutti!
Lo stile di Pomeriggio per il Libano
La promessa del pomeriggio è stata quella di condividere in un clima di speranza evangelica
l’ascolto di testimonianze sul Libano
la gioia di canzoni che parlano di pace
l’assunzione di una responsabilità concreta per i nostri fratelli e sorelle del Libano.
I testimoni
Suor Abir, osa Pennabilli
Padre Damiano Puccini
Dr John Dalla Costa
Hanno dato la loro testimonianza: la nostra Suor Abir, Carolle, giovani donne libanesi che vivono in Italia, il carissimo padre Damiano, pisano d’origine, che vive e opera in Libano da una quindicina d’anni, l’amico John Dalla Costa, teologo canadese che vive a Sansepolcro.
Li Beirut (Per Beirut) – La canzone
Per Beirut
Per Beirut
Saluti dal mio cuore per Beirut
E baci al mare e alle case
Ad una roccia che è come il viso di un vecchio marinaio
Lei è fatta dell'anima del popolo, un vino
Lei è fatta del suo sudore (del popolo), pane e gelsomino
Allora com'è diventato il suo sapore? Sapore di fuoco e di fumo.
Per Beirut
Gloria di cenere per Beirut
Di sangue di un bambino posato sulla sua mano
La mia città ha spento le sue luci
Ha chiuso le sue porte
È diventata sola di sera
Sola con la notte
Tu sei per me, tu sei per me
Oh abbracciami, tu sei per me
La mia bandiera e la pietra del domani e l'onda del mio viaggio
Sono fiorite le ferite del mio popolo
Sono fiorite le lacrime delle madri
Tu sei Beirut per me
Tu sei per me
Oh abbracciami
Dillo con tutto il cuore, dillo con fiducia illimitata, dillo senza titubazioni: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo
Sant’Agostino
Benedetto il Signore mio Dio, che addestra le mie mani alla battaglia, le mie dita alla guerra. È la nostra voce, se siamo del corpo di Cristo. Benediciamo il Signore nostro Dio che addestra le nostre mani per la battaglia, le nostre dita per la guerra.
Andremmo facilmente per le lunghe se ci mettessimo ad elencare le varie specie di battaglie e guerre. È più facile farne l’esperienza che non la descrizione. Una guerra è ricordata dall’Apostolo: Non dovete combattere contro la carne e il sangue, cioè non contro uomini visibili dai quali, a vostro avviso, subite molestie. Non è contro costoro che dovete combattere, ma contro i principi e le potestà e i reggitori del mondo. E perché non intendessi per ” mondo ” il cielo e la terra, spiega le sue parole dicendo: Diqueste tenebre. Intendi cioè non di quel mondo che fu creato ad opera di Lui – infatti sta scritto: E il mondo fu fatto per opera di lui -, ma di quel mondo che non lo ha conosciuto.
La lotta interiore.
Questa è una battaglia; un’altra è quella che ciascuno ha da sostenere con se stesso. Di questo tipo di guerra si leggeva or ora nella lettera dell’Apostolo: La carne ha brame contrarie a quelle dello spirito e lo spirito brame contrarie a quelle della carne, per cui non fate le cose che vorreste. Anche questa è una guerra grave e, per essere interiore, è più molesta. In questa guerra, chi è vincitore sconfigge con ciò stesso i nemici invisibili. Difatti il diavolo e i suoi angeli non tentano se non approfittando del dominio che su te esercita ciò che è carnale; e noi come facciamo a vincere dei nemici che sono visibili solo in quanto interiormente avvertiamo in noi dei moti carnali? È con questi [nemici] che lottiamo; son loro [i nemici] che battiamo. L’avarizia ci domina facendo leva sull’attaccamento al denaro. A quest’avarizia che in te fa da padrona il diavolo dall’esterno propone un guadagno fraudolento. È cosa ordinaria, del resto, che grossi guadagni non si realizzano se non frodando. Ecco dunque [il diavolo] dal di fuori venire a te e far delle proposte alla tua avarizia: avarizia che tu nel tuo interno non hai vinta né domata né assoggettata a te. A te, che sei come un combattente a lui assoldato, il demonio, organizzatore di gare perverse, propone la truffa e il guadagno, l’opera e il premio. Fa’ così e prenditi [tutto]! Se al contrario tu sei padrone della tua avidità di possesso, se questa non la fa da padrona nel tuo cuore, la avverti e la superi. È vero infatti che non ti è dato scorgere né il diavolo né le sue insidie, ma se sarai padrone della tua avarizia, subito avverti che dietro c’è l’altro a proporti e l’azione [cattiva] e il premio. Cosa ti propone il diavolo? La frode e il guadagno. Cosa ti propone Cristo? L’onestà e la corona. ” Fa’ [questo e questo] e prenditi [il compenso] “, ti dicono tutt’e due. Se tu sei, nel tuo intimo, un buon combattente, se non sei uno che è stato vinto dall’avarizia ma ha vinto l’avarizia, dai retta all’uno e sconfiggi l’altro. Sapendoli ben distinguere, dici: Da questa parte vedo l’azione [che ho da compiere] e la sua ricompensa; dall’altra vedo (come dire?) l’esca e l’amo. Non c’è infatti cosa che tu dica dentro te stesso che sfugga alla tua responsabilità. Sei un essere diviso contro te stesso, a causa del peccato. Hai in te stesso di che combattere, hai in te il nemico da debellare. Ma hai anche chi invocare, hai chi ti aiuterà nel combattimento, e ti coronerà dopo la vittoria. È colui che, quando non esistevi, ti ha chiamato all’esistenza.
Chiedi: Come vincerò? Eccotelo. L’Apostolo ti presenta una battaglia difficilissima, mostrandoti anche quanto sia faticoso o addirittura impossibile (se non comprendo male) riuscirne vincitori. Dice: La carne ha brame contrarie a quelle dello spirito e lo spirito brame contrarie a quelle della carne, per cui non fate quel che vorreste. Come mi comandi di vincere se lui può affermare: Voinon fate quel che vorreste?Michiedi come? Ricordati della grazia contenuta nel vaso pastorale, riponi la pietra scelta nel letto del fiume nel recipiente del latte. Sì! questo ti dico io, anzi te lo dice la stessa verità. È verissimo che tu non fai quel che vorresti per la lotta che la tua carne muove contro il tuo spirito. Se in tale battaglia presumessi di te, ti si dovrebbe avvisare, affinché non vadano in fumo le parole che hai ascoltate: Esultate in Dio nostro aiuto. Difatti, se tu da solo fossi in grado di adempiere tutta [la legge], non avresti bisogno del soccorritore, come viceversa, se tu con la tua volontà non prestassi alcun contributo, chi ti dà la riuscita non dovrebbe chiamarsi soccorritore, in quanto soccorritore è colui che aiuta chi già fa qualcosa. Osserva ancora le parole: La carne ha brame contrarie a quelle dello spirito e lo spirito brame contrarie a quelle della carne, sicché voi non fate quel che vorreste. Dopo averti costretto a guardarti in faccia, facendoti toccare con mano come da solo tu fallisci [la riuscita], immediatamente ti invia al soccorritore.
Tuo soccorritore, tuo sostegno, tua speranza è colui che addestra le tue mani alla guerra, le tue dita alla battaglia. Dice: Sono manifeste le opere della carne, e queste sono le fornicazioni, le impurità, l’idolatria, la lussuria, la magia, le contese, le inimicizie, le ubriachezze, le gozzoviglie e cose simili, riguardo alle quali vi predico, come già vi ho predetto che chi compie di tali cose non possederà il regno di Dio. Non coloro che lottano contro tali tendenze, quindi, ma coloro che ne eseguono le opere. Un conto è infatti lottare, un altro conto è vincere e un altro conto ancora è trovarsi in pace e nella quiete. Statemi attenti mentre vi illustrerò la cosa con qualche esempio. Ti si fa balenare l’idea d’un guadagno e quest’idea ti piace. Include la frode, è vero, ma il guadagno è veramente notevole. Nonostante l’attrattiva, tu non consenti. Osserva che battaglia: continuano le suggestioni, le pressioni e tu ti soffermi a deliberare. Ovviamente chi lotta è sempre in pericolo. Abbiamo visto la lotta, vediamo il resto. Uno s’è messo sotto i piedi la giustizia, pur di commettere la frode: è stato vinto. Un altro ha calpestato il guadagno per mantenersi fedele alla giustizia: è stato vincitore. Tre casi: io mi rattristo per colui che è stato vinto, temo per chi è ancora nella lotta, mi rallegro col vincitore. Consideriamo poi un istante questo vincitore. Forse che ha ottenuto su di sé un successo così assoluto che il denaro non lo lusinghi affatto o non susciti in lui alcun’attrattiva? Sarà un’attrattiva facile a superarsi, a disprezzarsi, un moto a cui non si consente, non solo, ma col quale non ci si degna di scendere in combattimento; tuttavia c’è sempre in fondo all’animo un certo qual pizzicorino di piacere. Tale sollecitazione (e, con essa, il nemico) non muove guerra né regna, tuttavia c’è e rimane nella carne mortale un qualcosa che [nell’eternità] non ci sarà più. Allora non ci sarà cosa alcuna che muova guerra o faccia solletico: tutto si acquieterà in [perfetta] pace.
Sei dunque in guerra; e siccome finché dura la guerra sei in pericolo, trovandoti appunto nel pericolo e nel cimento, di’ quanto segue: Mia misericordia. Non sarò vinto.
Ecco il nemico ordire calunnie da obiettarci nel giudizio, ma non può ordirne di false perché il giudice non è tale da accettarle. Se la nostra causa si svolgesse di fronte a un giudice uomo, il nemico potrebbe ingannarlo con menzogne e rovesciare su di noi le sue false accuse. Siccome però la nostra causa si svolge dinanzi a un giudice infallibile, il nemico fa di tutto per allettarci a commettere il peccato, in modo d’avere qualche colpa reale da presentare contro di noi. Se quindi la nostra fragilità qualche volta cede di fronte ai suoi artifizi, passiamo subito alla confessione, che è un atto di umiltà, ed esercitiamoci nelle opere della misericordia e della pietà.
Ogni colpa viene cancellata se con cuore sincero e piena fiducia diciamo a colui che ci vede: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo. Dillo con tutto il cuore, dillo con fiducia illimitata, dillo senza titubazioni: Rimetti a noi come anche noi rimettiamo.
In conclusione, la vittoria sul nostro nemico è frutto delle opere di misericordia, che noi mai potremmo compiere se non avessimo in noi la carità. Quanto poi alla carità, noi non l’avremmo se non ci fosse stata donata ad opera dello Spirito Santo. È quindi lo Spirito colui che addestra le nostre mani alla battaglia, le nostre dita alla guerra; e pertanto è a lui che diciamo: Mia misericordia. Anche perché è da lui che riceviamo la facoltà di essere misericordiosi.
Sant’Agostino – Dall’esposizione sul Salmo 143, 5-6
Uno scritto di Don Tonino Bello tratto da “Alla finestra la speranza”
A dir il vero, noi non siamo molto abituati a legare il termine «pace» a concetti dinamici. Raramente sentiamo dire: «Quell’uomo si affatica in pace», «lotta in pace», «strappa la vita con i denti in pace». Più consuete nel nostro linguaggio sono, invece, le espressioni: «Sta seduto in pace», «sta leggendo in pace», «medita in pace» e, ovviamente, «riposa in pace». La pace, insomma, ci richiama più la vestaglia da camera, che lo zaino del viandante. Più il conforto del salotto, che i pericoli della strada. Più il caminetto, che l’officina brulicante di problemi. Più il silenzio del deserto, che il traffico della metropoli. Più la penombra raccolta di una chiesa, che una riunione di sindacato. Più il mistero della notte, che i rumori del meriggio. Occorre, forse, una rivoluzione di mentalità per capire che la pace non è un «dato», ma una conquista. Non un bene di consumo, ma il prodotto di un impegno. Non un nastro di partenza, ma uno striscione di arrivo. La pace richiede lotta, sofferenza, tenacia. Esige alti costi di incomprensione e di sacrificio. Rifiuta la tentazione del godimento. Non tollera atteggiamenti sedentari. Non annulla la conflittualità. Non ha molto da spartire con la banale «vita pacifica». Non elide i contrasti. Espone al rischio di ingenerosi ostracismi. Postula la radicale disponibilità a «perdere la pace» per poterla raggiungere. Dal deserto del digiuno e della tentazione fino al monte Calvario (salvo una piccola sosta sulla cima del Tabor), la pace passa attraverso tutte le strade scoscese della Quaresima. E quando arriva ai primi tornanti del Calvario, non cerca deviazioni di comodo, ma vi si inerpica fino alla croce. Si, la pace, prima che traguardo, è cammino. E per giunta, cammino in salita. Vuol dire, allora, che ha le sue tabelle di marcia e i suoi ritmi. I suoi percorsi preferenziali e i suoi tempi tecnici. I suoi rallentamenti e le sue accelerazioni. Forse anche le sue soste. Se è così, occorrono attese pazienti. E sarà beato, perché operatore di pace, non chi pretende di trovarsi all’arrivo senza essere mai partito. Ma chi parte. Col miraggio di una sosta sempre gioiosamente intravista, anche se mai (su questa terra, s’intende) pienamente raggiunta,
Don Tonino Bello tratto da “Alla finestra la speranza”
Buono, cattivo, volente, nolente, sempre mio fratello sei
È il momento questo di esortarvi ad amare la pace con tutte le forze di cui il Signore vi fa dono, e a pregare il Signore per la pace. La pace sia la nostra diletta, la nostra amica. Vi sia con essa indissolubile amicizia. Sia il suo abbraccio pieno di dolcezza.
Non è difficile possedere la pace. È, al limite, più difficile lodarla. Se la vogliamo lodare, abbiamo bisogno di avere capacità che forse ci mancano; andiamo in cerca delle idee giuste, soppesiamo le frasi. Se invece la vogliamo avere, essa è lì, a nostra portata di mano e possiamo possederla senza alcuna fatica.
Quelli che amano la pace vanno lodati. Quelli che la odiano non vanno provocati col rimprovero: è meglio cominciare a calmarli con l’insegnamento e con la strategia del silenzio. Chi ama veramente la pace ama anche i nemici della pace. Facciamo un esempio: tu che ami questa luce visibile non ti adiri con i ciechi ma li compiangi. Ti rendi conto di quale bene tu godi, di quale bene essi sono privi e ti appaiono degni di pietà. Davvero non li condanneresti, anzi, se ne avessi la possibilità, che so io, una capacità medica, o anche un farmaco utile, ti affretteresti a far qualcosa per risanarli.
Così, se ami la pace, chiunque tu sia, abbi compassione di chi non ama quello che tu ami, di chi non possiede quello che possiedi tu. Facciamo in modo di aiutare con ogni mezzo i malati d’occhi, con ogni sforzo, con ogni tentativo: anche loro malgrado, anche se resistono alla cura, e saranno felici quando avranno riacquistato la vista! Supponi che il malato si irriti con te. Non stancarti di aiutarlo standogli vicino.
Se ami, tieni, possiedi la pace, puoi invitarne quanti vuoi alla partecipazione di questo possesso. Anzi, i suoi confini si allargano quanto più cresce il numero di coloro che la posseggono. Una casa terrena non contiene più di un certo numero di abitanti. In quanto alla pace essa cresce in proporzione del numero di chi ne usufruisce.
Che cosa buona è amare! Amare è già possedere. E chi non vorrebbe veder crescere ciò che ama? Se vuoi con te pochi partecipi della pace, avrai una pace ben limitata. Allora, che prezzo avrà quel bene che potrai possedere appena lo amerai? L’acquisto del nostro tesoro non richiede prezzo. Non devi andare in cerca di un protettore per conseguirlo. Eccolo lì dove tu sei: basta che ami la pace, ed essa istantaneamente è con te.
La pace è un bene del cuore e si comunica agli amici, ma non come il pane. Se vuoi distribuire il pane, quanto più numerosi sono quelli per cui lo spezzi, tanto meno te ne resta da dare. La pace invece è simile al pane del miracolo che cresceva nelle mani dei discepoli mentre lo spezzavano e lo distribuivano.
E intanto abbiate la pace tra voi, fratelli. Se volete attirare gli altri alla pace, abbiatela voi per primi; siate voi anzitutto saldi nella pace. Per infiammarne gli altri dovete averne voi, all’interno, il lume acceso. E tu, amico della pace, rifletti, e gusta per primo l’incanto della tua diletta. Ardi d’amore tu, così sarai in grado di attirare un altro allo stesso amore, in modo che egli veda ciò che tu vedi, ami ciò che tu ami, possegga ciò che tu possiedi.
È come se ti parlasse la pace, la tua diletta, e ti dicesse: Amami e mi avrai sempre. Attira qui ad amarmi tutti quelli che puoi: per un amore casto, integro e permanente; attira tutti quelli che puoi. Essi mi troveranno, mi possederanno, troveranno in me la loro gioia. Come non si altera la luce per quanti siano quelli che ne godono, così, anche se sono numerosi quelli che mi amano, non mi alterano. Quelli che non vogliono venire è perché non hanno occhi per vedere. Non vogliono venire perché il fulgore della pace abbaglia l’occhio malato della discordia.
Bisogna dunque procedere, nella cura, con precauzione, con delicatezza. Nessuno attacchi briga con loro. Nessuno voglia con la polemica difendere neanche la sua stessa fede. Dalla disputa può scattare una scintilla di lite ed ecco data l’occasione a chi la cerca. Insomma, se anche devi sentire un’ingiuria, tollera, sopporta, passa oltre. Ricordati che sei in funzione di medico.
Sei amico della pace? Allora sta’ interiormente tranquillo con la tua amata. “Così – dirai – non c’è da far nulla? “. Certo che hai qualcosa da fare: elimina i litigi. Volgiti alla preghiera. Non respingere dunque l’ingiuria con l’ingiuria ma prega per chi la fa. Vorresti ribattere, parlare a lui, contro di lui. Invece parla a Dio di lui. Vedi che non è esattamente il silenzio che t’impongo. Si tratta di scegliere un interlocutore diverso; quello al quale tu puoi parlare tacendo: a labbra chiuse ma col grido nel cuore. Dove il tuo avversario non ti vede, lì sarai efficace per lui.
A chi non ama la pace e vuol litigare rispondi così con tutta pace: “Di’ quello che vuoi, odia quanto vuoi, detesta quanto ti piace, sempre mio fratello sei. Perché ti adoperi per non essere mio fratello? Buono, cattivo, volente, nolente, sempre mio fratello sei “.
Il monastero in questo è veramente un microcosmo, e se volete un laboratorio in cui si possano fare in scala ridotta esperimenti, che io penso, trasferibili in scale progressivamente più ampie.
È qui soprattutto che si dimostra la solidarietà del monaco con i problemi più universali e più travaglianti ogni età. Il monaco non può mai abdicare alla milizia incessante per l’amore verso il fratello, tanto più se pensa che nel suo cuore possano aggravarsi o attenuarsi le contese e i contrasti che lasciano nel mondo intero, a seconda della soluzione che egli dà al piccolo conflitto domestico.
Questo è un capitolo, forse, in gran parte ancora da scrivere, di quella educazione alla pace che da tante parti si auspica e si teorizza e si vorrebbe praticata.
I grandi conflitti che travagliano l’intero pianeta dal Centro, al Sud America, al Sud Africa, dall’Afganistan all’Eritrea, dal Sud-Est Asiatico; si riflettono in ogni istante nella mia coscienza che può essere divisa dal fratello nella mia stessa piccola comunità. E mi impongo una continua risposta positiva, un continuo superamento del mio egoismo che non vuole morire, e che pur sa ormai molto bene che in quest’estrema frontiera interiore, si gioca la riuscita e il fallimento della mia vita avanti a Cristo, e si gioca ad un tempo il mio reale contributo positivo o negativo alla salvezza storica del mondo, minacciato di distruzione totale nell’era atomica in cui viviamo.
Quando poi per giunta il mio Cenobio è anche materialmente collocato su una frontiera contesa e su uno dei punti più caldi del pianeta, come lo è di fatto, per me, per noi, a Gerusalemme e in Giordania, allora la coscienza di questa solidarietà fra il piccolissimo e l’universale diventa, o dovrebbe diventare, ancora più acuta e tradursi continuamente in una auspicio e in un impegno che per essere silenzioso e interiore non dovrebbe essere meno categorico e continuo.
Tanto più se non solo intorno a me, o intorno a noi, c’è sempre qualcuno che ci interpella in un senso o in un altro, ma se dentro di me, nella mia stessa coscienza si urtano ragioni ideali opposte, che mi fanno vivere dal di dentro tutto il conflitto che mi preme addosso dall’esterno.
Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose. Si deve insegnarlo agli ebrei… Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori con il nostro atteggiamento sbagliato: col nostro sentirci perseguitati, umiliati, oppressi, col nostro odio e la millanteria che maschera la paura. Certo che ogni tanto si può essere tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La vita è difficile, ma non è grave. Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sè: e lavorare ‘a se stessi’ non è proprio una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di trasformarlo in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo -. È l’unica soluzione possibile… Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra.
ogni volta che ci incontriamo tu mi dici che se tutti i preti fossero come me, allora … Lo dici perché tra noi due ci siamo sempre intesi anche se te della scomunica (1) te ne freghi e se dei miei fratelli preti ne faresti volentieri polpette. Tu dici che ci siamo intesi perché t’ho dato ragione mille volte in mille tue ragioni:
Ma dimmi Pipetta, m’hai inteso davvero?
È un caso, sai, che tu mi trovi a lottare con te contro i signori. San Paolo non faceva così. E quel caso è stato quel 18 aprile (2) che ha sconfitto insieme ai tuoi torti anche le tue ragioni. E solo perché ho avuto la disgrazia di vincere che…
Mi piego, Pipetta, a soffrire con te delle ingiustizie. Ma credi, mi piego con ripugnanza. Lascia che te lo dica a te solo. Che me ne sarebbe importato a me della tua miseria?Se vincevi te, credimi Pipetta, io non sarei più stato dalla tua. Ti manca il pane? Che vuoi che me ne importasse a me, quando avevo la coscienza pulita di non averne più di te, che vuoi che me ne importasse a me che vorrei parlarti solo di quell’altro Pane che tu dal giorno che tornasti da prigioniero e venisti colla tua mamma a prenderlo non m’hai più chiesto.
Pipetta, tutto passa. Per chi muore piagato sull’uscio dei ricchi, di là c’è il Pane di Dio. E solo questo che il mio Signore m’aveva detto di dirti. E’ la storia che mi s’è buttata contro, è il 18 aprile che ha guastato tutto, è stato il vincere la mia grande sconfitta. Ora che il ricco t’ha vinto col mio aiuto mi tocca dirti che hai ragione, mi tocca scendere accanto a te a combattere il ricco. Ma non me lo dire per questo, Pipetta, ch’io sono l’unico prete a posto. Tu credi di farmi piacere. E invece strofini sale sulla mia ferita.
E se la storia non mi si fosse buttata contro, se il 18… non m’avresti mai veduto scendere lì in basso, a combattere i ricchi. Hai ragione, sì, hai ragione, tra te e i ricchi sarai sempre te povero a aver ragione.
Anche quando avrai il torto di impugnare le armi ti darò ragione.
Ma come è poca parola questa che tu m’hai fatto dire. Come è poco capace di aprirti il Paradiso questa frase giusta che tu m’hai fatto dire. Pipetta, fratello, quando per ogni tua miseria io patirò due miserie, quando per ogni tua sconfitta io patirò due sconfitte, Pipetta quel giorno, lascia che te lo dica subito, io non ti dirò più come dico ora: “Hai ragione”. Quel giorno finalmente potrò riaprire la bocca all’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Pipetta hai torto. Beati i poveri perché il Regno dei Cieli è loro”.
Ma il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò.
Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso. Quando tu non avrai più fame né sete, ricordatene Pipetta, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno d’un sacerdote di Cristo: “Beati i… fame e sete”.
1. La scomunica decretata nel 1948 dal Sant’Uffizio contro tutti quelli che aderivano al Partito Comunista.
2. Il 18 aprile 1948 la Democrazia Cristiana vinse le elezioni politiche.
“Dal Sagrato alla Piazza”, Veglia di contemplazione e preghiera, guidata dalle Monache Agostiniane di Pennabilli, che si è svolta Sabato 4 settembre 2021 sul sagrato della Cattedrale di Pennabilli.
VIdeo – Introduzione allas Veglia
Di seguito il testo introduttivo della veglia. In fondo alla pagina il testo scaricabile.
Ritrovarci insieme in piazza (tra il sagrato e la piazza!) per pregare è uno di quei desideri che, per la sua particolarità, ha più il carattere di un sogno. Un sogno che oggi si realizza. In questo spazio così familiare avvengono tante attività del vivere quotidiano, a partire, crediamo, dalla più importante ed essenziale: incontrarsi. Oggi questo “incontrarsi” si apre e si estende ulteriormente: a noi, amiche e abitanti di questo bellissimo paese, e all’incontro con Dio nella preghiera. Per quanto sia impossibile definire cosa sia la preghiera (né lo vorremmo fare!) certamente essa desidera e agisce per INCONTRARE.
Questo pomeriggio siamo stati coinvolti in una camminata nella quale ciascuno ha potuto aprirsi all’esperienza della relazione con se stesso, con l’altro e con la natura. Ciò che esiste diventa significativo e prezioso per noi se… vissuto. Non basta che ci siano cose belle davanti ai nostri occhi. Dobbiamo poterle vivere. Quanti nostri fratelli e sorelle oggi, nel mondo, non hanno accesso alle cose belle della vita! Anche noi talvolta e per motivi diversi, fatichiamo. Questo pomeriggio abbiamo provato a esercitare i nostri sensi, accompagnarli, sentirci uniti a loro, cercando di essere disponibili a ciò che c’è attorno a noi.
Eppure stasera siamo qui sapendo e intuendo che ciascuna delle nostre persone possiede un altro senso… Tatto, olfatto, udito, vista non esauriscono ciò che noi possiamo e vogliamo sentire. I nostri stessi sensi desiderano sentirsi accompagnati da una benevolenza che li preceda e si offra a loro.
Il desiderio e il senso di questo mistero ci abita da sempre. Ci spinge a chinarci su ciò che è piccolo, ci traghetta verso le scelte più grandi. Oggi ci sporgiamo con tutto noi stessi verso ciò che si lascia dimenticare, senza rivendicare la sua presenza.
Vorremmo addentraci con voi, accompagnati da alcuni versetti della Bibbia, nel mistero di trovarci nella vita come dono ad essa, a cui si accompagna il mistero – pieno di promesse, eppur così drammatico – della nostra responsabilità.
La Bibbia non racconta un’unica storia, al contrario ne racconta tante e in modi e stili assai diversi, come potremo notare anche stasera. Le storie sono tante eppure vi è un filo rosso che le attraversa e le unisce: l’incontro tra l’uomo e il suo Dio per un’esistenza vissuta in pienezza e sensata. Perché amata.
In questa piccola piazza raccogliamo le nostre storie e quelle del mondo, per legarle le une alle altre, cercando in esse il profumo di Dio e del suo sogno.
Le Monache Agostiniane di Pennabilli
Primo momento: In principio
Dal libro della Genesi
In principio…. Dio disse…
Genesi 1,1.3
Così furono portati a compimento il cielo e la terra e tutte le loro schiere.
Genesi 2,1
… Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
Genesi 2,7
Discernimento, lingua, occhi, orecchie e cuore diede loro per pensare… Pose davanti a loro la scienza e diede loro in eredità la legge della vita.
Siracide 17,6.11
Dopo aver riflettuto, parlerò ancora, sono pieno come la luna nel plenilunio. Ascoltatemi, figli santi, e crescete come una rosa che germoglia presso un torrente. Come incenso spargete buon profumo, fate sbocciare fiori come il giglio, alzate la voce e cantate insieme, benedite il Signore per tutte le sue opere. Magnificate il suo nome e proclamate la sua lode, con i canti delle labbra e con le cetre, e nella vostra acclamazione dite così: quanto sono belle tutte le opere del Signore!
Siracide 39,12-16
Secondo momento: Seminate!
Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse.
Genesi 2,15
Si può fare
Così ogni artigiano e costruttore… così il fabbro che siede vicino all’incudine ed è intento al lavoro del ferro…così il vasaio che è seduto al suo lavoro e con i suoi piedi gira la ruota… Senza di loro non si costruisce una città…essi assi-curano la creazione eterna e il mestiere che fanno è la loro preghiera.
Siracide 38, 27-34
Fabbricheranno case e le abiteranno, pianteranno vigne e ne mangeranno il frutto.
Isaia 65, 21
Disse loro: “Guardatevi da ogni ingiustizia!” e a ciascuno ordinò di prender-si cura del prossimo.
Siracide 17, 14
Seminate per voi secondo giustizia e mieterete secondo bontà; dissodatevi un campo nuovo, perché è tempo di cercare il Signore.
Osea 10, 12
Principio di ogni opera è la parola, prima di ogni azione c’è la riflessione. Radice di ogni mutamento è il cuore, da cui derivano quattro scelte: bene e male, vita e morte…
Siracide 37, 16-18
Terzo momento: La relazione negata
Venite e godiamo dei beni presenti, gustiamo delle creature come nel tempo della giovinezza! Saziamoci di vino pregiato e di profumi, non ci sfugga alcun fiore di primavera, coroniamoci di boccioli di rosa prima che avvizziscano; nessuno di noi sia escluso dalle nostre dissolutezze. Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere, perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. Spadroneggiamo sul giusto, che è povero.
Sapienza 2,6-10
Il Signore disse a Caino: “Dov’è Abele, tuo fratello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse io il custode di mio fratello?”.
Genesi 4,9
…Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra.
Genesi 6,5
Il mio popolo ha commesso due iniquità: hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate, che non tengono l’acqua.
Geremia 2,13
Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”.
Vangelo di Giovanni 7,37-38
Miserere mei Deus secundum magnam misericordiam tuam.
Quarto momento: LAUDATO SI’
Gesù si mise a parlare e insegnava loro: Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro…
Vangelo di Matteo 6,25-33
“Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami …Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uo-mo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo”.
Vangelo di Matteo 13,31-32.44
E ora benedite il Dio dell’universo, che compie in ogni luogo grandi cose, che fa crescere i nostri giorni fin dal seno materno, e agisce con noi secondo la sua misericordia. Ci conceda la gioia del cuore e ci sia pace nei nostri giorni in Israele, ora e sempre. La sua misericordia resti fedelmente con noi e ci riscatti nei nostri giorni.
Un percorso immersi nella natura a partire dal Monastero delle Monache di Pennabilli, passando per l’Orto dei frutti dimenticatied il suo labirinto, lungo i sentieri del bosco, fino al Mulino Donati e al fiume per terminare di nuovo all’Orto dei frutti dimenticati.
Un percorso con tratti da vivere in silenzio, in cui perdersi nel labirinto dell’orto dei frutti dimenticati, simbolo del labirinto interiore o stare in ascolto del bosco. Altri momenti in cui condividere emozioni e pensieri a coppie o in gruppo, lungo la strada.
Sentire il gorgoglio delle acque del fiume e fermarsi nel tratto che esprime meglio lo stato d’animo. Scegliere un albero che ci rappresenta ed abbracciarlo, stargli accanto, custodirlo e farsi custodire da esso. Starci in relazione.
Sullo sfondo l’icona biblica del cammino dei discepoli di Emmaus in cui ciò che si presenta, ciò che accade nel cammino, separa un “prima” ed un “dopo” ed è capace di imprimere la s-volta ai cammini delle persone, delle comunità…
Un’esperienza sensibile e sensoriale di pacificazione per vivere un’esperienza “liturgica” del/nel creato.
È stata questa la camminata vissuta dai partecipanti alla Summer School in un clima di amicizia e di fraternità che si è concluso con la condivisione di un gesto o di una parola esemplificativa dell’esperienza.
Riportiamo di seguito la traccia della “Attivazione emozionale nei paesaggi della Laudato Sii” guidata e curata da Don Marco Casadei e dalle Monache Agostiniane di Pennabilli. Testi della Meditazione di Don Davide Arcangeli.
Primo momento: le tenebre
In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Dio vide che la luce era cosa buona e separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte.
genesi 1,1-5
Siamo in molte. Dio ci ha create per ricoprire l’abisso e per mostrare la profondità del tutto. Siamo come una fossa oceanica, dove si va così in fondo che niente altro vi arriva, solo l’essere di Dio.
Noi lo custodiamo come la nube del deserto che ricopre la dimora: ne segnaliamo la presenza e insieme la nascondiamo ad occhi indiscreti.
Siamo come il velo che nasconde il volto di Dio, una cortina fitta posta a protezione dello scrigno d’amore che è a fondamento di tutto.
Siamo in molte e ciascuna con una sua funzione: c’è la tenebra del sonno e quella del grembo materno; c’è la tenebra della paura e quella delle incognite future; c’è la tenebra dei segreti inconfessabili e quella delle potenzialità nascoste; c’è la tenebra prima del concepimento e quella della morte.
Tutte noi sappiamo di essere limitate, nel tempo e nello spazio; siamo un passaggio di nubi, che protegge l’essere prima della sua esplosione d’amore. Siamo un vuoto primordiale, da cui scaturiscono a coppie particelle di energia. Siamo il lato oscuro di una nube, che mostra già l’altro lato luminoso, per il cammino dei poveri di Dio.
Siamo un punto di osservazione privilegiato, per vedere la successione dei giorni e delle stagioni: senza di noi infatti non vi sarebbe né alternanza, né tempo, né progresso. Noi osserviamo con meraviglioso stupore tutte le gigantesche separazioni della creazione: le acque superiori da quelle inferiori, la terra asciutta dalle acque; i germogli e le erbe, ciascuna secondo le loro specie; i pesci del mare e gli uccelli del cielo, secondo la loro specie; il bestiame, i rettili e gli animali selvatici, ciascuno secondo la sua specie.
Molti, fin da bambini, ci rifuggono, perché pensano di noi solo cose negative e vogliono essere rassicurati da una luce riconoscibile. Sono rimasti in fondo un po’ infantili, rinchiusi nello spazio angusto di un io che si difende e vuole essere lui l’autore della luce. Noi invece, custodi dell’inconscio, siamo la riserva di energia che allarga il cuore dell’uomo e lo muove verso inediti confini, verso un amore sempre più grande, sempre nuovo. Noi siamo custodi dello Spirito, che aleggia sulle acque della vita e le fa zampillare per la vita eterna. Noi siamo le vergini vestali del fuoco dell’amore, che muove i passi incerti di ogni uomo, verso la pienezza della sua esistenza.
LE TENEBRE
Le emozioni. Nei paesaggi della Laudato Si’
Anche il vuoto non è vuoto, ma dal vuoto – le nostre tenebre, la massa informe della creazione – può nascere qualcosa. Quali sono le mie potenzialità ancora inespresse?
Secondo momento: l’argilla
Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
gENESI 2,7
Sono l’argilla del suolo. Ho visto nella mia lunga esistenza molti passaggi. Dalle stelle sono stata rifusa in minerali di ferro, dal sole sono stata riplasmata nei miliardi di anni, dalla terra sono stata effusa e asciugata e dall’acqua sono stata dilavata fino ad essere raffinata in particelle minute. Poi sono stata precipitata lungo fondali lacustri o marini e infine trasportata dalle correnti e continuamente rimacinata.
Ora mi trovo qui in un suolo senza vita, depositata da questa magnifica polla d’acqua, che continuamente sgorga e fluisce sulla terra. Non so perché sono stata creata e perché mi trovi qui, ma sento che questo continuo rimaneggiamento non è casuale. È come una mano che mi tocca e mi direziona, mi allarga e mi stringe, offrendomi una forma che continuamente varia verso una perfezione che non conosco.
Sono materia, ma ho capito che dentro di me ogni particella è già potenzialmente ricurva verso la vita. Sono fatta di energia radiale, che si orienta verso il centro, verso una coscienza di sé, verso una pienezza di vita consapevole. È come un soffio, che è mio e non è mio, perché lo ricevo come la parte più profonda di me. Da Dio. Sono nephesh haiah. Un essere che vive e che respira. Un’ anima che da forma a tutto. Un cuore che batte e percepisce. Muscoli e nervi che trasmettono movimento. Un volto che sorride alla vita e gode dei suoi doni.
Io sono ancora e pur sempre argilla, polvere del suolo, macinata dalla terra. Ma sono anche qualcosa di totalmente nuovo e diverso: un essere che vive, pensa, si comprende. Io stessa mi stupisco del mio stupore. Cosa sono diventata?
Posso dare un nome a tutto ciò che vive…ma perché mi sento così sola? Sento la tremenda necessità di un altro che mi comprenda, perché è come me. Saranno un’unica carne: ecco il mistero della vita, amore e relazione che si generano dall’argilla e dallo Spirito di Dio. Vedo il mio fianco dolorante, la mia ferita che mi apre all’altro, a sentirlo, ad amarlo, col suo dolore, con la sua lotta per l’esistenza. Sono pur sempre argilla, ma con la mia ferita d’amore ho scalato la montagna dell’essere e vivo di colui che ha preso forma da me e a me si è donato per sempre.
L’ARGILLA
Terzo momento: l’albero
La donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò.
GENESI 3,6
Mi trovo al centro del giardino. Certo sono tanti gli alberi qui e forse ciascuno di loro ha un po’ diritto di sentirsi al centro. Ciò che conta è che siamo insieme, ciascuno nel suo centro, e siamo cresciuti nel tempo a partire da piccoli semi.
Io ritrovo le mie radici ben salde nel terreno, radicato in un suolo ricco d’acqua e di nutrimenti, da cui ricavo ogni giorno una linfa preziosa per la mia continua crescita verso l’alto.
Avere radici è come avere identità: è una storia che mi ha preceduto a fornirmi le coordinate per il mio sviluppo, a darmi la resistenza profonda e gli atteggiamenti giusti nei confronti della vita. Certo, non sempre il terreno è buono e talvolta le mie radici hanno dovuto spostarsi per poter trovare la giusta umidità. Questo mi dà coraggio, la forza della vita che mi precede ha in sé un innegabile spirito di ricerca e autoconservazione, che opera dentro di me.
Essa fluisce come linfa nel mio tronco e grazie alla capillarità dei miei vasi, grazie alle strettoie della vita in cui sono passato, essa ha potuto risalire verso l’alto e farmi fiorire nei rami. Ho dovuto difendermi con una buona corteccia, ma solo per conservare meglio il legno dolce di cui sono costituito. Poi la vita si è come ramificata, in tante scelte ed esperienze che, come rami, hanno arricchito la mia chioma. Alcune sono terminate, altre stanno ancora crescendo, verso l’alto. Ma tutte offrono ancora fiori e frutti a chi li vuol contemplare e raccogliere per sé.
Così anch’io mi faccio dono e in questo modo cresco verso il cielo: ricevendo la vita da Colui che me la dona a partire dalle mie radici, anch’io la dono crescendo verso l’alto, verso la luce, e più mi avvicino e ne sento il calore e godo della brezza mattutina, più imparo a conoscere la bontà senza fine di questa luce originaria.
Conosco il bene ma, purtroppo anche il male, quando sento sui miei frutti uno sguardo di possesso, ingordigia, egoismo come se essi non venissero donati gratuitamente. Come se qualcuno ci stesse ingannando e mi avesse creato solo per divertirsi alle spalle di chi i miei frutti li può vedere ma non toccare. Ma tutti li possono toccare e anche mangiare, perché anch’io li ho ricevuti così da Dio. Chi mai ha potuto ingannare e ribaltare il comando originario? Esso dice solo che noi siamo fatti per ricevere, gratuitamente, la vita che proviene da Dio e se cerchiamo di goderla autonomamente la facciamo morire. Esso invita a toccare e mangiare, sperimentando il dono di Dio e il suo amore nel nostro cuore. Perché gli uomini vogliono possedere per paura di perdere, come se non fosse già stato tutto donato loro? Chi ha messo loro nel cuore questo sospetto?
L’ALBERO
Le emozioni. Nei paesaggi della Laudato Si’
Puoi immaginarti come un albero, con una postura particolare (piegato in due, disteso, speranzoso…). Che albero sei?
L’Albero – Opera di Sr Francesca Serreli, Monaca Agostiniana di Pennabilli
Quarto momento: la terra
Caino disse al fratello Abele: «Andiamo in campagna!». Mentre erano in campagna, Caino alzò la mano contro il fratello Abele e lo uccise.
genesi 4,8
Raccolgo il sangue come una coppa, me ne intrido in tutti i miei pori e piccoli canali, lo succhio imbevendomi tutta di questa vita che non c’è più: Abele, hevel, soffio inconsistente che va e non ritorna. Io accolgo il tuo sangue per gridare a tutto il mondo che non è vero che tu sei inconsistente! Tu sei, la tua vita è vera e reale, la tua carne e il tuo sangue esistono e io ne ho le prove. Io grido per dimostrare davanti a Dio a tutti gli uomini che la tua esistenza c’è e ci sarà sempre e nessuno potrà mai cancellarti. Anche se sei morto e poi bruciato in uno dei tanti campi di sterminio della storia, anche se sei scomparso negli abissi del mare, in uno dei tanti viaggi di fortuna, anche se sei sepolto sotto di me, in una delle tante trincee di guerra del nostro mondo, tu sei e io grido con tutta la forza del tuo sangue che tu esisti ancora.
Lo grido prima di tutto a Dio, perché ascolti la mia voce, lui che è giusto e misericordioso. Poi lo grido a tutta la creazione di Dio, perché anch’essa si ribelli, provochi disordine, mostri all’uomo quale conseguenza nefasta ha la violenza da lui scatenata: la distruzione delle differenze, la rottura degli equilibri delle acque, il ritorno al caos primordiale. Che l’uomo capisca che la violenza provoca violenza e distrugge il progetto originario di Dio!
Io grido a Caino, che per ritrovare sé stesso, deve trovare il suo fratello, tornare a farsene custode, pastore, amico. Io grido a Caino tutta la fatica che dovrà fare, per lavorare il suolo e ricordarsi ogni giorno di suo fratello, riscattando così il tremendo peso della sua responsabilità. Io grido ad ogni uomo che nessuno tocchi Caino! Si fermi così la spirale del male, si taglino alle fondamenta le catene dei condizionamenti che portano l’uomo a produrre altro male. Solo così egli potrà espiare la sua colpa e riscattare sé stesso, con il prezzo della sua fatica. Egli capirà l’importanza di dominare la bestia, accovacciata alla sua porta. Egli capirà che l’equilibrio del terrore non è vera pace, ma solo un fragile sentiero pericoloso, sempre suscettibile di cedere all’abisso delle tensioni contrapposte e alla possibilità di una distruzione totale.
Io custodisco il sangue di Abele e con questo sangue grido all’uomo: fermati e non distruggerti, guarda a questo sangue che ti redime e convertiti alla vita! Finalmente!
Le emozioni. Nei paesaggi della Laudato Si’
Cerca di entrare nei panni di Caino con la sua invidia, il rapporto con il padre. Poi neipanni di Abele che si sente favorito, ma che attira le gelosie degli altri. Infine nei panni del Padre.
Ripresa visiva
L’urlo del sangue innocente, dall’origine della vita e della storia, grida a noi dalla terra. È un grido che risuona lasciato solo nella notte, e rimbomba dal cielo, nei volti dei tanti innocenti che dall’inizio della storia attendono risposta.
C’è bisogno che qualcuno risponda al grido, e salvi la vita dalla caduta nell’insensatezza.
Ma chi è in grado di ascoltarlo?
“Ascolta, Israele…”
“Poi venne, e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti…”
È Gesù Colui che risponde, Colui che ascolta tutto il grido che dal cielo gli è consegnato dal Padre e si lascia restare sveglio, insonne, nel Getzemani. Facendosi calice accogliente.
È Colui che unisce il suo urlo e il suo sangue sudato, a quello degli innocenti della storia, patendolo e lasciandolo cadere nell’abisso della terra.
È Colui che sceglie di farsi carico di quell’urlo, lasciandosi sprofondare SLIDE 6 in quell’abisso per riscattare e dare senso a tutto il sangue che era sprofondato nell’insensatezza.
È Gesù, albero tra gli alberi, che fa del suo corpo l’albero, la croce.
Getsemani – Dipinto di Sr Elena Manganelli, Monaca Agostiniana di Pennabilli
Anna Rita Nanni – Ente Parco Sasso Simone e Simoncello
L’Ente Parco Sasso Simone e Simoncello è un parco naturale ed Interregionale ed è nato nel 2013 da un’intesa tra le regioni Emilia-Romagna e Marche ed è situato nelle Province di Pesaro-Urbino e Rimini nel territorio del Montefeltro. Il territorio di competenza ricade su sei comuni – Carpegna (PU), Frontino (PU), Montecopiolo (PU), Piandimeleto (PU), Pietrarubbia (PU), Pennabilli (RN) – e ricopre un’area di 4791 ettari.
Laudato Si’ come progetto educativo. Conferenza del Prof. Domenico Simeone – Università Cattolica
Educare ad una spiritualità ecologica. Di seguito pubblichiamo un estratto della conferenza tenuta dal Prof. Domenico Simeone dell’Università Cattolica a conclusione della Summer School. In fondo alla pagina puoi ascoltare la traccia audio del suo intervento.
È bella l’idea di Don Milani quando dice che il maestro è colui che aiuta i ragazzi a vedere ciò che lui non vedrà. Abbiamo un’idea di educazione legata alla trasmissione di qualcosa che noi conosciamo bene e che pretendiamo che anche gli altri conoscano in questo modo. Qua c’è un’idea di educazione generativa e non conservativa. Quello che noi conosciamo lo mettiamo a disposizione di chi sta crescendo non perché conosca le stesse cose, ma perché possa ampliare la conoscenza, perché possa conoscere qualcosa che noi non conosciamo. È un atteggiamento molto simile a quello di Abramo e di Mosè, che si mettono in cammino e stabiliscono un’alleanza, che vivono anche i momenti del dubbio e della difficoltà, fanno un percorso, un itinerario senza conoscere la meta, fidandosi della relazione con Dio. Non potranno gustare l’esito di quel cammino. Si fermeranno sulla soglia della terra promessa. Questo è il compito di ogni educatore: fermarsi sulla soglia e non avere la pretesa di entrare.
Domenico simeone
Vi auguro di conservare un orecchio acerbo perché possiate sempre ascoltare gli alberi, gli uccelli, le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli, i bambini perché da loro abbiamo molto da imparare.
Domenico simeone
Un signore maturo con un orecchio acerbo
Un giorno sul diretto Capranica-Viterbo
vidi salire un uomo con un orecchio acerbo.
Non era tanto giovane, anzi, era maturato
tutto, tranne l’orecchio, che acerbo era restato.
Cambiai subito posto per essergli vicino
e potermi studiare il fenomeno per benino.
Signore, gli dissi dunque, lei ha una certa età
di quell’orecchio verde che cosa se ne fa?
Rispose gentilmente: – Dica pure che sono vecchio,
di giovane mi è rimasto soltanto quest’orecchio.
È un orecchio bambino, mi serve per capire
le voci che i grandi non stanno mai a sentire:
ascolto quello che dicono gli alberi, gli uccelli,
le nuvole che passano, i sassi, i ruscelli,
capisco anche i bambini quando dicono cose
che a un orecchio maturo sembrano misteriose…
Così disse il signore con un orecchio acerbo
quel giorno, sul diretto Capranica-Viterbo.
GIANNI RODARI
PaolaBignardi commenta i dati relativi ad un’indagine dell’Osservatorio Giovani Toniolo sul rapporto “Giovani e ambiente” e si confronta in merito con alcuni giovani del territorio. Di seguito pubblichiamo il materiale che è stato oggetto del dibattito.
I giovani del territorio, da punti di vista diversi, raccontano la loro esperienza di custodia dell’ambiente ed un diverso stile di abitare.
Ambiente, educazione e cultura
Veronica Guerra – Guida ambientale ed escursionistica
Veronica Guerra, guida ambientale ed escursionistica e dottoressa in scienze della terra ha raccontato l’attività dell’associazione Chiocciola – la casa del nomade che si occupa di educazione “nel paesaggio, con il paesaggio, per il paesaggio“. L’associazione gestisce il Museo ha preso l’incarico di gestire e valorizzare il Museo Naturalistico / Centro di Educazione Ambientale e alla Sostenibilità dell’Ente Parco Sasso Simone e Simoncello, un museo vivo perché impegnato nella ricerca, nella formazione, nel coinvolgimento degli abitanti e degli esperti locali, nel creare rete con chi, provenendo da altri contesti, porta nuove visioni.
Attorno al museo cerchiamo di fare un lavoro di crescita della comunità che ha come scopo l’educazione e che ha come attori la scuola, le istituzioni, ma anche l’intera comunità con le sue buone pratiche, le sue esperienze. Con un lavoro di rete si cerca di coniugare la vita dell’abitante con tutto ciò che è rappresentato dal mondo esterno.
Veronica Guerra – Chiocciola – La casa del nomade
Un diverso senso
Sr Giulia Vannini – Monaca Agostiniana di Pennabilli
Di seguito si riporta l’intervento di Sr Giulia Vannini delle Monache Agostiniane di Pennabilli.
“Per poter parlare di autentico sviluppo, occorrerà verificare che si produca un miglioramento integrale nella qualità della vita umana” Laudato Sii n.147
La prospettiva da cui parto è questa: quello di cui parlerò non è strettamente legato all’ambiente se lo intendiamo solo come natura, ma proprio all’ambiente come vita umana. Per quello che ho potuto vedere in questi anni la vita monastica punta proprio sul rendere la vita più umana.
Tutto quello che dirò parte dalla prospettiva dell’ascolto. In questi anni ho potuto vedere e sperimentare come tutto ciò che viviamo parte dallo stare in ascolto della vita che ci raggiunge, delle persone e da ciò che vivono, della nostra vita e poi della vita della chiesa e del mondo. Tutto per noi nasce proprio dallo stare in ascolto, non dal vivere una vita che è già tutta decisa, che va avanti uguale da secoli e che non ha bisogno di cambiare. Noi abbiamo scelto, e sempre dobbiamo riscegliere perché non è automatico, di stare in ascolto della vita intorno a noi e dentro di noi. In questo stare in ascolto sono nate e stanno nascendo delle cose molto belle, che già c’erano e che con le nostre vite personali stanno crescendo.
Il primo aspetto di cui vorrei parlare è il lavoro. Quando sono entrata in questa comunità ho trovato una comunità che aveva scelto di investire sul lavoro. Da sempre i monasteri hanno investito sul lavoro. Queste monache però stavano investendo su un lavoro di donne di oggi, contemporanee. Quindi non più il ricamo o cose che le monache da sempre hanno fatto, ma su un lavoro che fosse un lavoro di oggi.
Noi abbiamo un laboratorio di falegnameria, di vetrate artistiche, e inoltre sr Elena è scultrice e artista a tutto tondo e introduce anche noi in questo suo lavoro. Il lavoro per me innanzitutto è la possibilità di imparare un lavoro manuale, fatto con le nostre mani e questo è moto bello perché ci trasmettiamo il sapere l’una all’altra. In questo momento io mi sento più dalla parte di chi riceve. Grazie alle monache anziane che hanno messo da parte i loro risparmi e hanno conservato gli spazi, oggi noi possiamo fare i lavoro che facciamo. E poi grazie alle sorelle più adulte che già prima o negli anni hanno imparato un mestiere, sono nati i laboratori che abbiamo. È bella questa trasmissione del sapere nelle generazioni dove ognuna cerca di aggiungere un pezzo, perché il lavoro non sia solo lavoro, ma sia anche bello, ben fatto per chi lo compra. Inoltre nel lavoro vedo anche una grandissima possibilità per noi di sentirci e di essere uguali a tutti gli uomini e le donne del mondo. Anche noi come tutti se non lavoriamo non guadagniamo e non viviamo. Per quanto non lo viviamo con l’affanno di una ditta, perché lo scegliamo insieme e siamo insieme a viverlo, anche a noi la vita richiede di lavorare, come a tutti gli uomini.
Rispetto al lavoro sento anche bellissimo che qui quello che si rompe si ripara: la madre Veronica in questo è la nostra maestra, che da anni continua a riparare le cose e gli oggetti senza buttarli. Non solo si ricicla, ma si ripara, e anche questo è impegnativo perché richiede tempo e capacità per imparare a farlo.
Un altro aspetto che sottolineo è l’ospitalità, che sembrerebbe distante dal tema dell’ambiente, ma per me è una parte della nostra vita molto importante. In questi anni per noi l’ospitalità sta diventando uno stile di vita: ospitare vuole dire accogliere le persone che stanno qualche giorno qui da noi, come anche chi suona al campanello o la persona che viene a vendere alla porta… tutta è ospitalità. L’ospitalità ci insegna a smuoverci dalla nostra posizione, ci aiuta a cambiare i programmi perché le persone non sono ma come le vorremmo, ci aiuta a farci occupare e raggiungere dall’inaspettato, dentro e fuori di noi. Ovviamente bisogna voler farsi raggiungere, non è automatico.
A me ospitare sta anche insegnando a vivere io da ospite. Mi aiuta pensare che anche la nostra vita, la vita di tutti, è una vita che noi viviamo da ospiti. Infondo, principalmente, significa che nulla è mio, privato. Che si vive avendo tutto, ma niente lo possiamo possedere. E questo è un modo di vivere anche nell’ambiente, nel mondo, che tutti potrebbero vivere: quello cioè di non considererai nulla come proprietà privata. Addirittura Dio nella Bibbia nega ogni pretesa di proprietà assoluta: “Le terre non si potranno vendere per sempre perché la terra è mia e voi siete presso di me come stranieri e ospiti” Lv 25,23. Le terre sono di Dio per essere di tutti, Dio garantisce che la terra sarà sua, ma perché sia di tutti.
A questo lego l’ultimo punto, a questo non possedere nulla lego il modo in cui noi viviamo la povertà. La povertà si può vivere in tanti modi, io qui ho trovato un modo che da subito mi ha innamorato. La povertà già l’avevo conosciuta per altre strade, ma in questa vita c’è una specificazione particolare: la povertà noi la viviamo come condivisione. Agostino nella Regola assicura che non ci mancherà nulla, che avremo tutto perché tutto sarà dato secondo il bisogno di ognuno. Già questa non è una cosa da poco, è anche il privilegio di vivere in una comunità, non solo monastica, ma potrebbe e dovrebbe esserlo anche una comunità civile. Questo tutto che avremo, però, dice Agostino, sarà tutto in comune. Niente sarà privato. Noi non viviamo una povertà estrema, viviamo una vita semplice, non tanto però come assenza di cose, ma come condivisione totale. Investire su una vita che sia tutta condivisa non è poi così facile, perché non riguarda solo le cose, ma anche le relazioni, la propria vita interiore e personale, lo spazio, il tempo. Questo ci responsabilizza poi a vivere anche quello che è comune come la cosa principale. Sempre Agostino nella Regola ci richiama a vivere e ad affezionarsi a ciò che è comune, ad interessarsi all’interesse comune. Questa cosa è molto difficile: farsi occupare da quello che è comune prima che da quello che è mio, che mi riguarda, non è semplice, ma è come una restituzione di tutto quello che ricevo come dono.
Tutto questo, come ho detto prima, nasce dall’ascolto, delle persone, del mondo, della chiesa. Davvero crediamo che Dio parla lì, parla solo lì. L’ascolto ci decentra, realmente è l’unica cosa che ci permette di far entrare altro e decentrarci solamente da noi. Per ascoltare serve anche il silenzio, che è un’altra dimensione importantissima della nostra vita, ancora tutta da imparare e da vivere per me. L’ascolto credo sia la cosa che ci caratterizza di più e che ci chiede una continua conversione, come a dire: non vi accontentate mai di dove siete arrivate, ma state continuamente in ascolto della vita.
Un diversa economia
Roberto Baldani – Cooperativa Agricola & Sociale Sora Madre Terra
Roberto Baldani in rappresentanza della Cooperativa Agricola & Sociale Sora Madre Terra immersa tra le splendide colline dell’Alto Montefeltro ha parlato di un nuovo modo di fare economia con l’opera di numerosi imprenditori agricoli che collaborano nella coltivazione dei campi, nell’allevamento degli animali – alpaca, ma anche asinelli e pony, papere, oche, galline e piccoli rapaci – nella tutela del territorio e nella produzione di prodotti tipici locali.
La Cooperativa ha sede presso il Convento Francescano di Montefiorentino di Frontino (PU). in cui sorge anche la Fattoria didattica “Il Sogno” che accoglie gruppi, famiglie e scolaresche che vogliono conoscere meglio il mondo contadino e le sue attività.
I luoghi devono essere custoditi così come i sogni, altrimenti muoiono.
Roberto baldani
Un diverso modo di far politica
Elena Vannoni – Vice sindaco di Novafeltria
Elena Vannoni racconta la sua esperienza politica, le motivazioni che l’hanno spinta ad occuparsi attivamente di politica ed alcuni progetti da lei avviati in termini di custodia delle persone e del territorio.
Come diceva Don Agostino Gasperoni prima di fare la carità si deve fare la giustizia
Elena vannoni
Acqua, un bene comune
Federica Natalia Rosati – Ricercatrice dell’Università di Bruxelles
Federica Natalia Rosati, ricercatrice dell’Università di Bruxelles racconta la sua attività di ricerca sulle modalità di accesso all’acqua in alcuni Paesi in via di sviluppo, in particolare Vietnam e Bolivia offrendo uno sguardo che analizza i sistemi idrici per scoprire l’orizzonte sociale e collettivo che in essi è sotteso.
Il tema dell’acqua è fondamentale se pensiamo all’esaurimento di una risorsa che dal 2010 è stat riconosciuta come diritto umano e che è in progressiva diminuzione. Ad oggi ancora una persona su 10 al mondo non ha accesso all’acqua potabile e uno su tre non ha accesso a servizi sanitari di base.
federica natalia rosati
Un diverso abitare
Nicola Ianni – Agronomo-forestale e guida escursionistica ambientale
Nicola Ianni descrive la sua esperienza di lavoro e condivisione nell’orto della biodiversità di Casa Fanchi, borgata di Pennabilli che si trova all’interno del Parco Simone e Simoncello ed in cui l’ente parco ha finanziato la ristrutturazione della piazza e della parte esterna della chiesa. “Il giardino della biodiversità” nasce dall’esperienza di un gruppo di persone, in particolare Guerrino Fanchi che, nel tempo, hanno conservato sementi, vigne e alberi di frutto di qualità antiche, tenendo vivo un orto ed uno spazio di socialità e coinvolgendo negli ultimi anni un gruppo di giovani laureati che hanno scelto di ripopolare il borgo e di coltivare e custodire i campi.
Casa Fanchi è un borgo di Pennabilli dove fino a pochi mesi fa vivevano 3 persone e più di 30 animali. A marzo sono tornato a vivere qua. Quando studiavo a Bologna, una città nemica dell’ambiente, nei momenti liberi venivo a Casa Fanchi perché stavo bene. Potevo lavorare nell’orto, raccogliere le mele, vedere un bellissimo tramonto, stare insieme a delle persone con un ritmo di vita diverso. Terminati gli studi da agronomo ho trovato un’enorme soddisfazione nella fatica del dissodare un piccolo pezzo di terra e nel recupero dell’orto iniziato da amici. L’orto ora è cresciuto in modo esponenziale. L’area di Casa Fanchi è un luogo di vita agricola alternativa basato sulla povertà e la condivisione in cui la condivisione è l’unica via di ricchezza. Si può passare dalla povertà alla ricchezza tramite la condivisione di tutto ciò che abbiamo intorno.